Un premio

I vincitori dell’XI edizione del Premio “Giacomo Leopardi” per tesi di laurea e di dottorato
Nei termini stabiliti dal bando sono pervenute 26 tesi, delle quali 18 di laurea specialistica o quadriennale e 8 di dottorato. Dopo aver esaminato tutti i lavori, la Commissione giudicatrice si è riunita in seduta deliberativa il 13 giugno 2008 e ha assegnato i seguenti premi:
Primo premio per tesi di laurea (euro 1.500)
MASSIMO NATALE (Università di Verona)
Il canto delle idee. Filosofi antichi di Leopardi tra «Pensiero dominante» e «Aspasia»
Secondi premi ex aequo per tesi di laurea (ciascuno di euro 750)
AURORA MARIA FIRTA (Università di Bucarest)
Il suono dei «Canti». L’immagine acustica nei «Canti» di Giacomo Leopardi
DAVIDE MARTIRANI (Università di Roma “La Sapienza”)
Leopardi e Michelstaedter. Un dialogo
ALESSANDRO OTTAVIANI (Università di Genova)
«Forse s’avess’io l’ale»: la questione delle bestie nel pensiero leopardiano
STEFANO VERSACE (Università di Milano)
Analogia, mente, esperienza nello «Zibaldone» di Leopardi
Premio “Fondazione Marino Piazzolla” per tesi di laurea (euro 800)
NICOLA FEO (Università di Pisa)
Nazione e società nel «Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani» di Giacomo Leopardi
Premio “Domenico Cardella-Città di San Severo” per tesi di dottorato (euro 800)
ANGELA BIANCHI (Università di Macerata)
Il percorso di un “Trattato sull’etimologia” nello «Zibaldone» di Giacomo Leopardi
I premi saranno consegnati il 29 giugno prossimo nell’ambito delle celebrazioni del CCX anniversario della nascita di Giacomo Leopardi, che si svolgeranno nell’Aula Magna del Comune di Recanati con inizio alle ore 18.
Il Vicepresidente
Anna Leopardi

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Versi immortali

CORO DI MORTI NELLO STUDIO DI FEDERICO RUYSCH
Sola nel mondo eterna, a cui si volve
Ogni creata cosa,
In te, morte, si posa
Nostra ignuda natura;
Lieta no, ma sicura
Dall’antico dolor. Profonda notte
Nella confusa mente
Il pensier grave oscura;
Alla speme, al desio, l’arido spirto
Lena mancar si sente:
Così d’affanno e di temenza è sciolto,
E l’età vote e lente
Senza tedio consuma.
Vivemmo: e qual di paurosa larva,
E di sudato sogno,
A lattante fanciullo erra nell’alma
Confusa ricordanza:
Tal memoria n’avanza
Del viver nostro: ma da tema è lunge
Il rimembrar. Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
Che di vita ebbe nome?
Cosa arcana e stupenda
Oggi è la vita al pensier nostro, e tale
Qual de’ vivi al pensiero
L’ignota morte appar. Come da morte
Vivendo rifuggia, così rifugge
Dalla fiamma vitale
Nostra ignuda natura;
Lieta no ma sicura,
Però ch’esser beato
Nega ai mortali e nega a’ morti il fato.

 

(giacomo leopardi)

Per te Giacomo

 
Maria Grazia per GiacomoCuore rosso

Ciao Giacomo

Giacomo Leopardi, biografia
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sabato 14 giugno 2008

Per rendere più completo il nostro Speciale maturità e soprattutto per ricordarne la morte, pubblichiamo la biografia del grande poeta, filosofo e scrittore nato a Recanati il 29 giugno 1798 e morto a Napoli il 14 giugno 1837.

giacomo_leopardi_ferrazzi.jpgGiacomo Leopardi ha saputo, con la sua poesia, dare voce a chi si sente escluso, emarginato dalla vita sociale, solo. Molti adolescenti, nella fase “ingrata” in cui hanno problemi di relazione con la famiglia, con gli altri e con la scuola, trovano  conforto nelle liriche del poeta di Recanati, e si sono immedesimano nell’uccello protagonista di “Il passero solitario”: “Tu pensoso in disparte il tutto miri,/non compagni, non voli,/non ti cal d’allegria, schivi gli spassi”. Il pessimismo è centrale nei suoi lavori e anzi è l’elemento che porta i critici a dividere la sua opera in due fasi: quella del “pessimismo storico” (il male di vivere è legato alla situazione contemporanea, al periodo storico in cui vive Leopardi) e quella del “pessimismo cosmico” (l’infelicità è sentita come una condizione esistenziale ineluttabile che accompagna l’uomo da sempre).
La vita di Leopardi è segnata in maniera decisiva dagli anni giovanili trascorsi nella casa paterna a Recanati, il “natìo borgo selvaggio”. Il padre, il conte Monaldo, era un uomo di vasta cultura, severo e freddo con i figli e la madre, la marchesa Adelaide Antici, donna rigida e dura, era completamente assorbita dai problemi finanziari della famiglia, ricca ma in fase di dissesto economico.

Giacomo Leopardi, che era fisicamente cagionevole ma di grandissima precocità intellettuale, si ritira nella fornitissima biblioteca paterna dove si rifugia nello studio. È un periodo deleterio per il suo fragile fisico e che in epoca successiva il poeta ricorderà, forse con una punta di rimpianto, come i “sette anni di studio matto e disperatissimo”. Sono anni di formazione in cui il giovane si costruisce un cospicuo bagaglio culturale (imparò il latino, il greco e l’ebraico) e compone opere di grande erudizione quali la “Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811” (1813) e “Il saggio sopra gli errori popolari degli antichi” (1815). Tra il 1815 e il 1816 si viene definendo quella che è la sua autentica vocazione attraverso la “conversione letteraria”, ovvero l’inizio della produzione poetica con “Le rimembranze” e l’“Appressamento della morte”. Dal 1817 comincia a redigere le note, gli appunti, le riflessioni filosofiche e letterarie che verranno poi raccolte nello “Zibaldone”. Intanto il suo isolamento viene interrotto dalla corrispondenza con Pietro Giordani, un importante figura di intellettuale che lo incoraggia e accoglie affettuosamente i suoi sfoghi per la vita a Recanati.
Nel 1819 l’esasperazione del giovane per l’ambiente in cui è costretto a vivere tocca livelli altissimi: tenta di scappare da Recanati ma il padre scopre il suo progetto e lo costringe a rinunciare. Nel dolore nascono i grandi capolavori, e infatti il 1819 è anche l’anno in cui compone “L’infinito”, opera in cui la fallita fuga reale viene sostituita da una fuga mentale che gli permette di connettersi all’eternità, al passato e al presente e di proiettarsi in spazi senza limiti. Il tanto atteso viaggio lontano dalle Marche si verifica nel 1822 quando il poeta ha l’occasione di recarsi a Roma, dove soggiorna per qualche mese dallo zio Carlo Antici. La permanenza, però, si rivela una delusione poiché si trova a disagio negli ambienti letterari e neanche le rovine antiche della capitale riescono a scatenare il suo entusiasmo. Dopo il rientro a Recanati, nel 1824, comincia a dedicarsi alle “Operette morali”. Nell’opera l’autore affronta in prosa, spesso in forma di dialogo, una serie di questioni filosofiche. In “Il dialogo della Natura e di un islandese” traduce il disagio di vivere in immagini concrete di mali fisici e materiali: la Natura si rivela matrigna nemica e crudele per l’uomo condannato all’infelicità e alla solitudine. L’Islanda era, infatti, considerata all’epoca uno dei luoghi in cui le condizioni ambientali rendevano la vita degli abitanti estremamente difficile e dura. Nel “Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez” la situazione degli uomini che Colombo ha convinto a partire con lui, con la solitudine del mare e con i pericoli del viaggio, viene elevata a generale condizione umana.
Nel 1825 un impiego presso l’editore milanese Stella gli consente di lasciare la casa paterna per andare a vivere tra Bologna e Milano. Nel 1828 scrive la famosa poesia “A Silvia” in cui riannoda i fili della memoria e dei ricordi per esprimere la delusione delle speranze giovanili, attraverso l’immagine della fanciulla bella e felice che, però, è condannata a una morte prematura. Nello stesso anno l’interruzione del rapporto di lavoro con l’editore Stella e l’aggravarsi delle condizioni di salute lo costringono a rientrare a Recanati. È un periodo terribile nel quale, però, vedono la luce i “grandi idilli”, capolavori assoluti della lirica mondiale: “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. In quest’ultima poesia la dolorosa condizione umana viene espressa per bocca di un  pastore dell’Asia centrale, personaggio vicino alla natura e non compromesso dalle sovrastrutture mentali dell’uomo moderno. È uno dei più alti esempi del “pessimismo cosmico”: l’infelicità accomuna tutti gli esseri umani, dall’intellettuale Leopardi al pastore asiatico. Nel 1830 ha l’opportunità di lasciare definitivamente Recanati per andare a vivere a Firenze. Qui cura un’edizione dei suoi “Canti” e vive una passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti che si conclude con un’amara delusione (da questa frustrante storia sentimentale nasce il “ciclo di Aspasia”). Nel 1833 si trasferisce a Napoli e qui nasce l’estremo capolavoro: “La ginestra”. Di fronte a una natura matrigna e ingrata si staglia la ginestra, fiore che resiste alla sua potenza distruttiva. La lirica è percorsa da una polemica antireligiosa che con le sue idee spiritualistiche impedisce all’uomo di guardare in faccia la realtà della propria condizione dolorosa. Per superare questa fase negativa l’uomo ottocentesco deve volgersi all’ideologia illuminista, luce del secolo precedente. Il grande poeta muore a Napoli nel 1837.

Hanno detto di lui:

“Ciò che caratterizza la personalità leopardiana è un impegno appassionato, “eroico” per il suo strenuo bisogno e coraggio di intransigenza intellettuale e morale, che porterà il Leopardi ad impostare ed esaurire fino in fondo – con l’ausilio di una mente vigorosa e implacabile – successive posizioni ed esperienze che riprendono la grande eredità del pensiero settecentesco rinnovandola energicamente alla luce della problematica primo-ottocentesca sia che il Leopardi attacchi lo “snaturamento”, l’alienazione dell’uomo dalla natura, sia che poi viceversa aggredisca, con più matura persuasione, gli inganni ed i miti ottimistici e provvidenzialistici che mistificano la reale condizione dell’uomo e il vero volto della natura e dell’ipotetico suo creatore. Al centro vi è una inesausta passione per l’uomo (anche quando appaiono elementi misantropici, di un amore deluso, “par trop aimer les hommes” per dirla con Stendhal in “Lucien Lowen”), per la sua integrità. Sia che essa venga ritrovata nella sua adesione alla natura e alle illusioni generose da quella generate; sia che essa venga poi confermata nella sua virile capacità di riconoscere la sorte misera e tragica, senza accettarla in maniera passiva e rassegnata.” (Walter Binni)

“E proprio questa esigenza di smascheramento degli “errori barbari” del cattolicesimo che fa superare al Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare agli uomini il male della condizione umana in tutta la sua crudezza: alla convinzione del ‘valore sociale del vero’ (per usare una felice espressione del Berardi) il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha dimostrato che nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riempito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei primitivi, ma da un ibrido connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progressismo superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio, allora, quella ‘fiera compiacenza’ che è prodotta da una lucida disperazione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai preclusa, l’ultima e paradossale forma di ‘virtù’ classicheggiante.” (Sebastiano Timpanaro)

“Nessuna poesia, come questa, sembra ignorare ascoltatori e lettori: il Leopardi non parla a noi, ma ci fa partecipi di un momento della sua vita interiore: il suo linguaggio non è quello di chi dichiara ad altrui una esperienza compiuta, ma quello con cui l’uomo si rivolge a sé medesimo” (Mario Fubini)

“L’adesione di Leopardi al classicismo in realtà resta assai forte, come mostrano la sua base filologica e letteraria, sia le sue scelte linguistiche e formali, che non si allontanano mai da una razionalità comunicativa, sia i suoi orientamenti filosofici, sempre legati ai fondamenti del razionalismo illuministico; e nettissimo è in ogni momento il suo distacco, anche polemico, dal Romanticismo italiano, dal suo modo di guardare alla storia, dalle sue tendenze religiose, dal suo moderato progressismo. Ma Leopardi non cerca un classicismo come armonico equilibrio e modello di comportamento sociale: dal classicismo egli ricava piuttosto una spinta agonistica, una volontà di esperienza ‘forte’ ignota ai romantici italiani; e così finisce col rompere alcune forme tradizionali di comunicazione, giungendo a una poesia assolutamente originale, estranea sia agli schemi classicisti sia a quelli romantici.” (Giulio Ferroni)

Ultimo aggiornamento ( sabato 14 giugno 2008 )

Il tedio leopardiano

Il tedio leopardiano – Le meditazioni sul concetto di noileopar31

 

La modernità del concetto di inettitudine ( come disadattamento al reale ed impotenza ) compare nelle tematiche leopardiane con l’emergere nell’umanità dell’elemento razionale. Si evidenzia cioè con il trionfo della ragione
" il male intrinseco all’essere  originario e permanente delle cose si profila… nella sua costernante evidenza  (emerge)  l’identità di progresso e decadenza, di  avanzamento e distruzione, di verità ed impotenza, di coscienza e nullità" ( M.A. Rigoni, La strage delle illusioni ).
In queste riflessioni si anticipa una delle più importanti acquisizioni della modernità che vive appunto nella costante polarità irrisolta di conoscenza ed errore, di coscienza ed impossibile illusione. Tutta la tensione romantica a cogliere l’infinito al di là del contingente,  riconduce "al più sublime dei sentimenti umani: la noia."

"Poco propriamente si dice che la noia è mal comune . Comune è l’essere disoccupato, o sfaccendato, per dir meglio; non annoiato. La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Più può lo spirito in alcuno, più la noia è frequente, penosa e terribile. la massima parte degli uomini trova bastante occupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione insulsa; e quando è del tutto disoccupata, non prova perciò gran pena. Di qui nasce che gli uomini di sentimento sono sì poco intesi circa la noia, e fanno il volgo talvolta maravigliare talvolta ridere, quando parlano della medesima e se ne dolgono con quella gravità di parole, che si usa in proposito dei mali maggiori e più inevitabili della vita"
( LXVII Zibaldone, Leopardi )
" La  noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani . (……) Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena , né, per dir così dalla terra intera, considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo ed il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si veggia nella natura umana. perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento e pochissimo o nulla agli altri animali ( LXVIII Zibaldone, Leopardi ) 

" Veramente per la noia non credo che si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità (…)
Il qual desiderio non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana è intessuta parte di dolore e parte di noia; dall’una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo nell’altra" ( Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, 1824, Leopardi )

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Riflettendo su questi passi troviamo delineate  tutte le dinamiche cognitive ed affettive che guidano l’uomo moderno a definire l’orizzonte d’attesa circa la sua esistenza, al di là dei confini della necessità.
Il pessimismo leopardiano non è da intendersi come condizione puramente negativa del vivere ( rinuncia, rifiuto della vita, abbandono esangue, verifica di privazione, disperazione…), quanto  invece come lucida tensione dell’animo alla ricerca del senso dell’esistere.
Si contrappone in Leopardi il desiderio ( infinito ) di vita  alla  costante sua preclusione, la ricerca del piacere all’impossibile fuga dal dolore. E questa condizione si alterna al più sublime dei sentimenti umani: la noia, che non può definirsi altrimenti se non come inesausta e privilegiata ricerca dell’essere razionale.
A distinguere la meditazione leopardiana dagli altri esiti romantici  c’è l’insistenza ragionativa, la tenacia nel perseguire i percorsi della demistificazione, la sostanziale assenza di tragicità nelle rappresentazioni del dramma umano. Leopardi preferisce  l’ironia amara del non senso della vita ( Operette morali ) alla scelta troppo vile del suicidio  ( Dialogo di Plotino e Porfirio ), la dignitosa accettazione del destino della ginestra alle facili fiducie dell’Illuminismo e della religiosità cattolica.
L’inettitudine dell’uomo leopardiano ad aprire un vero  un dialogo con la natura si gioca sempre e comunque sull’autocontrollo della ragione e prefigura – tra l’altro – la poetica montaliana, che tradurrà in versi, con simbologie pregnanti, gli stessi interrogativi del poeta recanatese.

Lo Zibaldone

GIACOMO LEOPARDI? FACCIAMOLO A PEZZI

Repubblica — 25 settembre 1997   pagina 36   sezione: CULTURA

Due edizioni in un anno, a distanza di alcuni mesi l’ una dall’ altra, sono un ragguardevole primato per lo Zibaldone di Giacomo Leopardi. Opera smisurata, nel senso bello della parola, debordante e fluttuante scartafaccio, ha avuto nel febbraio scorso l’ incoronazione di un Meridiano Mondadori (a cura di Rolando Damiani) ed esce ora in una versione del tutto nuova, che dovrebbe consentire una lettura più "saggistica". E, forse, più agevole, come se improvvisamente in un bosco fitto e scuro, attraente ma dall’ aspetto informe, si rinvenisse la traccia di un sentiero, con tante indicazioni e segnavia: si guadagna tempo ad uscire dalla macchia, ma non è certo che si goda tutto l’ ossigeno che sprigionano le piante.Oggi a Recanati, ospite del Centro studi leopardiani, l’ editore Donzelli presenta il primo di sei volumi di un’ edizione tematica dello Zibaldone, curata da Fabiana Cacciapuoti e con la prefazione di Antonio Prete (si intitola Trattato delle passioni, pagg. 220, lire 35.000). Cacciapuoti è archivista alla Biblioteca nazionale di Napoli, dove sono conservati i sei quaderni manoscritti dello Zibaldone che alla fine del secolo scorso vennero strappati, dopo una guerra legale, a due donnette analfabete che avevano servito in casa di Antonio Ranieri (in quella casa Leopardi visse gli ultimi anni della sua vita e morì nel giugno del 1837). L’ edizione è fissata su indici, schedari e soprattutto su "polizzine" che lo stesso Leopardi approntò, indici, schedari e "polizzine" già pubblicati e finora utilizzati dai lettori più curiosi e dagli studiosi che volevano rintracciare i percorsi dello Zibaldone, ma che ora diventano la guida per raggruppare gli argomenti che nel testo sono sparpagliati in mille frammenti. E’ un’ operazione filologicamente ineccepibile, rispettosa del labirinto intellettuale che lo Zibaldone contiene come uno scrigno? Non si rischia di perdere la trama di rimandi agli altri testi che Leopardi compone contemporaneamente alle note dello scartafaccio? Fra i leopardisti la discussione è aperta. Lo Zibaldone viene iniziato da Leopardi nel 1817. Il giovane contino ha diciannove anni, ma già una strabiliante mole di studi filologici, conosce il greco e l’ ebraico, compone opere d’ erudizione in latino. Nella primavera entra in contatto conPietro Giordani, critico letterario di peso nell’ Italia di allora, e inizia con lui un carteggio fra i più belli dell’ Ottocento. Giordani gli apre un mondo e Giacomo, pur senza demolire direttamente il modello del "letterato cristiano" che il padre Monaldo e la piccola Recanati gli hanno posto di fronte, mette a confronto continuamente le sue convinzioni culturali con una realtà che le smentisce. Per la prima volta si sente parte di un ambiente intellettuale dove circolano idee del tutto opposte a quelle di cui si è cibato. Da quel momento inizia l’ abbandono della fede cristiana e, contemporaneamente, dei valori di una società di ancien régime. Il 1817 si chiude per Leopardi con un altro evento, tutto privato. Poco prima di Natale conosce Gertrude Cassi Lazzari, cugina del padre, più grande di lui di otto anni. E se ne innamora, "d’ un affetto veramente puro", sente nel cuore "un doloroso piacere", "il più vero e sodo bene ch’ io ora possa cercare". Lo Zibaldone prende l’ avvio fra luglio e agosto. Leopardi non vuole disperdere le conoscenze che accumula e assume l’ abitudine di annotare le sue riflessioni, ferma sulla pagina divagazioni letterarie, le affianca ad appunti critici, a note di materia filosofica e filologica. Non gli è chiaro quale destinazione debbano avere quegli scritti, che intanto crescono, imboccano direzioni diverse, circolano su se stessi. Intorno al 1820 comincia a datare quei fogli, poi, qualche anno dopo, avverte la necessità di costruirsi una bussola per penetrare in quel mare di pensieri senza perdere l’ orientamento.Piano piano annota su una scheda l’ essenza di quel che andava scrivendo, costruisce, a scopo privato, una specie di indice. Ancora non ha deciso se e come usarlo, ma intanto molti argomenti dello Zibaldone li travasa nelle Operette morali, che vedono la luce dall’ estate del 1824. Due anni dopo l’ editore milanese Antonio Fortunato Stella, che già gli passa un misero compenso per commentare le Rime di Petrarca, propone a Leopardi di compilare un Dizionario filosofico-filologico sul modello settecentesco. Leopardi risponde di aver già pronto molto materiale, al quale però manca quello che chiama "uno stile", e inoltre la scrittura è a stento intellegibile a lui stesso. "Bisognerebbe", scrive a Stella, "che io rileggessi tutte quelle migliaia di pagine, segnassi i pensieri che farebbero al caso, li disponessi, li ordinassi…". Ed è ciò che da quel momento inizia a fare, ma interrompendo di continuo il lavoro. E’ sempre sedotto dall’ idea di sistemare quelle migliaia di pagine che si trascina fra Roma, Bologna, Milano, Pisa, e che gli potrebbero dare sicurezza e fama, ma al tempo stesso è assalito dall’ immensità del proposito, scoraggiato, e alla fine desiste. Lo schema che Leopardi viene costruendo, ma che poi non porta a conclusione, ha tutta l’ aria d’ un progetto, secondo Cacciapuoti. E’ la prova, scrive, che il poeta di Recanati "è animato da una forte tensione al sistema, proprio perché a quel tipo di scrittura l’ autore confidava i percorsi di una serie di trattati che avrebbero dovuto compiere la funzione di altrettante parti di un unico e complessivo lavoro". Alla lettura discontinua, fascinosa nel suo procedere rapsodico, Cacciapuoti sostituisce un diverso procedimento, che, asserisce, viene indicato da Leopardi stesso. E quindi accorpa per materia gli sparsi frammenti delle sue riflessioni. Non fanno più la loro bella figura gli sbalzi cronologici, le acrobazie intellettuali, la risonanza di un frammento a distanza di mesi, gli sviluppi diacronici, il flessuoso incedere di un pensiero che, nello stesso giorno, salta dall’ analisi implacabile del "male" che domina anche in un giardino fiorito alla noterella linguistica su Voltaire e al piacere che regala un’ ode di Anacreonte. I pensieri dello Zibaldone, nella versione Cacciapuoti, assumono "il ritmo intenso, ossessivo, ripetitivo che la restituzione dei tracciati alla loro unità porta in luce, rendendo il respiro del testo, la tensione delle frasi, la genesi di un pensiero da un altro". Ne acquista il filosofo, perde qualcosa il poeta. – Francesco Erbani

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