Un Almanacco per il 2008?

 

DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

 


 

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

(G. Leopardi)

Annunci

Il coro delle mummie

Leopardi, Coro dei morti nello studio di
Federico Ruysch

Federico
Ruysch (l638-l73l), medico e anatomista olandese, scoprí un metodo per
preservare dalla putrefazione i cadaveri. La canzone che segue costituisce
l’inizio del
Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: lo
scienziato, sentendo i propri morti cantare, entra nello studio e comincia a
interrogarli.

Il canto
si apre con l’affermazione della certezza e della naturalità della morte e con
la descrizione della condizione degli uomini dopo la morte. Il discorso è in
forma impersonale e potrebbe essere pronunciato da qualunque mortale. Poi,
improvvisa, la rivelazione: sono i morti a parlare (“Vivemmo”). Quella di “far
parlare i morti” non è certo una invenzione di Leopardi (si pensi solamente a
Dante), ma qui è originale il rapporto che è proposto fra morte e vita: non c’è
rimpianto per la vita che non è piú e di essa non si ha che un pallidissimo
ricordo; la vita è per i morti ciò che la morte è per i vivi: “cosa arcana e
stupenda”. In questo rovesciamento i morti “rifuggono” la vita come i vivi la
morte. Non si tratta di un rovesciamento simmetrico, come quello  delle immagini speculari, ma piuttosto come
quello fra negativo e stampa nella fotografia: il nero al posto del bianco, il
pieno al posto del vuoto. La vita e la morte sono entrambe reali, ma
inconciliabili. Il realismo leopardiano attribuisce un vantaggio alla morte:
rispetto alla vita essa è “certa”. Ma non si pensi – conclude Leopardi per bocca
delle mummie – che la morte sia il raggiungimento di qualche felicità: l’“esser
beato” è negato, in ugual misura, ai vivi e ai morti.

 

G. Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e
delle sue mummie
(l824)

 

1            
Sola nel mondo eterna, a cui si volve

2            
Ogni creata cosa,

3            
In te, morte, si posa

4            
Nostra ignuda natura;

5            
Lieta no, ma sicura

6            
Dall’antico dolor. Profonda notte

7            
Nella confusa mente

8            
Il pensier grave oscura;

9            
Alla speme, al desio, l’arido spirto

10          
Lena mancar si sente:

11          
Cosí d’affanno e di temenza è sciolto,

12          
E l’età vote e lente

13          
Senza tedio consuma.

14          
Vivemmo: e qual di paurosa larva,

15          
E di sudato sogno,

16          
A lattante fanciullo erra nell’alma

17          
Confusa ricordanza:

18          
Tal memoria n’avanza

19          
Del viver nostro: ma da tema è lunge

20          
Il rimembrar. Che fummo?

21          
Che fu quel punto acerbo

22          
Che di vita ebbe nome?

23          
Cosa arcana e stupenda

24          
Oggi è la vita al pensier nostro, e tale

25          
Qual de’ vivi al pensiero

26          
L’ignota morte appar. Come da morte

27          
Vivendo rifuggia, cosí rifugge

28          
Dalla fiamma vitale

29          
Nostra ignuda natura

30          
Lieta no ma sicura;

31          
Però ch’esser beato

32          
Nega ai mortali e nega a’ morti il fato.

 

(G. Leopardi, Tutte le opere, Sansoni,
Firenze, l988
5, vol. I, pag. l34)

 

 

Da “La natura e l’Islandese”

Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
Islandese. Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.

Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.
Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

Storia del genere umano. 1

1 – STORIA DEL GENERE UMANO

Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero creati

per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle

api, dalle capre e dalle colombe nel modo che i poeti favoleggiarono

dell’educazione di Giove. E che la terra fosse molto più piccola che ora non è,

quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e

apparisse nel mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si

scuopre. Ma nondimeno gli uomini compiacendosi insaziabilmente di riguardare

e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando

l’uno e l’altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di grandezza come

di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze,

e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano

con molto contento, e con poco meno che opinione di felicità. Così

consumata dolcissimamente la fanciullezza e la prima adolescenza, e venuti

in età più ferma, incominciarono a provare alcuna mutazione. Perciocché le

speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in

giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che meritassero poca

fede; e contentarsi di quello che presentemente godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva loro di potere, massimamente che l’aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della vita giornaliera, o per l’assuefazione o

per essere diminuita nei loro animi quella prima vivacità, non riusciva loro di

gran lunga così dilettevole e grata come a principio. Andavano per la terra

visitando lontanissime contrade, poiché lo potevano fare agevolmente, per

essere i luoghi piani, e non divisi da mari, né impediti da altre difficoltà; e

dopo non molti anni, i più di loro si avvidero che la terra, ancorché grande,

aveva termini certi, e non così larghi che fossero incomprensibili; e che tutti

i luoghi di essa terra e tutti gli uomini, salvo leggerissime differenze, erano

conformi gli uni agli altri. Per le quali cose cresceva la loro mala contentezza

di modo che essi non erano ancora usciti della gioventù, che un espresso

fastidio dell’esser loro gli aveva universalmente occupati. E di mano in mano

nell’età virile, e maggiormente in sul declinare degli anni, convertita la sazietà

in odio, alcuni vennero in sì fatta disperazione, che non sopportando la luce

e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore,

spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono.

(1. continua)

Postato da Giuseppe