Caspita….

CLT – Lettere immaginarie / Giacomo Leopardi al ministro Tremonti

Lettere immaginarie / Giacomo Leopardi al ministro Tremonti

Roma, 21 ott (Velino) – Stimato signor Giulio. – Quassù corre voce che dalla bufera finanziaria che infuria nel vostro mondo, l’America e l’Europa usciranno in modi diversi. Un vostro esperto del ramo, il prof. Salvatore Carruba, in un articolo scritto per il “Sole 24Ore, una gazzetta molto apprezzata per la serietà dei suoi contributi all’analisi dei problemi economici, ha infatti recentemente spiegato che la somiglianza fra i provvedimenti con cui sia il Nuovo che il Vecchio Mondo stanno reagendo alla crisi in corso, pur trattandosi in entrambi i casi di misure consistenti in robuste iniezioni di statalismo, è in effetti soltanto apparente.
Sembra del resto anche a me che mentre per l’America si tratta di misure temporanee, prese obtorto collo e in sostanza incompatibili con la radicata cultura individualista, liberale e libertaria degli States, l’Europa, che nei decenni passati aveva subito più che abbracciato con convinzione il liberalismo economico, potrebbe cedere alla tentazione di tornare, con le solite ricette dirigiste e socialisteggianti, allo statalismo di sempre. E questo, signor ministro, mi creda, sarebbe un vero disastro. Nonché uno sfacciato tradimento della vocazione originaria dell’attuale governo. (segue)


Lei forse spazientito mi dirà: ma di che cosa s’impiccia adesso questo letteratone che dedicò la vita alla contemplazione delle stelle e della luna, all’elogio dei colli, degli orti e delle donzellette del suo borgo, allo studio dei poeti e pensatori antichi, alla composizione di poesie e di prose insieme soavi e disperate, e soprattutto all’elaborazione di una visione dell’esistenza basata sulla metodica distruzione di tutte le umane illusioni? Come si permette questo infelice cantore di misteriose pene e di arcani errori giovanili di mettersi da morto a cicalare di concretissime cose economiche? Insomma che cosa può saperne di volgari tempeste finanziarie questo triste nobiluccio di provincia avvezzo a naufragar nel mar dell’infinito?


Mi dispiace contraddirla. Dei misteri dell’economia e della finanza, del commercio e dell’industria, io, a ventitré anni, avevo già capito tutto. E riassunsi il mio sapere in questa luminosa paginetta: “Chi mi chiedesse quanto e fino a qual segno la filosofia si debba brigare delle cose umane e del regolamento dello spirito, delle passioni, delle opinioni, dei costumi, della vita umana; risponderei tanto e fino a quel punto che i governi si debbono brigare dell’industria e del commercio nazionale a voler che questi fioriscano, vale a dire non brigarsene né punto né poco. E sotto questo aspetto la filosofia è veramente e pienamente paragonabile alla scienza dell’economia pubblica. La perfezione della quale consiste nel conoscere che bisogna lasciar fare alla natura, che quanto il commercio (interno ed esterno) e l’industria è più libera tanto più prospera, e tanto meglio camminano gli affari della nazione; che quanto più e regolata tanto più decade e vien meno; che insomma essa scienza è inutile perché il suo meglio è fare che le cose vadano come se ella non esistesse, e come anderebbero da per tutto dov’ella e i governi non s’intrigassero del commercio e dell’industria; e la sua perfezione è interdirsi ogni azione, conoscere il danno ch’essa medesima reca e in somma non far nulla, al quale effetto gli uomini non avevano bisogno di economia politica, ma s’ella non fosse stata, ciò si sarebbe ottenuto allo stesso modo, e meglio”.


Leggo nel suo sguardo un’espressione di vago stupore. Crede forse che questa nota non sia farina del mio sacco? In tal caso non le resta che verificare. Prenda una copia del mio “Zibaldone”, il monumentale brogliaccio in cui annotai per anni tutti i miei pensieri, e la troverà registrata sotto la data del 23 febbraio 1823.

(Ruggero Guarini) 21 ott 2008 16:08

L’esistenza dell’uomo

Tutto è o può esser contento di se stesso, eccetto l’uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose. (Zib. 29, s.d.)

Cuore rossoPostato da Maria GraziaRosa rossa

La pagina

Zibaldone, pagg. 4175 – 4176

Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

Un pensiero di Giacomo

Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l’effetto e l’esperienza della civilizzazion presente deciderà per la prima volta. – Parlando con un famoso ed eloquente avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono l’immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei medesimi delitti), che esaltano l’anima la più fredda (come è la mia). Certo niente o ben poco di simile nelle parti men barbare dell’Italia, e [4290]nel resto d’Europa, nè per l’una nè per l’altra parte.

(Firenze. 18. Sett. 1827.)

L’incipit

Era la luna nel cortile, un lato

Tutto ne illuminava, e discendea

Sopra il contiguo lato obliquo un raggio…

Nella (dalla) maestra via s’udiva il carro

Del passegger, che stritolando i sassi,

Mandava un suon, cui precedea da lungi

Il tintinnìo de’ mobili sonagli.

Sull’amicizia…

A me è avvenuto di conservare per lo più ogni amicizia contratta una volta, eziandio con persone difficilissime, di cui tutti a poco andare si disgustavano, o che si disgustavano con tutti. E la cagion, per quello che io posso trovare, è che io non mi disgusto mai di un amico per sue negligenze, e per nessuna sua azione che mi sia o nocevole o dispiacevole; se non quando io veggo chiaramente, o posso con piena ragione giudicare in lui un animo e una volontà determinata di farmi dispiacere e offesa. Cosa che in verità è rarissima. Ma a vedere il procedere degli altri comunemente nelle amicizie, si direbbe che gli uomini non le contraggono se non per avere il piacere di romperle; e che questo è il principal fine a cui mirano nell’amicizia: tanto studiosamente cercano e tanto cupidamente abbracciano le occasioni di rompersi coll’amico, eziandio frivolissime, ed eziandio tali che essi medesimi nel fondo del loro cuore non possono a meno di non discolpar l’amico, e di non conoscere che quella offesa o dispiacere, almen secondo ogni probabilità, non venne da volontà determinata di offenderli.

(7. Apr. 1827.)

 Pubblicato da Maria GraziaRosa rossa

Che ne dite?

 

Lo Zibaldone in inglese (2)

Su Libero di oggi (16 maggio 2007) è apparso un lungo articolo, firmato da Massimiliano Parente ("Esportiamo Leopardi. Con un euro si può"), che riprende il nostro appello per la pubblicazione dello Zibaldone in lingua inglese apparso due giorni fa. È una bella sorpresa e non possiamo che esserne contenti. Che le pagine culturali di un quotidiano -dotato di ben altri mezzi e in grado di raggiungere un maggior numero di lettori- decidano di mobilitarsi su una causa come questa è sempre e comunque una buona cosa. Speriamo anzi che -come pare di capire dall’articolo- non si fermino qui ma vadano avanti nella raccolta di fondi. Speriamo anche che altri giornali si sveglino e decidano di fare la loro parte.
Quanto a noi, comunichiamo un numero di conto corrente. Chi vorrà, potrà fare un versamento:
 
Banca Sanpaolo di Torino
Agenzia Roma 61
ABI 01025
CAB 03289
C.C. 1090 intestato a Franco D’Intino.
 
Invitiamo ad aggiungere al versamento nome e cognome e/o indirizzo e-mail per poterci eventualmente permettere di contattare e ringraziare i sottoscrittori e di pubblicare i loro nomi.
Terremo informati i nostri lettori della cifra via via raggiunta.
Rinnoviamo l’invito ad altri siti e blog a far circolare in rete questa iniziativa e il numero di conto corrente.
 
Per finire, antricipiamo qui una pagina dello Zibaldone nella traduzione inglese.
 
 
Zibaldone 102-104 (gennaio 1820):
 
"There are three ways of looking at things. The first and most blessed is the way of those who are more spirit than body, by which I mean men of genius and sensibility, for whom there is nothing that does not speak to the imagination and the heart, and who find everywhere material which inspires them to feel and to live in a continuous rapport with things, with the infinite and with man, a life indefinable and vague. In other words, these are people who see everything in its infinite aspect and in relation to the impulses of their souls. The other and more usual way is of those for whom things have more substance and little spirit, by which I mean the average person (average with regard to the imagination and feeling, and not with regard to everything else such as science, politics etc etc) who, without being sublimely inspired by anything, find reality in everything and see things just as they appear in nature and as they are ordinarily regarded, and behave accordingly. This is the normal way, the most conducive to happiness, which without leading to any grand vision or insights into the meaning of existence, still gives life a purpose, one of which we may be scarcely aware, that remains constant and unchanging and follows an even course, whatever the circumstances, from the cradle to the grave. The third way, which is grim and desperate yet the only truthful one, is the view of those for whom things have neither spirit nor body but are totally vain and insubstantial. I mean philosophers and those people with deep feelings who, having learned from bitter experience, move in one jump from the first way of seeing things to the last without touching the second. Everywhere they find and feel nothing but emptiness, they see the vanity of human cares, desires, hopes and those ideals by which we live and without which life has no meaning. And I would like to note here how we boast that our superiority over other animals lies in human reason through which we imagine we can achieve perfection. Yet reason is inadequate and, I would say, not only quite incapable of making us happy but even of making us less unhappy, much less of making us wise which is supposed to be the main function of reason.  Because anyone who becomes so obsessed with thinking about and feeling continuously the true and certain nullity of everything in such a way that neither the succession and variety of things nor some chance event has any power to distract them from this idea, would be absolutely mad, if only because anyone chosing to live by this indisputable principle should be able to predict exactly where it would lead. It is quite certain that most of the time we behave as if we are subject to a kind of distraction or forgetfulness which is directly contrary to reason. Although this might seem real madness, it is our only sensible choice, our only consistent and abiding wisdom whereas the others are not, or only intermittently. From which we see how wisdom as we commonly understand and live by it, is closer to nature than to reason, coming between the two and never, as is usually maintained, arising from the latter alone, and how reason pure and simple, by its very nature, is an obvious route to inevitable and total madness."
 
Traduzione (provvisoria) di Kay Baldwin, copyright: Leopardi Centre, Birmingham
 
 
[Ci sono tre maniere di vedere le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo, e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c’è cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga, in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro. L’altra e la più comune di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito, e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, p.e. alla scienza, alla politica ec. ec.) che senza essere sublimati da nessuna cosa, trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono, e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita, di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro. La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno nè spirito nè corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita per modo che senza esse non è vita. E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione. Perchè chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successone e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacchè volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai come si dice volgarmente con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.]

Pubblicato da Giuseppe
      

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