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Lo Zibaldone in inglese (2)

Su Libero di oggi (16 maggio 2007) è apparso un lungo articolo, firmato da Massimiliano Parente ("Esportiamo Leopardi. Con un euro si può"), che riprende il nostro appello per la pubblicazione dello Zibaldone in lingua inglese apparso due giorni fa. È una bella sorpresa e non possiamo che esserne contenti. Che le pagine culturali di un quotidiano -dotato di ben altri mezzi e in grado di raggiungere un maggior numero di lettori- decidano di mobilitarsi su una causa come questa è sempre e comunque una buona cosa. Speriamo anzi che -come pare di capire dall’articolo- non si fermino qui ma vadano avanti nella raccolta di fondi. Speriamo anche che altri giornali si sveglino e decidano di fare la loro parte.
Quanto a noi, comunichiamo un numero di conto corrente. Chi vorrà, potrà fare un versamento:
 
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ABI 01025
CAB 03289
C.C. 1090 intestato a Franco D’Intino.
 
Invitiamo ad aggiungere al versamento nome e cognome e/o indirizzo e-mail per poterci eventualmente permettere di contattare e ringraziare i sottoscrittori e di pubblicare i loro nomi.
Terremo informati i nostri lettori della cifra via via raggiunta.
Rinnoviamo l’invito ad altri siti e blog a far circolare in rete questa iniziativa e il numero di conto corrente.
 
Per finire, antricipiamo qui una pagina dello Zibaldone nella traduzione inglese.
 
 
Zibaldone 102-104 (gennaio 1820):
 
"There are three ways of looking at things. The first and most blessed is the way of those who are more spirit than body, by which I mean men of genius and sensibility, for whom there is nothing that does not speak to the imagination and the heart, and who find everywhere material which inspires them to feel and to live in a continuous rapport with things, with the infinite and with man, a life indefinable and vague. In other words, these are people who see everything in its infinite aspect and in relation to the impulses of their souls. The other and more usual way is of those for whom things have more substance and little spirit, by which I mean the average person (average with regard to the imagination and feeling, and not with regard to everything else such as science, politics etc etc) who, without being sublimely inspired by anything, find reality in everything and see things just as they appear in nature and as they are ordinarily regarded, and behave accordingly. This is the normal way, the most conducive to happiness, which without leading to any grand vision or insights into the meaning of existence, still gives life a purpose, one of which we may be scarcely aware, that remains constant and unchanging and follows an even course, whatever the circumstances, from the cradle to the grave. The third way, which is grim and desperate yet the only truthful one, is the view of those for whom things have neither spirit nor body but are totally vain and insubstantial. I mean philosophers and those people with deep feelings who, having learned from bitter experience, move in one jump from the first way of seeing things to the last without touching the second. Everywhere they find and feel nothing but emptiness, they see the vanity of human cares, desires, hopes and those ideals by which we live and without which life has no meaning. And I would like to note here how we boast that our superiority over other animals lies in human reason through which we imagine we can achieve perfection. Yet reason is inadequate and, I would say, not only quite incapable of making us happy but even of making us less unhappy, much less of making us wise which is supposed to be the main function of reason.  Because anyone who becomes so obsessed with thinking about and feeling continuously the true and certain nullity of everything in such a way that neither the succession and variety of things nor some chance event has any power to distract them from this idea, would be absolutely mad, if only because anyone chosing to live by this indisputable principle should be able to predict exactly where it would lead. It is quite certain that most of the time we behave as if we are subject to a kind of distraction or forgetfulness which is directly contrary to reason. Although this might seem real madness, it is our only sensible choice, our only consistent and abiding wisdom whereas the others are not, or only intermittently. From which we see how wisdom as we commonly understand and live by it, is closer to nature than to reason, coming between the two and never, as is usually maintained, arising from the latter alone, and how reason pure and simple, by its very nature, is an obvious route to inevitable and total madness."
 
Traduzione (provvisoria) di Kay Baldwin, copyright: Leopardi Centre, Birmingham
 
 
[Ci sono tre maniere di vedere le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche più spirito che corpo, e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c’è cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga, in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci dell’animo loro. L’altra e la più comune di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto spirito, e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, p.e. alla scienza, alla politica ec. ec.) che senza essere sublimati da nessuna cosa, trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono, e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita, di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al sepolcro. La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno nè spirito nè corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita per modo che senza esse non è vita. E qui voglio notare come la ragione umana di cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere quello dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione. Perchè chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successone e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacchè volendosi governare secondo questo incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e non mai come si dice volgarmente con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.]

Pubblicato da Giuseppe
      

Pagine dello Zibaldone

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Giacomo Leopardi (1798-1837)

 

Giacomo Leopardi in un francobollo commemorativo italiano del 1937
Dallo: Zibaldone  [1821 e 1824] [1].

/ p. 1840 / Non sarebbe fischiato oggidì, non dico in Francia, ma in qualunque parte del mondo civile, un poeta, un romanziere ec. che togliesse [scegliesse, Ndr] per argomento la pederastia.[2], o l’introducesse in qualunque modo; anzi chiunque in una scrittura alquanto nobile s’ardisse di pur nominarla senza perifrasi? 

Ora la più polita [3] nazione del mondo, la Grecia, l’introduceva nella sua mitologia (Ganimede), scriveva elegantissime poesie su questo soggetto, donna a donna (Saffo), uomo a giovane (Anacreonte) ec. ec. ne faceva argomento di dispute o trattati rettorici o filosofici (I. ep.<istola> greca di Frontone.[4]), ne parlava nelle più nobili storie colla stessissima disinvoltura, con cui si parla degli amori tra uomo e donna ec. Anzi si può dir che tutta la poesia, la filosofia e la filologia erotica greca versasse principalmente sulla pederastia, essendo presso i greci troppo volgare e creduto troppo sensuale, basso, triviale, indegno della poesia ec. l’amor delle donne, appunto perché naturale. V.<edi> il Fedro, il Convito di Platone gli Amori di Luciano ec.

Il vantato amor platonico (sì sublimemente espresso nel Fedro) non è che pederastia. Tutti i sentimenti nobili che l’amore inspirava ai greci, tutto il sentimentale loro in amore, sia nel fatto sia negli scritti, non appartiene ad altro che alla pederastia, e negli scritti di donne (come nella famosa ode o frammento di Saffo fàinetai moi.[5] ec.), all’amor di donna verso donna.

Basta conoscere un sol tantino la letteratura greca da Anacreonte ai romanzieri, per non dubitar di questo, come alcuni hanno fatto (epist.<ole> di Filostrato, Aristeneto ec. [6]).

E Virgilio il più circospetto non solo degli antichi poeti, ma di tutti i poeti, e forse scrittori; certo il più polito ed elegante di quanti mai scrissero; intendente [7], gelosissimo, e / p. 1841 / modello di finezza, e d’ogni squisitezza di coltura, in un tempo [8] ec. ec. ridusse ed applicò all’infame pederastia il sentimento, e ne fece il soggetto di una storietta sentimentale nel suo Niso ed Eurialo.

(4 Ott. 1821)
 

Scena di corteggiamento omosessuale, da un vaso greco del IV secolo a.C.

/ p.1841 / V<edi> il pensiero precedente, e nota che forse all’esuberanza di vita si può attribuire la grande universalità della pederastia nella Grecia, e in oriente (dove credo che questo vizio ancor domini), mentre fra noi bisogna convenire che questo è un vizio antinaturale, un’inclinazione che il solo eccesso di libidine snaturante i gusti e l’inclinazioni degli uomini, può produrre. 
Così discorrete degli antichi (certo esuberanti di vita) rispetto ai moderni.

(4 Ott. 1821)

fregio di separazionefregio di separazionefregio di separazione

 / p. 4047 / (…) Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza infame che fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria de’ barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto tempo (lasciando i romani), e sì propria [e tanto comune, NdR] che sempre che i greci scrivono d’amore in verso o in prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di questo siffatto, voluto fino ridurre in sentimentale da Platone massimamente [9], nel Convivio e più nel Fedro, e altrove, e da Senofonte poi nel Convivio. E Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata.

Quanto noccia [sia nocivo NdR] questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è manifesto ec. ec.

Aggiungansi similmente gli spettacoli de’ gladiatori, e l’altre barbarie romane ec. ec. 

(15 Marzo 1824)

L’autore ringrazia fin d’ora chi vorrà aiutarlo a trovare immagini e ulteriori dati su persone, luoghi e fatti descritti in questa pagina, e chi gli segnalerà eventuali errori in essa contenuti.

Note

[1] Il testo da: Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, Le Monnier, Firenze 1921-1924, come online nel Progetto Manuzio (online si trova anche qui). 
L’opera è più nota come Zibaldone di pensieri: è una raccolta di appunti ed osservazioni.
(In arancione le parole che in futuro conterranno i link verso i documenti citati).

Su quella che io penso sia l’omosessualità di Leopardi si veda il saggio biografico che gli ho dedicato.

[2] In quest’epoca il termine indicava, come eufemismo, non tanto la pedofilia, quanto il coito anale fra uomini.

[3] Nel senso di "civile".

[4] Leopardi allude qui al cosiddetto Discorso sull’amore [Lògos erotikòs] [ca. 139 d.C.] di Marco Cornelio Frontone (ca. 100 – ca. 166/170 d.C.). Una traduzione italiana, col testo greco a fronte, è in: Marco Cornelio Frontone, Opere, Utet, Torino 1979, pp. 503-511.
Si tratta di una dissertazione scritta sulla falsariga del Fedro di Platone, in cui l’autore confronta se stesso, (ammiratore non innamorato), con un "innamorato", e sostiene che la propria disinteressata e temperante amicizia è migliore di quella dell’innamorato.

[5] Le prime due parole ("A me sembra…") di una celebre poesia di Saffo (nel testo di Leopardi le due parole sono scritte in caratteri greci: le ho traslitterate io).

[6] Allusione alle numerose lettere d’amore omosessuale contenute in: Filostrato di Lemno senior (ca. 170-ca. 245 d.C.), Lettere [Epistolài erotikài] [sec. II-III d.C.]. In: Le opere dei due Filostrati, Tipografia Molina, Milano 1831, vol. 2, pp. 349-405. Testo greco in: The letters of Alciphron, Aelian and Philostratus, Loeb 1959, pp. 415-545. L’altro documento a cui si allude è: Aristeneto di Nicea (secc. V-VI d.C.), Lettere [Erotikài epistolài] [ca. 500 d.C.], in: Collezione degli erotici greci tradotti in volgare, Capurro, Pisa 1817, vol. 4. Testo greco: Epistolarum libri II, Teubner, Stuttgart 1971. (Si veda I, 8  e I, 20).

[7] "Conoscitore".

[8] "Al tempo stesso".

[9] "Soprattutto".


Ripubblicazione consentita previo permesso dell’autore: scrivere per accordi.

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Passeggiata solitaria…

 
 
 
 
 Ogni tanto mi prende il desiderio di passeggiare anche in questo "giardino"… Anche qui trovo Giacomo… anche qui il suo nome…. E anche se il giardino non è di mia proprietà, approfitto delle  chiavi affidatemi per passeggiarvi piacevolmente… Sono passeggiate solitarie le mie ma forse meglio così.. L’affollamento può distogliere dalla riflessione e/o offendere la sensibilità… Qui, nel silenzio, qui dove anche la musica s’interrompe improvvisamente, sembra di trovare un clima di attesa, di sospensione, di domanda… Del Pastore errante? Forse…
Ciao Giacomo!
 
 
 
(Pubblicato da Maria Grazia )
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Il coro delle mummie

Leopardi, Coro dei morti nello studio di
Federico Ruysch

Federico
Ruysch (l638-l73l), medico e anatomista olandese, scoprí un metodo per
preservare dalla putrefazione i cadaveri. La canzone che segue costituisce
l’inizio del
Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: lo
scienziato, sentendo i propri morti cantare, entra nello studio e comincia a
interrogarli.

Il canto
si apre con l’affermazione della certezza e della naturalità della morte e con
la descrizione della condizione degli uomini dopo la morte. Il discorso è in
forma impersonale e potrebbe essere pronunciato da qualunque mortale. Poi,
improvvisa, la rivelazione: sono i morti a parlare (“Vivemmo”). Quella di “far
parlare i morti” non è certo una invenzione di Leopardi (si pensi solamente a
Dante), ma qui è originale il rapporto che è proposto fra morte e vita: non c’è
rimpianto per la vita che non è piú e di essa non si ha che un pallidissimo
ricordo; la vita è per i morti ciò che la morte è per i vivi: “cosa arcana e
stupenda”. In questo rovesciamento i morti “rifuggono” la vita come i vivi la
morte. Non si tratta di un rovesciamento simmetrico, come quello  delle immagini speculari, ma piuttosto come
quello fra negativo e stampa nella fotografia: il nero al posto del bianco, il
pieno al posto del vuoto. La vita e la morte sono entrambe reali, ma
inconciliabili. Il realismo leopardiano attribuisce un vantaggio alla morte:
rispetto alla vita essa è “certa”. Ma non si pensi – conclude Leopardi per bocca
delle mummie – che la morte sia il raggiungimento di qualche felicità: l’“esser
beato” è negato, in ugual misura, ai vivi e ai morti.

 

G. Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e
delle sue mummie
(l824)

 

1            
Sola nel mondo eterna, a cui si volve

2            
Ogni creata cosa,

3            
In te, morte, si posa

4            
Nostra ignuda natura;

5            
Lieta no, ma sicura

6            
Dall’antico dolor. Profonda notte

7            
Nella confusa mente

8            
Il pensier grave oscura;

9            
Alla speme, al desio, l’arido spirto

10          
Lena mancar si sente:

11          
Cosí d’affanno e di temenza è sciolto,

12          
E l’età vote e lente

13          
Senza tedio consuma.

14          
Vivemmo: e qual di paurosa larva,

15          
E di sudato sogno,

16          
A lattante fanciullo erra nell’alma

17          
Confusa ricordanza:

18          
Tal memoria n’avanza

19          
Del viver nostro: ma da tema è lunge

20          
Il rimembrar. Che fummo?

21          
Che fu quel punto acerbo

22          
Che di vita ebbe nome?

23          
Cosa arcana e stupenda

24          
Oggi è la vita al pensier nostro, e tale

25          
Qual de’ vivi al pensiero

26          
L’ignota morte appar. Come da morte

27          
Vivendo rifuggia, cosí rifugge

28          
Dalla fiamma vitale

29          
Nostra ignuda natura

30          
Lieta no ma sicura;

31          
Però ch’esser beato

32          
Nega ai mortali e nega a’ morti il fato.

 

(G. Leopardi, Tutte le opere, Sansoni,
Firenze, l988
5, vol. I, pag. l34)

 

 

Non è sconvolgente?

 

Citazione

Non è sconvolgente?
Data e ora di inserimento: (01-05-2007, 10:10:33)

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Prepariamoci a spostare le lapidi della poesia leopardiana riferite alle due figure femminili di Silvia e Nerina, e a rivedere alcuni punti fermi della letteratura legata al sommo poeta recanatese. La scoperta, fatta da Carlo Trevisani, responsabile della sezione leopardiana del Centro Studi portorecanatesi, ha del clamoroso, perché se sono giusti, e lui ne è più che sicuro, certi riferimenti anagrafici e poetici, non sarebbe più possibile identificare Silvia in Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta a 21 anni di tisi, e Nerina in Maria Belardinelli, altra ragazza morta giovane. Perchè le cose vanno esattamente rovesciate: Nerina è Teresa Fattorini e Silvia è Maria Belardinelli. Com’è arrivato Trevisani a questa conclusione, resa pubblica nel corso di un incontro a Porto Recanati, svolto in coppia con Donatella Donati, sul tema "Giacomo Leopardi – L’amore e gli amori"? L’identificazione corrente nasce, dice Trevisani, da alcune dichiarazioni che Carlo Leopardi fece a Prospero Viani a proposito delle due ragazze cantate dal poeta, in cui afferma: “Molto più romanzeschi che veri gli amori di Nerina e di Silvia (Maria Belardinelli e Teresa Fattorini?)…Una era la figlia del cocchiere, l’altra una tessitora.” Ecco la prima prova che Silvia non è Teresa Fattorini, afferma Trevisani: se delle due una era la figlia del cocchiere e l’altra una tessitora, dove troviamo nella poesia del Leopardi la tessitora? Proprio nella poesia a Silvia: “D’in sui veroni del paterno ostello/ Porgea gli orecchi al suon della tua voce,/ Ed alla man veloce/ Che percorrea la faticosa tela”. Da questi versi emerge, afferma Trevisani, che si è commesso un errore clamoroso nell’identificare Silvia con la figlia del cocchiere Teresa Fattorini, perché in realtà è Maria Belardinelli la giovane che tesse la tela.

Per avere una conferma è andato anche a scartabellare nei registri presenti nella Parrocchia di Montemorello. Con l’aiuto del parroco, Don Antonio Castellani, ha scoperto che Maria Belardinelli è morta il 3 novembre 1827. Nei versi di "A Silvia" è scritto: “Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,/ Da chiuso morbo combattuta e vinta,/ Perivi, o tenerella….”. Tale riferimento non può che essere a Maria Belardinelli, che è morta il 3 novembre, cioè “pria che l’erbe inaridisse il verno”, e non a Teresa Fattorini, che è morta all’inizio dell’autunno, il 30 settembre 1818. Trevisani sovverte quindi una convinzione comune, ormai accettata da tutti gli studiosi e biografi leopardiani. Con quali conseguenze interessanti è facile immaginare, a cominciare dalla collocazione di alcune lapidi, come quella posta sulla casa antistante Palazzo Leopardi. In quella collocazione, sostiene Trevisani, i versi di “A Silvia” sono impropri, perché riferiti alla "tessitora" Maria Belardinelli, compianta per la sua morte prematura, e andrebbero opportunamente sostituiti con quelli de "Le Ricordanze" dedicati alla Nerina – Teresa Fattorini, "figlia del cocchiere", la sola delle due ragazze realmente amata dal poeta: "..quella finestra,/ Ond’eri usata favellarmi, ed onde/ mesto riluce delle stelle il raggio/ E’ deserta..  da www.leopardi.it

Vien  da dire: perchè non ci ho pensato io?

Debbo confessare che in cuor mio ho sempre preferito Nerina alla più famosa Silvia. Le ricordanze  è un canto d’amore. La Nerina che danza è una creatura celestiale.

Ma Teresa Fattorini mi ha sempre affascinato più della Belardinelli. Adesso si scopre che Teresa è Nerina. Che meraviglia!