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Giacomo Leopardi, biografia
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sabato 14 giugno 2008

Per rendere più completo il nostro Speciale maturità e soprattutto per ricordarne la morte, pubblichiamo la biografia del grande poeta, filosofo e scrittore nato a Recanati il 29 giugno 1798 e morto a Napoli il 14 giugno 1837.

giacomo_leopardi_ferrazzi.jpgGiacomo Leopardi ha saputo, con la sua poesia, dare voce a chi si sente escluso, emarginato dalla vita sociale, solo. Molti adolescenti, nella fase “ingrata” in cui hanno problemi di relazione con la famiglia, con gli altri e con la scuola, trovano  conforto nelle liriche del poeta di Recanati, e si sono immedesimano nell’uccello protagonista di “Il passero solitario”: “Tu pensoso in disparte il tutto miri,/non compagni, non voli,/non ti cal d’allegria, schivi gli spassi”. Il pessimismo è centrale nei suoi lavori e anzi è l’elemento che porta i critici a dividere la sua opera in due fasi: quella del “pessimismo storico” (il male di vivere è legato alla situazione contemporanea, al periodo storico in cui vive Leopardi) e quella del “pessimismo cosmico” (l’infelicità è sentita come una condizione esistenziale ineluttabile che accompagna l’uomo da sempre).
La vita di Leopardi è segnata in maniera decisiva dagli anni giovanili trascorsi nella casa paterna a Recanati, il “natìo borgo selvaggio”. Il padre, il conte Monaldo, era un uomo di vasta cultura, severo e freddo con i figli e la madre, la marchesa Adelaide Antici, donna rigida e dura, era completamente assorbita dai problemi finanziari della famiglia, ricca ma in fase di dissesto economico.

Giacomo Leopardi, che era fisicamente cagionevole ma di grandissima precocità intellettuale, si ritira nella fornitissima biblioteca paterna dove si rifugia nello studio. È un periodo deleterio per il suo fragile fisico e che in epoca successiva il poeta ricorderà, forse con una punta di rimpianto, come i “sette anni di studio matto e disperatissimo”. Sono anni di formazione in cui il giovane si costruisce un cospicuo bagaglio culturale (imparò il latino, il greco e l’ebraico) e compone opere di grande erudizione quali la “Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811” (1813) e “Il saggio sopra gli errori popolari degli antichi” (1815). Tra il 1815 e il 1816 si viene definendo quella che è la sua autentica vocazione attraverso la “conversione letteraria”, ovvero l’inizio della produzione poetica con “Le rimembranze” e l’“Appressamento della morte”. Dal 1817 comincia a redigere le note, gli appunti, le riflessioni filosofiche e letterarie che verranno poi raccolte nello “Zibaldone”. Intanto il suo isolamento viene interrotto dalla corrispondenza con Pietro Giordani, un importante figura di intellettuale che lo incoraggia e accoglie affettuosamente i suoi sfoghi per la vita a Recanati.
Nel 1819 l’esasperazione del giovane per l’ambiente in cui è costretto a vivere tocca livelli altissimi: tenta di scappare da Recanati ma il padre scopre il suo progetto e lo costringe a rinunciare. Nel dolore nascono i grandi capolavori, e infatti il 1819 è anche l’anno in cui compone “L’infinito”, opera in cui la fallita fuga reale viene sostituita da una fuga mentale che gli permette di connettersi all’eternità, al passato e al presente e di proiettarsi in spazi senza limiti. Il tanto atteso viaggio lontano dalle Marche si verifica nel 1822 quando il poeta ha l’occasione di recarsi a Roma, dove soggiorna per qualche mese dallo zio Carlo Antici. La permanenza, però, si rivela una delusione poiché si trova a disagio negli ambienti letterari e neanche le rovine antiche della capitale riescono a scatenare il suo entusiasmo. Dopo il rientro a Recanati, nel 1824, comincia a dedicarsi alle “Operette morali”. Nell’opera l’autore affronta in prosa, spesso in forma di dialogo, una serie di questioni filosofiche. In “Il dialogo della Natura e di un islandese” traduce il disagio di vivere in immagini concrete di mali fisici e materiali: la Natura si rivela matrigna nemica e crudele per l’uomo condannato all’infelicità e alla solitudine. L’Islanda era, infatti, considerata all’epoca uno dei luoghi in cui le condizioni ambientali rendevano la vita degli abitanti estremamente difficile e dura. Nel “Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez” la situazione degli uomini che Colombo ha convinto a partire con lui, con la solitudine del mare e con i pericoli del viaggio, viene elevata a generale condizione umana.
Nel 1825 un impiego presso l’editore milanese Stella gli consente di lasciare la casa paterna per andare a vivere tra Bologna e Milano. Nel 1828 scrive la famosa poesia “A Silvia” in cui riannoda i fili della memoria e dei ricordi per esprimere la delusione delle speranze giovanili, attraverso l’immagine della fanciulla bella e felice che, però, è condannata a una morte prematura. Nello stesso anno l’interruzione del rapporto di lavoro con l’editore Stella e l’aggravarsi delle condizioni di salute lo costringono a rientrare a Recanati. È un periodo terribile nel quale, però, vedono la luce i “grandi idilli”, capolavori assoluti della lirica mondiale: “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. In quest’ultima poesia la dolorosa condizione umana viene espressa per bocca di un  pastore dell’Asia centrale, personaggio vicino alla natura e non compromesso dalle sovrastrutture mentali dell’uomo moderno. È uno dei più alti esempi del “pessimismo cosmico”: l’infelicità accomuna tutti gli esseri umani, dall’intellettuale Leopardi al pastore asiatico. Nel 1830 ha l’opportunità di lasciare definitivamente Recanati per andare a vivere a Firenze. Qui cura un’edizione dei suoi “Canti” e vive una passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti che si conclude con un’amara delusione (da questa frustrante storia sentimentale nasce il “ciclo di Aspasia”). Nel 1833 si trasferisce a Napoli e qui nasce l’estremo capolavoro: “La ginestra”. Di fronte a una natura matrigna e ingrata si staglia la ginestra, fiore che resiste alla sua potenza distruttiva. La lirica è percorsa da una polemica antireligiosa che con le sue idee spiritualistiche impedisce all’uomo di guardare in faccia la realtà della propria condizione dolorosa. Per superare questa fase negativa l’uomo ottocentesco deve volgersi all’ideologia illuminista, luce del secolo precedente. Il grande poeta muore a Napoli nel 1837.

Hanno detto di lui:

“Ciò che caratterizza la personalità leopardiana è un impegno appassionato, “eroico” per il suo strenuo bisogno e coraggio di intransigenza intellettuale e morale, che porterà il Leopardi ad impostare ed esaurire fino in fondo – con l’ausilio di una mente vigorosa e implacabile – successive posizioni ed esperienze che riprendono la grande eredità del pensiero settecentesco rinnovandola energicamente alla luce della problematica primo-ottocentesca sia che il Leopardi attacchi lo “snaturamento”, l’alienazione dell’uomo dalla natura, sia che poi viceversa aggredisca, con più matura persuasione, gli inganni ed i miti ottimistici e provvidenzialistici che mistificano la reale condizione dell’uomo e il vero volto della natura e dell’ipotetico suo creatore. Al centro vi è una inesausta passione per l’uomo (anche quando appaiono elementi misantropici, di un amore deluso, “par trop aimer les hommes” per dirla con Stendhal in “Lucien Lowen”), per la sua integrità. Sia che essa venga ritrovata nella sua adesione alla natura e alle illusioni generose da quella generate; sia che essa venga poi confermata nella sua virile capacità di riconoscere la sorte misera e tragica, senza accettarla in maniera passiva e rassegnata.” (Walter Binni)

“E proprio questa esigenza di smascheramento degli “errori barbari” del cattolicesimo che fa superare al Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare agli uomini il male della condizione umana in tutta la sua crudezza: alla convinzione del ‘valore sociale del vero’ (per usare una felice espressione del Berardi) il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha dimostrato che nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riempito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei primitivi, ma da un ibrido connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progressismo superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio, allora, quella ‘fiera compiacenza’ che è prodotta da una lucida disperazione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai preclusa, l’ultima e paradossale forma di ‘virtù’ classicheggiante.” (Sebastiano Timpanaro)

“Nessuna poesia, come questa, sembra ignorare ascoltatori e lettori: il Leopardi non parla a noi, ma ci fa partecipi di un momento della sua vita interiore: il suo linguaggio non è quello di chi dichiara ad altrui una esperienza compiuta, ma quello con cui l’uomo si rivolge a sé medesimo” (Mario Fubini)

“L’adesione di Leopardi al classicismo in realtà resta assai forte, come mostrano la sua base filologica e letteraria, sia le sue scelte linguistiche e formali, che non si allontanano mai da una razionalità comunicativa, sia i suoi orientamenti filosofici, sempre legati ai fondamenti del razionalismo illuministico; e nettissimo è in ogni momento il suo distacco, anche polemico, dal Romanticismo italiano, dal suo modo di guardare alla storia, dalle sue tendenze religiose, dal suo moderato progressismo. Ma Leopardi non cerca un classicismo come armonico equilibrio e modello di comportamento sociale: dal classicismo egli ricava piuttosto una spinta agonistica, una volontà di esperienza ‘forte’ ignota ai romantici italiani; e così finisce col rompere alcune forme tradizionali di comunicazione, giungendo a una poesia assolutamente originale, estranea sia agli schemi classicisti sia a quelli romantici.” (Giulio Ferroni)

Ultimo aggiornamento ( sabato 14 giugno 2008 )

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