Da Camilla on line

S.P.Q.R. (Sono Pazzi Questi Romani)?

ovvero: Perché la vita degli italiani è ristretta al solo presente?

di Giacomo Leopardileopar.jpg

dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani

Gl’italiani non temono e non curano per conto alcuno di essere o parer diversi l’uno dall’altro, e ciascuno dal pubblico, in nessuna cosa e in nessun senso. Lascio stare che la nazione non avendo centro, non havvi veramente un pubblico italiano; lascio stare la mancanza di teatro nazionale, e quella della letteratura veramente nazionale moderna, la quale presso l’altre nazioni, massime in questi ultimi tempi è un grandissimo mezzo e fonte di conformità di opinioni, gusti, costumi, maniere, caratteri individuali, non solo dentro i limiti della nazione stessa, ma tra più nazioni eziandio rispettivamente.

Queste seconde mancanze sono conseguenze necessarie di quella prima, cioè della mancanza di un centro, e di altre molte cagioni. Ma lasciando tutte queste e quelle, e restringendoci alla sola mancanza di società, questa opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tuono, o egli è cosa così vaga, larga e indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa. Ciascuna città italiana non solo, ma ciascuno italiano fa tuono e maniera da sé.intro-obelix.gif
Non avendovi buon tuono, non possono avervi convenienza di società (bienséances). Mancando queste, e mancando la società stessa, non può avervi gran cura del proprio onore, o l’idea dell’onore e delle particolarità che l’offendono o lo mantengono e vi si conformano, è vaga e niente stringente. Ciascuno italiano è presso a poco ugualmente onorato e disonorato. Voglio dir che non è né l’uno né l’altro, perché non v’ha onore dove non v’ha società stretta, essendo esso totalmente una idea prodotta da questa, e che in questa e per questa sola può sussistere ed essere determinata.
[…]
Primieramente dell’opinione pubblica gl’italiani in generale, e parlando massimamente a proporzion degli altri popoli, non ne fanno alcun conto. Corrono e si ripetono tutto giorno cento proverbi in Italia che affermano che non s’ha da por mente a quello che il mondo dice o dirà di te, che s’ha da procedere a modo suo non curandosi del giudizio degli altri, e cose tali. Lungi che gl’italiani considerino, come i francesi, per la massima delle sventure la perdita o l’alterazione dell’opinion pubblica verso loro, e sieno pronti, come i francesi ben educati, a soffrire e sacrificar qualunque cosa piuttosto che incorrere anche a torto in questo inconveniente; essi non si consolano di cosa alcuna più di leggieri che della perdita eziandio totale (giusta o ingiusta che sia) dell’opinione pubblica, e stimano ben dappoco chi pospone a questo fantasma i suoi interessi e i suoi vantaggi reali (o quelli che così si chiamano nel linguaggio della vita), e chi non si cura d’incorrere per amor di quello in danni o privazioni vere, d’astenersi da piaceri, ancorché minimi, e cose tali. Insomma niuna cosa, ancorché menomissima, è disposto un italiano di mondo a sacrificare all’opinion pubblica, e questi italiani di mondo che così pensano ed operano, sono la più gran parte, anzi tutti quelli che partecipano di quella poca vita che in Italia si trova. Non si può negare che filosoficamente e geometricamente parlando, essi non abbiano assai più ragione dei francesi e degli altri che pensano e operano diversamente, e che per conseguenza in questa parte essi non sieno, quanto alla pratica, assai più filosofi. Al che li porta lo stato delle cose loro, nel quale in realtà l’opinione pubblica, per la mancanza di società stretta, pochissimo giova favorevole e pochissimo nuoce contraria, e la gente per quanta ragione abbia di dir male o bene di uno, di pensarne bene o male, prestissimo si stanca dell’uno e dell’altro; si dimentica affatto delle ragioni che aveva di far questo o quello, benché certissime e grandissime, e torna a parlare e pensare di quella tal persona con perfetta indifferenza, e come d’una dell’altre.
Secondariamente, e questa è cosa molto osservabile, come l’opinion pubblica, così la vita non ha in Italia non solo sostanza e verità alcuna, che questa non l’ha neppure altrove, ma né anche apparenza, per cui ella possa essere considerata come importante. Lascio la totale mancanza d’industria, e d’ogni sorta di attività, e quella di carriere politiche e militari, quella d’ogni altro istituto di vita e di professione per cui l’uomo miri a uno scopo, e coll’aspettativa, coi disegni, colle speranza dell’avvenire, rilevi il pregio dell’esistenza, la quale sempre che manca di prospettiva d’un futuro migliore, sempre ch’è ristretta al solo presente, non può non parer cosa vilissima e di niun momento, perché nel presente, cioè in quello che è sottoposto agli occhi, non hanno luogo le illusioni, fuor delle quali non esiste l’importanza della vita. Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente.

(postato da Girolamo De Michele)  da www.camilaonline.comPubblicato Novembre 16, 2006 05:33 PM

Annunci

Dal centro studi

Bene! Mi pare che tutti siamo d’accordo.
Allora contiamoci. Pubbliciziamo l’evento con un tam-tam ( anche amici non
iscrtitti al forum) e incominciamo a chiedere chi è d’accordo per un contributo
di almeno 30euro. Se raggiungiamo almeno 1000 isrizioni la cosa è
fatta!!!
Prima mossa: scrivetemi e fatemi sottoscrivere l’adesione inviando
alla mia email tanoni.roberto@leopardi.it la
formula’ io ………sottoscrivo e aderisco alla raccolta fondi per la
pubblicazione dello zib in lingua inglese. Con firma’

Vi terrò informati
quotidianamente sulle adesioni che arrivano. Una volta raggiunte quelle
necessarie aprirò un conto postale su cui versare il quantum stabilito e
promesso all’atto dell’adesione. Se la cosa non andrà in porto tutti avranno
indietro la cifra (patti chiari!!!). Nominiamo anche dei responsabili ( a voi i
nomi) che si faranno garanti dell’iniziativa.
A
presto
Ammi

E’ un appello rivolto a tutti gli amici di Giacomo Leopardi.

Il sublime leopardiano…

Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

(Bologna. 22. Apr. 1826.)

 Pubblicato da Maria Grazia per Giacomo

 

Un premio

Bando Premio "La Ginestra"
 

Il Rotary Club Torre del Greco Comuni Vesuviani, in collaborazione con l’Ente per le Ville Vesuviane e l’Associazione Culturale Premio Elsa Morante Onlus, bandisce l’edizione 2007 del Premio Letterario La Ginestra. Il Premio si articola in due sezioni: Premio La Ginestra per la Poesia, e Premio La Ginestra per la Critica Leopardiana.

La partecipazione è gratuita e aperta a tutti. Per la sezione Premio La Ginestra per la Poesia potranno concorrere raccolte di poesia edite in Italia nell’ultimo biennio. Per la sezione Premio La Ginestra per la Critica Leopardiana potranno concorrere monografie scritte nell’ultimo triennio aventi come oggetto l’opera del poeta Giacomo Leopardi.

Le opere dovranno essere inviate in tredici copie entro il 30 aprile 2007 alla Segreteria del Premio presso Rotary Club Torre del Greco. Comuni Vesuviani, Hotel Satura, Via E.De Nicola, 80059 Torre del Greco con l’esatta indicazione del nominativo e recapito del concorrente che, con la partecipazione, si assume ogni responsabilità giuridica circa i diritti vantati sulle opere presentate in concorso.

Il premio "La Ginestra" che intende celebrare la figura di Giacomo Leopardi ed i luoghi che in Campania sono stati amati dal poeta recanatese, è stato ideato dal Rotary Club di Torre del Greco, ed organizzato in collaborazione con l’Ente Ville Vesuviane e dall’Associazione Culturale Premio Elsa Morante.

La giuria del premio è composta da: Guido Trombetti, Presidente, Rettore dell’Università Federico II, Giuseppe Blasi, Felice Casucci, Santa Di Salvo, Mauro Giancaspro, Matteo Palumbo, Maurizio Piscitelli, Valeria Sampaolo, Tjuna Notarbartolo, Segretaria del Premio.

La Giuria, nel corso di una manifestazione pubblica assegnerà il premio "La Ginestra", consistente in 1000 euro ed una scultura d’argento a quella che sarà giudicata l’opera più meritevole in ciascuna delle due sezioni.

La Giuria si riserva la facoltà di assegnazione di Premi Speciali. Le opere inviate non saranno restituite ma saranno archiviate nella biblioteca del Premio presso la Villa delle Ginestre in Torre del Greco, e custodite a cura dell’Ente per le Ville Vesuviane.

11/4/2007

Dal centro studi

E’ nato il Comitato scientifico del Centro nazionale studi leopardiani. A presiede il nuovo organismo è stato chiamato l’on. Franco Foschi, in qualità di presidente del Centro leopardiano e la Contessa Anna Leopardi come Vicepresidente, mentre a svolgere la funzione di coordinatore sarà Lucio Felici, critico letterario e studioso di Leopardi. La costituzione del nuovo organismo rappresenta il completamento del processo di riorganizzazione che ha interessato il Centro nazionale studi leopardiani. Percorso che ha visto anche l’immissione di nuovi soci, tutte personalità di grande spicco e prestigio del mondo culturale e accademico italiano.

Il primo atto del nuovo Consiglio di amministrazione dopo l’insediamento, è stato proprio l’individuazione del Comitato scientifico che risulta così composto da Luigi Blasucci, Fabiana Cacciapuoti, Ermanno Carini, Fiorenza Ceragioli, Franco D’Intino, Alberto Folin, Gilberto Lonardi, Emilio Peruzzi e Antonio Prete. L’insediamento è avvenuto in una riunione dei giorni scorsi, alla presenza della vicepresidente del Centro, la contessa Anna Leopardi, e del sindaco Fabio Corvatta.

La prima presa di posizione del Comitato scientifico è stato il sostegno entusiasta e totale alle linee programmatiche che in questi anni sono state portate avanti dal presidente on. Foschi, e nello stesso tempo è stata manifestata una prima adesione alle sue indicazioni per le attività future. Sin dalla prima riunione, inoltre, il Comitato ha avviato la discussione su varie questioni, che rappresentano i prossimi impegni del Centro nazionale studi leopardiani: le Celebrazioni per il 209esimo anniversario della nascita di Giacomo Leopardi, la designazione dell’oratore che terrà la lezione e verrà insignito del Premio Leopardi e lo spettacolo che si svolgerà sul Colle dell’Infinito. Oltre che delle Celebrazioni leopardiane, il Comitato si occuperà delle Celebrazioni del 70esimo anniversario della fondazione del Centro nazionale studi leopardiani, del dodicesimo Convegno internazionale di studi leopardiani e della stesura del bando per i premi per le tesi di laurea e dottorato da assegnare nel 2008.

Un’attività molto intensa, dunque, che viene portata avanti con grande entusiasmo dal Comitato, in una dimensione di assoluto prestigio e di attenzione da parte del mondo culturale sia italiano che internazionale.

E proprio questa dimensione sovranazionale sarà particolarmente coltivata, attraverso progetti strategici con università e istituti di cultura del mondo.

 

 

Lo Zibaldone in francese.

Leopardi tra letteratura e filosofia: lo Zibaldone
Al Salon du Livre di Parigi, un incontro organizzato dall’Associazione Italiana Editori per commentare il successo in Francia del capolavoro leopardiano.

di Francesca di Mattia

Lo Zibaldone di Giacomo Leopardi, grande poeta del diciannovesimo secolo, era l’ultimo grande capolavoro della letteratura italiana a non essere stato ancora tradotto in francese nella sua versione integrale. Ci ha pensato la casa editrice Allia, che nel novembre 2003 lo ha pubblicato in Francia, ottenendo un grandissimo successo: oltre quattromila copie vendute in pochi mesi.

L’Associazione Italiana Editori ha colto l’occasione per organizzare una tavola rotonda al Salon du Livre di Parigi, con esperti italiani e francesi, e per commentare questa grande opera, “dove la sua lingua suona come un violino”, come ha detto Carlo Ossola, saggista e professore al Collège de France. Quest’ultimo si è confrontato con Gérard Berréby, della casa editrice Allia, e con Bertrand Schefer, traduttore francese dello Zibaldone. Ha moderato l’incontro Robert Maggiori, giornalista di “Libération”.

Per cominciare mi rivolgo all’editore e al traduttore di quest’opera monumentale. Portare lo Zibaldone in Francia è stata un’operazione difficile?

Berréby: Abbiamo concepito l’idea della pubblicazione in francese in una prospettiva editoriale molto particolare. Ci siamo resi conto che sarebbe stato negativo caricare il testo di pesanti introduzioni o mini-saggi di corredo. Avrebbe tolto immediatezza e spontaneità alla poesia.
Così abbiamo deciso di pubblicarlo “vergine”, così com’era, privilegiando il Leopardi poeta più che il filosofo. E abbiamo centrato l’obiettivo: il libro ha avuto una grande accoglienza di pubblico.

Schefer: Per quanto riguarda la traduzione, posso dire che il pensiero portante dell’opera ricorre ciclicamente, cosa, questa, che mi ha dato l’impressione di dover più volte ricominciare da capo, per unificare lo stile dell’inizio e quello delle fasi successive.
Ho fatto una pausa di due anni, e in seguito, rileggendo quello che avevo tradotto, ho capito che il mio sguardo era cambiato. Ero diventato più lucido, in grado di affrontare il lavoro con maggiore consapevolezza.

Berréby: D’altra parte, tutta l’opera di Leopardi è frammentaria, non costituisce un sistema filosofico lineare, e mi ha dato lo spunto per confrontare questa frammentarietà con la nostra epoca, per comprendere il mondo attuale.

Schefer: Sì, vi è un senso di incompiutezza e di sospensione, ed è impossibile farne una sintesi ragionata. L’opera resta sempre aperta. Del resto Leopardi stesso scrisse in una lettera. “Non ho scritto opere, ma saggi”.

E infatti in francese la parola “essai”, saggio, vuol dire anche “prova”. Si può dire che la sua opera sia un “insieme di tentativi”?

Schefer: Leopardi non appartiene ad alcuna scuola filosofica, non si classifica, la sua è un’esperienza solitaria, che anticipa tutto il movimento poetico-filosofico del XIX secolo fino a Mallarmé.
Nella più assoluta libertà ha saputo prevedere le teorie di Baudelaire e Mallarmé sul rapporto con il mondo, esperienza che avviene raramente in filosofia.

Eppure, come diceva prima Berréby, Leopardi non ha cercato di costruire un sistema filosofico. Prof. Ossola, cosa ne pensa?

Ossola: Leopardi non ha mai avuto l’idea del progresso. Partiva da un assunto: “Noi siamo infelici”. E l’unico modo per salvarsi è ritornare all’infanzia dell’illusione, del mondo stesso.
Il suo è un pensiero solitario: per lui non esiste una verità del mondo e della storia, piuttosto esiste l’”infanzia del mondo”, che è il mito. Il mondo reale, invece, è un nemico.

Per lui l’opera non è nel suo compimento, ma nel cominciamento: altrimenti essa stessa si congelerebbe. Deve quindi restare ad un livello di illusione originaria.
Sono d’accordo con Berréby, Leopardi ha inaugurato la forma filosofica del frammento.

Leopardi non possiede la “felicità estetica”. Scrive in modo “archeologico”, fa in modo di preservare la parola dal mondo consumato, deteriorato. Nel suo pensiero vi è una grande modernità, una lucidità che oggi non ci appartiene. Lo Zibaldone ne è l’esempio mirabile.

Tra l’altro l’opera di Leopardi è stupefacente: ha riunito marxisti, ecologisti, illuministi. E non ha una collocazione precisa, ben identificabile.

Ossola: Questo dipende anche da ragioni storiche. Leopardi appartiene a due regni che non hanno avuto un seguito: quello della Chiesa e quello dei Borboni di Napoli.
L’occasione per rilanciare la sua opera poteva essere la pubblicazione della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, da cui però è stato escluso: un pensiero tanto radicale non poteva fornire idoli e favorire l’identità nazionale.

Poi è arrivato Croce, con la sua idea universale della storia e della scuola ideale: ancora oggi, nel bene e nel male, la sua riforma resta un punto fermo. Ma neanche in questa visione Leopardi è presente: è un infelice, e per lui il mondo si disperde in tanti frammenti.

Dopo il fascismo, e con la nascita dell’esistenzialismo – che si è nutrito delle opere leopardiane – il poeta torna in auge per l’integrità del suo pensiero. D’altronde, ha lavorato contro gli stereotipi della modernità. E oggi è fondamentale che Leopardi sia conosciuto in ogni paese, in ogni lingua.

Schefer: A me ha impressionato molto, nello Zibaldone, la capacità di esprimere concetti molto complessi in modo semplice e disarmante. E spesso l’autore ricorre a termini greci: per lui il greco dell’ellenismo è l’unica lingua che permette di decifrare concetti filosofici.
Non sono presenti sillogismi, la lingua che scrive è quella che si parla, e questo è il risultato di un lavoro sulla parola, intesa come espressione dei fenomeni della vita.

La realtà è vissuta attraverso il linguaggio, che prima cerca un’apertura sul mondo, ma poi arriva alla “depressione dei sentimenti”. Un’ambiguità emozionante, che si confronta con la disperazione assoluta: al fondo di tutto non c’è poesia, né pensiero. Piuttosto, una piccola fessura in cui si coglie la malinconia, l’unico stato d’animo da cui partire per avere un rapporto pieno con l’esistenza.
Nello Zibaldone ho notato un tentativo progressivo di mettersi a nudo completamente.

Ossola: Vorrei aggiungere che questa opera va letta come un "libro d’ore". La famiglia di Leopardi era cattolica, accogliente e nello stesso tempo formale. E lo stesso Giacomo aveva una devozione per le festività, un amore per le liturgie.

Sceglie gli argomenti su cui scrivere anche in rapporto alle scadenze religiose, come la festa del Corpus Domini. Coglie nel rito della messa l’”esercizio del vocabolario”.
Compie la ricerca sostanziale di una lingua che esiste solo nel particolare, nella particella dell’ostia. Applica la filologia alla religione.

Con L’infinito Leopardi ha la coscienza che l’uomo non è più grande del mondo, e concepisce un “pensiero dei limiti”, da cui è stato molto attirato Calvino, che in Palomar elabora una rappresentazione della propria morte.
E in entrambi il limite diventa una responsabilità etica: o viviamo sempre nell’inferno senza uscirne mai, oppure tutti i giorni cerchiamo di trovare una piccola apertura, un “minimo” che inferno non è, indispensabile per il nostro presente.

Lettera al de Sinner

24 maggio 1832:
“Voi dite benissimo ch’egli è assurdo l’attribuire ai miei scritti una tendenza religiosa. Quels que soient mes malheurs, qu’on a jugé à propos d’étaler et que peut-être on a un peu exagérés dans ce Journal, j’ai eu assez de courage pour ne pas chercher à en diminuer le poids ni par de frivoles espérances d’une prétendue félicité future et inconnue, ni par une lâche résignation. Mes sentiments envers la destinée ont été et sont toujours ceux que j’ai exprimés dans Bruto minore. Ç’a été par suite de ce même courage, qu’étant amené par mes recherches à une philosophie désespérante, je n’ai pas hésité a l’embrasser toute entière; tandis que de l’autre côté ce n’a été que par effet de la lâcheté des hommes, qui ont besoin d’être persuadés du mérite de l’existence, que l’on a voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes souffrances particulières, et que l’on s’obstine à attribuer à mes circonstances matérielles ce qu’on ne doit qu’a mon entendement. Avant de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse et de la vulgarité, et prier mes lecteurs de s’attacher à détruire mes observations et mes raisonnements plutôt que d’accuser mes maladies.”

Voci precedenti più vecchie