Effetti particolari della luce…

 

Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come degli oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti ec. ci destino idee indefinite, si spiega perchè piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; la detta luce veduta in luogo oggetto ec. dov’ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov’ella venga a battere; in un andito veduto al di dentro o al di fuori, e in una loggia parimente ec. quei luoghi dove la luce si confonde ec. ec. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell’ombra, in modo che ne sieno indorate le cime; il riflesso che produce p.e. un vetro colorato su quegli oggetti su cui si riflettono i raggi che passano per detto vetro; tutti quegli oggetti in somma che per diverse [1745]materiali e menome circostanze giungono alla nostra vista, udito ec. in modo incerto, mal distinto, imperfetto, incompleto, o fuor dell’ordinario ec. Per lo contrario la vista del sole o della luna in una campagna vasta ed aprica, e in un cielo aperto ec. è piacevole per la vastità della sensazione. Ed è pur piacevole per la ragione assegnata di sopra, la vista di un cielo diversamente sparso di nuvoletti, dove la luce del sole o della luna produca effetti variati, e indistinti, e non ordinari. ec. È piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada appoco appoco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell’astro luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. Similmente dico dei simili effetti, che producono gli alberi, i filari, i colli, i pergolati, i casolari, [1746]i pagliai, le ineguaglianze del suolo ec. nelle campagne. Per lo contrario una vasta e tutta uguale pianura, dove la luce si spazi e diffonda senza diversità, nè ostacolo; dove l’occhio si perda ec. è pure piacevolissima, per l’idea indefinita in estensione, che deriva da tal veduta. Così un cielo senza nuvolo. Nel qual proposito osservo che il piacere della varietà e dell’incertezza prevale a quello dell’apparente infinità, e dell’immensa uniformità. E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti, è forse più piacevole di un cielo affatto puro; e la vista del cielo è forse meno piacevole di quella della terra, e delle campagne ec. perchè meno varia (ed anche meno simile a noi, meno propria di noi, meno appartenente alle cose nostre ec.) Infatti, ponetevi supino in modo che voi non vediate se non il cielo, separato dalla terra, voi proverete una sensazione molto meno piacevole che considerando una campagna, o considerando il cielo nella sua corrispondenza e relazione colla terra, ed unitamente ad essa in un medesimo punto di vista.

È piacevolissima ancora, per le sopraddette [1747]cagioni la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle, o di persone ec. un moto moltiplice, incerto, confuso, irregolare, disordinato, un ondeggiamento vago ec. che l’animo non possa determinare, nè concepire definitamente e distintamente ec. come quello di una folla, o di un gran numero di formiche, o del mare agitato ec. Similmente una moltitudine di suoni irregolarmente mescolati, e non distinguibili l’uno dall’altro ec. ec. ec.

(20. Sett. 1821.)

Pubblicato da Olimpia

Volare

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Timpanaro


RASSEGNA STAMPA

29 DICEMBRE 2002
ALESSANDRO PAGNINI

[Se Leopardi avesse letto Freud

Torna il pionieristico saggio sul lapsus scritto da Sebastiano Timpanaro negli anni ’70

Materialista e illuminista, pose una serie di domande ancora attuali

Quando comparve per la prima volta, quasi trent’anni or sono, il saggio di Timpanaro sulle spiegazioni psicoanalitiche dei lapsus («Il lapsus freudiano.  Psicoanalisi e critica testuale», Boringhieri, Toríno 2002, pagg. 208, euro 22,00) parve a molti una divagazione dilettantesca di un filologo che giocava a "cacciare l’errore" in alcune pagine della Psicopatologia della vita quotidiana di Freud, tra l’altro marginali rispetto alla teoria clinica, alla teoria terapeutica e alla teoria psicodinamica della personalità che costituivano il vero vanto della psicoanalisi. Pochi ne parlarono, soprattutto tra gli psicoanalisti, al punto che Timpanaro stesso lamentò una vera e propria "congiura del silenzio" verso il suo lavoro; fino al recente ma nient’affatto motivato riconoscimento di Giovanni Jervis, che lo ha giudicato «il più noto e forse il più importante contributo italiano agli studi freudiani internazionali».

Che lo sia in campo internazionale, non è dubbio, data l’accoglienza entusiastica che ha avuto soprattutto nel mondo anglosassone (il filosofo scozzese David Archard gli ha dedicato un intero capitolo, accanto ad altri su Sartre o su Lacan, in un libro che tratta dei problemi logici e teorici che il concetto di "inconscio" ha ingenerato, da Freud al dopo Wittgenstein; e Adolf Grünbaum ne ha fatto un riferimento costante nella sua monumentale critica epistemologica ai fondamenti della psicoanalisi); ma soltanto oggi, in Italia, grazie alla scrupolosa e sensibile rilettura che Fabio Stok ne fa nell’Introduzione alla nuova edizione, il Lapsus freudiano sembra avere i riconoscimenti che merita.

A prescindere dalle occasioni che motivarono il pamphlet (a Timpanaro non piaceva il

freudo-marxismo allora di moda, né piaceva l’iperinterpretazionismo psicoanalitico diffuso), il nucleo forte e duraturo della critica di Timpanaro alla psicoanalisi è nei suoi rilievi metodologico-epistemologici, sia pure di uno che si dichiarava dilettante e "ignorante" in materie filosofiche, e nelle sue considerazioni sul materialismo, la causalità, e le scienze psicologiche e biomediche.

Riassumendone e parafrasandone la sostanza: la psicoanalisi deve poter essere interrogata con le ragioni del senso comune (funziona? perché funziona? spiega? e le sue sono davvero le "migliori spiegazioni" disponibili?); di principio – indipendentemente dal caso proposto da Timpanaro delle spiegazioni "superficiali" della critica testuale che spesso si dimostrano più plausibili delle spiegazioni "profonde" di Freud – le ipotesi psicoanalitiche non si devono sottrarre al confronto con ipotesi eterogenee (neurofisiologiche, psicologiche "wundtiane", linguistiche, eccetera) che vertano sullo stesso dominio di oggetti; non si deve rinunciare, in materia di psiche, a forme di conoscenza scientifica, basate sulla ricerca e l’applicazione di regolarità, di leggi più o meno generali, in nome della singolarità e irriducibilità del caso e della "storia individuale" (fermo restando che i livelli di generalità, di astrazione e di legalità son ben diversi tra le scienze fisiche, per esempio, e la psicologia o la medicina o la filologia); non si deve mai credere che una considerazione dello specifico  "umano" possa prescindere dalla natura biologica e materiale di cui l’intera cultura è nutrita (Timpanaro rimproverava a Freud di aver abbandonato il materialismo-edonismo degli inizi per uno psicologismo misantropico ed estetizzante, e di aver corrotto il darwinismo sotteso a tutta la sua opera con i richiami di un "vitalismo" decadente e assai poco scientifico); si deve perseguire l’«elaborazione di una logica e di una grammatica dell’inconscio» che sia meno vaga e permissiva di quella sinora teorizzata.

Queste sono raccomandazioni che potrebbero suonare banali, se non fosse che la psicoanalisi a lungo le ha ritenute (e talvolta ancora le ritiene) improprie, non adeguate a una disciplina che non vuole piegarsi a canoni, seppur minimali, di razionalità, giacché è il concetto di razionalità stesso che essa mette in discussione.

Negli anni in cui Timpanaro scriveva le sue critiche a Freud, Carlo Ginzburg, appellandosi all’abduzione e invocando la metis come forma di intelligenza che ispira, insieme al cacciatore e allo stratega, ogni studioso che pratichi terreni incerti e complessi, traeva ben diverse conclusioni su un possibile incontro di psicoanalisi e filologia e, soprattutto, sulla tenibilità di un’idea monolitica, lontana dalle pratiche e dalle abilità (sovente non codificabili) umane, di razionalità.  E quello della razionalità, di che cosa voglia dire oggi essere "illuministi", è il tema informatore dell’interessante carteggio tra Timpanaro e il fine letterato Francesco Orlando (Sebastiano Timpanaro, Francesco Orlando, «Carteggio su Freud (1971-1977)», Scuola Normale Superiore, Pisa 2001, pagg. 126, s.i.p) che accompagna la gestazione e la prima apparizione del Lapsus.  Sono pagine ricche di pathos e di amenità intellettuale, dove si confrontano la tagliente vis polemica del "materialista-leopardiano", che non è facilmente disposto a rinunciare a soluzioni riduzioniste, e l’esigenza di chi cerca tra le pieghe dell’espressione poetica (ma anche sulla scorta dell’impronta che ‘la teoria critica’ francofortese ha dato all’incontro di marxismo e freudismo, della linguistica postsaussuriana e infine della "bi-logica" di Matte Blanco), una chiave di comprensione meno rigida di quella "scientista", seppur sempre vincolata a regole di scrupolosa analisi, oggettivazione e limpida argomentazione. «Forse siamo noi due – scriveva Orlando – gli ultimi illuministi sopravviventi: poi il buon seme andrà perduto … ».

Postato da Giuseppe

Il posto che più emoziona

GiuseppeLa

Leopardi ecologista?

Citazione

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Leopardi
ecologista? Ovvero l’interpretazione di Sofri avverso la lotta di
classe.

 

 

Adriano
Sofri, in un articolo su Panorama del 12 Luglio 1987, saluta Sebastiano
Timpanaro come precursore di una interpretazione di Leopardi come padre degli
ecologisti. Senza volerlo, il Timpanaro, nella sua lettura di Leopardi,
inoltre,  ha sferrato un colpo mortale al marxismo ed agli interpreti di
Leopardi “socialisti o comunisti” come Binni e Luporini, in quanto mette in
evidenza che il motivo principale dell’infelicità umana non è la disuguaglianza
sociale, non la divisione dell’umanità in classi, quella degli sfruttati e
quella degli sfruttatori, bensì la fragilità biologica dell’uomo, il suo destino
di malattia, vecchiezza, morte, la fugacità e, più ancora, l’inesistenza del
piacere, l’alternanza di dolore e noia in cui si consuma la vita dell’uomo. In
questo quadro generale della condizione umana, dice ancora l’ex di Lotta
Continua, ogni lotta politico-sociale risulta implicitamente o esplicitamente
inutile, perché da quei mali di fondo nemmeno la società più perfetta e più
giusta ci può salvare. Donde, nella Ginestra, l’appello alla confederazione di
tutti gli uomini: il nemico numero uno è la Natura, contro di essa soltanto
bisogna combattere. Ancor più sotto la minaccia della distruzione
nucleare.

“Una
posizione di rifiuto della lotta tra umani, fondata ragioni religiose e
filosofiche, oggi trova il suo fondamento sull’emergenza storica maggiore della
minaccia di distruzione atomica o ecologica”. Le ragioni delle lotte umane non
sono scomparse, dice ancora Sofri,  anzi spesso si inaspriscono (bontà sua…), ma
passano progressivamente in secondo piano di fronte alla minaccia contro la
sopravvivenza della Terra.

Timpanaro
giudica totalmente irrealistico il discorso di Sofri.

Intanto,
ci tiene a premettere di non essere affatto indifferente ai problemi posti dai
Verdi sulla sostenibilità dell’attuale sfruttamento delle risorse naturali e sui
pericoli derivanti dal nucleare. Non spetta certo alla sinistra far proprie
certe facezie sul ritorno alle per coi bachi o andare a letto a lume di candela.
Tuttavia, tra la prospettiva di una distruzione nucleare ed il lume di candela
la scelta sembra naturale. E tuttavia la lotta verde non può portare con sé la
rinuncia alla lotta di classe. Da chi sono provocati i danni ecologici? Forse
dalla classe lavoratrice? No, afferma Timpanaro, gli umani che arrecano danno
alla natura si chiamano fisici nucleari e chimici asserviti al Potere.
L’inquinamento, dunque, non si sopprime, se non si sconfiggono le classi
dominanti.

Sofri
afferma poi che Leopardi entra di diritto nelle antologie verdi e che una nuova
lettura “verde” del Leopardi offre stimoli notevoli. Ma di quale Leopardi, si
chiede Timpanaro, parla Sofri? Una prima risposta crede di trovarla nel fatto
che forse i verdi si riferiscano al primo Leopardi, rivalutando il primo
concetto di Natura, come forza vergine e incorrotta, benefica all’uoimo,
contrapposta alla Ragione e alla civiltà che hanno reso l’uomo infelice e
insieme meschino, incapace di quella vitalità, di quelle magnanime illusioni che
sole potevano dargli gioia o almeno fargli dimenticare la sua condizione
oggettiva di infelicità.

 

 Giuseppe

L’angolo del poeta

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L’infinito

La mia lettura de "L’infinito"

Lettura de L’infinito.
Sin dal tempo del Liceo, mi hanno insegnato che quella dell’infinito è una esperienza mistica, ove, attraverso il superamento di una siepe, di un ostacolo naturale, il pensiero riesca ad entrare nei meandri dell’in conoscibile; dagli studi universitari, impartitimi da critici marxiani, appendo invece che l’avventura dell’infinito è un vero e proprio dolce naufragio tutto materiale, che non ha niente di mistico.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle: indica la consuetudine del poeta, confermata dalle pagine dello Z., di salire spesso sul colle contiguo a casa Leopardi; e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude: sul colle, c’è una siepe che impedisce allo sguardo la vista dell’ultimo orizzonte, da tanta parte, non quindi da tutte le parti.
E’ un’azione che si ripete nel tempo (fu), finché arriva un giorno particolare nella vita di questo giovane di 21 anni appena, in cui: ma sedendo e mirando interminati spazi di là da quella e sovrumani silenzi io nel pensier mi fingo ove per poco il cor non si spaura: il poeta, sedendo ed ammirando quel paesaggio, prova a saltare al di là della siepe e nel pensiero (non scordiamoci che per Leopardi il pensiero è la facoltà più materiale che esista, non innata ma che si sviluppa con l’assuefazione) immagina spazi non – terminati, quindi infiniti e silenzi sovrumani. Quindi nel pensiero egli riesce a cogliere questi barlumi d’infinito (gli spazi, il silenzio) che per poco non lo tramortiscono. Come si fa a tradurre “Ove per poco il cor non si spaura”: Novello Dante che non regge alla visione del Creatore, della Luce diretta, egli quasi è impaurito, quasi muore al pensiero degli spazi interminati e del silenzio assoluto. Un silenzio, a me pare, di pace, di quasi annegamento, appagamento, annichilimento.
Dal quale si riprende. Infatti egli:
E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: sul colle, ci sono anche delle piante, percorse, attraversate da un soffio di vento che le smuove. Si passa dal silenzio al rumore, sia pure un fruscio, anzi uno stormir. Il poeta, appena sente il rumore che il vento provoca sulle piante, lo paragona all’infinito silenzio immaginato prima nel pensiero. E’ un silenzio che si fa vivo, che si fa sentire, palpabile, reale. Il silenzio definito come stormire tra le foglie; e mentre paragona il silenzio al rumore del vento, mentre assimila i due fenomeni e li rende unici, e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei, mentre dunque paragona i due fenomeni, ha la percezione dell’eterno, cioè del tempo passato, morto e di quello presente, vivo e portatore di suono, quindi di vitalità.
Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: la comparazione tra l’infinito silenzio ed il rumore del vento gli ispira come una visione di immensità, variante non solo linguistica di infinità, cioè di uno spazio smisurato in cui il pensiero annega. Così è, il quasi spaurimento di fronte al sovrumano silenzio si tramuta in totale naufragio non appena il silenzio è accostato al rumore del vento, cioè credo appena l’immaginato ed in conoscibile diviene reale, conoscibile e conosciuto.
E il naufragar m’è dolce in questo mare La dolcezza estrema del naufragio, quella che Luporini definisce naufragio senza spettatore.

Questa è in estrema sintesi la mia lettura dell’infinito, libera da preconcetti e da letture di altri ed alti critici, così come mi viene dalla esclusiva attenzione ai versi, così come raccomandava anche Leopardi stesso.

Dalle mie povere osservazioni esce qualcosa di tremendo. Spiegandomi, dico che si è sempre pensato, ancora si pensa, che l’esperienza leopardiana, il viaggio cioè, consistesse nel superamento di un limite: la siepe è la ragione umana, imperfetta a conoscere la vera essenza delle cose, il limite viene superato dalla fantasia, che si immagina l’inimmaginabile, conosce l’in conoscibile.
Io rovescerei il tutto: abbiamo appena visto che il poeta, affidandosi all’immaginazione ed immaginando l’indefinito al di là della siepe, viene colto da sgomento ma riesce a restare in sé (ove per poco il cor non si spaura): quando invece si affida alla sua sensibilità, al reale del rumore del vento, ecco che l’annegamento è totale. Altro che viaggio mistico. E’ l’esaltazione della conoscenza sensoriale, del piacere fisico dell’annegamento.
Giuseppe

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