Leopardi e Sapegno

All’Università di Perth un docente australiano propone ai suoi studenti un ciclo di lezioni sul poeta italiano. Con citazioni di un critico della letteratura e di un sacerdote

DI JOHN KINDER

Un collega improvvisamente in congedo, e il bisogno di una supplenza, qualcuno che preparasse in poco tempo un ciclo di lezioni su Leopardi. E, dall’altra parte, c’erano le mie letture delle riflessioni di don Giussani sul grande poeta, e più in generale il suo esempio e il suo invito a prendere sul serio l’esortazione di san Paolo di «vagliare ogni cosa e trattenerne ciò che vale».
Cioè, una provocazione, imprevista e che stava lì, ed esigeva una risposta. «Va bene, ci sto».
Doveva essere una soluzione improvvisata a un problema amministrativo di personale nel mio istituto universitario, e invece si è rivelata l’occasione di sperimentare la forza liberatrice dello sguardo di don Giussani su tutte le cose. E l’occasione di incontrare i miei studenti in un modo nuovo, diretto, personale.
Ho impostato le lezioni dicendo agli studenti che avremmo letto le poesie insieme e, dopo averne studiato il contesto socio-culturale, avremmo discusso «ciò che queste poesie hanno (eventualmente) da dire a un lettore alle soglie del terzo millennio» (questo il tema scritto da svolgere alla fine del corso).
Leggere Leopardi è stato duro, si capisce. Ma man mano che gli studenti si sono avvicinati all’umanità del loro autore, mi sono reso conto che poteva essere molto utile mettere gli studenti di fronte ai problemi centrali di interpretazione leopardiana, come li spiega don Giussani. Così, in una lezione, ho distribuito un foglio con su due brevi citazioni. Di ciascuna davo le indicazioni bibliografiche, con il nome dell’autore, ma senza dare altre informazioni.

Due punti di vista

La prima citazione era quel brano di Natalino Sapegno che viene citato nel capitolo sei de Il senso religioso: «Le domande in cui si condensa la confusa e indiscriminata velleità riflessiva degli adolescenti, la loro primitiva e sommaria filosofia (che cosa è la vita? a che giova? quale il fine dell’universo? e perché il dolore?), quelle domande che il filosofo vero ed adulto allontana da sé come assurde e prive di un autentico valore speculativo e tali che non comportano risposta alcuna né possibilità di svolgimento, proprio quelle diventarono l’ossessione di Leopardi, il contenuto esclusivo della sua filosofia».
La seconda citazione era tratta dall’Introduzione di don Giussani a Cara beltà: «Il vero discorso che anima tutte quante le parole del grande sofferente Giacomo Leopardi è che l’uomo è niente e tutta la sua grandezza consiste nel rapporto con l’infinito. Tutto l’universo, come la più piccola cosa, sono segno che lo richiama all’infinito. Qui sta la densità dell’essere umano. E il fondo del suo cuore attende in ogni cosa, in ogni cosa concreta, all’interno del grande universo, che la presenza segnata si palesi, rivesta “di sensibil forma l’eterno senno”, porti “gli affanni di funerea vita” con noi, compagno».
Perché fare questo? È importante agire, ma anche riflettere sulle motivazioni delle nostre azioni e gesti. Come professore, la mia prima responsabilità nei confroni dei miei studenti è di insegnare la mia materia. Non sono lì per fare proselitismo o per predicare le mie teorie sulle cose. Ma la freschezza e l’audacia (si dice “ingenua baldanza”?) della visione che ha don Giussani del rapporto tra fede e cultura dà il coraggio di tornare su ciò che si conosceva già, di guardarlo di nuovo e ripresentarlo agli altri, in cerca di quanto vi è di più profondamente e veramente umano.
Una settimana dopo, nel seminario, alcuni studenti hanno sollevato il tema delle due citazioni. Erano affascinati da questi pareri così divergenti. Uno sosteneva: «Questo Sapegno sembra un cattolico frustrato». «Ma prego, si spieghi», invitavo. «Beh, cattolico in quanto riconosce che Leopardi fa le domande giuste, ma frustrato in quanto lui non riesce ad andare oltre, a trovare le risposte e, in fondo, la fede».
A questo punto l’affascinato ero io. «E Giussani?». «Oh, lui sembra ben più aperto e tollerante, probabilmente un intellettuale di sinistra, magari anche marxista».
Quando ho rivelato l’identità dei due critici, gli studenti hanno dimostrato una varietà di reazioni. Uno ha avuto grande difficoltà nel credere che questo Giussani fosse un sacerdote cattolico italiano. «Io di preti in Italia ne ho conosciuti parecchi, e non parlavano così».
Che vuol dire questo? In primo luogo, rivela il profondo condizionamento culturale che hanno subito i miei studenti, molti dei quali hanno frequentato licei cattolici. Inoltre, io credo che la lettura che propone don Giussani di ciò che lui chiama “l’ipotesi cristiana” sia così libera e liberatrice che ci sfida a giudicare in un modo radicalmente nuovo, partendo dalla nostra realtà umana e dalla realtà delle persone che incontriamo. Cioè, attraverso l’impatto con il reale.

Lettere a distanza

Durante l’Assemblea Internazionale dei Responsabili a La Thuile, ho avuto la fortuna di conoscere padre Antonio, del Cile, il quale mi ha dato una dispensa sul Romanticismo italiano, preparata dal professoressa Giuliana Contini della Pontificia Universidad Católica de Chile. È stato bellissimo incontrare, a distanza di migliaia di chilometri, un altro tentativo di leggere la letteratura e la ricerca del senso delle cose in modo aperto a tutti gli aspetti della realtà.
Alla conclusione del ciclo delle lezioni, ho proposto agli studenti di continuare le discussioni, e di lì a poco mi sono incontrato con una decina di studenti in un bar vicino all’università per un “Latte with Leopardi” (informo il lettore italiano che nei bar dei Paesi anglo-sassoni “latte” si pronuncia “la-tei” e si riferisce, più o meno, al “latte macchiato”).
Anche in quest’occasione ho riscontrato una certa riluttanza, un disagio, negli studenti, quando li invitavo a raccontare le loro letture del Leopardi in prima persona. Ma nell’ambiente meno formale del bar, siamo riusciti a superare le barriere accademiche e ho trovato negli studenti un genuino interesse per la storia umana del Leopardi, la sua opera e le sue eterne domande.
E allora, qual è stato il risultato di questa piccola esperienza? Niente di quantificabile, a parte un’ora passata felicemente in compagnia. Dopo, nel tema di esame, una studentessa che era venuta al bar ha scritto: «Se Leopardi fosse vivo oggi, gli chiederei “che cosa ti renderebbe felice oggi?” o, forse, semplicemente lo inviterei a casa mia a prendere un “latte” in compagnia».

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Amore e morte

muor giovane colui ch’al cielo è caro
MENANDRO.

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.

 

Buona Pasqua

Auguri per una Pasqua gioiosa e serena!

I costumi degli Italiani

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dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani

Gl’italiani non temono e non curano per conto alcuno di essere o parer diversi l’uno dall’altro, e ciascuno dal pubblico, in nessuna cosa e in nessun senso. Lascio stare che la nazione non avendo centro, non havvi veramente un pubblico italiano; lascio stare la mancanza di teatro nazionale, e quella della letteratura veramente nazionale moderna, la quale presso l’altre nazioni, massime in questi ultimi tempi è un grandissimo mezzo e fonte di conformità di opinioni, gusti, costumi, maniere, caratteri individuali, non solo dentro i limiti della nazione stessa, ma tra più nazioni eziandio rispettivamente.

Queste seconde mancanze sono conseguenze necessarie di quella prima, cioè della mancanza di un centro, e di altre molte cagioni. Ma lasciando tutte queste e quelle, e restringendoci alla sola mancanza di società, questa opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tuono, o egli è cosa così vaga, larga e indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa. Ciascuna città italiana non solo, ma ciascuno italiano fa tuono e maniera da sé.intro-obelix.gif
Non avendovi buon tuono, non possono avervi convenienza di società (bienséances). Mancando queste, e mancando la società stessa, non può avervi gran cura del proprio onore, o l’idea dell’onore e delle particolarità che l’offendono o lo mantengono e vi si conformano, è vaga e niente stringente. Ciascuno italiano è presso a poco ugualmente onorato e disonorato. Voglio dir che non è né l’uno né l’altro, perché non v’ha onore dove non v’ha società stretta, essendo esso totalmente una idea prodotta da questa, e che in questa e per questa sola può sussistere ed essere determinata.
[…]
Primieramente dell’opinione pubblica gl’italiani in generale, e parlando massimamente a proporzion degli altri popoli, non ne fanno alcun conto. Corrono e si ripetono tutto giorno cento proverbi in Italia che affermano che non s’ha da por mente a quello che il mondo dice o dirà di te, che s’ha da procedere a modo suo non curandosi del giudizio degli altri, e cose tali. Lungi che gl’italiani considerino, come i francesi, per la massima delle sventure la perdita o l’alterazione dell’opinion pubblica verso loro, e sieno pronti, come i francesi ben educati, a soffrire e sacrificar qualunque cosa piuttosto che incorrere anche a torto in questo inconveniente; essi non si consolano di cosa alcuna più di leggieri che della perdita eziandio totale (giusta o ingiusta che sia) dell’opinione pubblica, e stimano ben dappoco chi pospone a questo fantasma i suoi interessi e i suoi vantaggi reali (o quelli che così si chiamano nel linguaggio della vita), e chi non si cura d’incorrere per amor di quello in danni o privazioni vere, d’astenersi da piaceri, ancorché minimi, e cose tali. Insomma niuna cosa, ancorché menomissima, è disposto un italiano di mondo a sacrificare all’opinion pubblica, e questi italiani di mondo che così pensano ed operano, sono la più gran parte, anzi tutti quelli che partecipano di quella poca vita che in Italia si trova. Non si può negare che filosoficamente e geometricamente parlando, essi non abbiano assai più ragione dei francesi e degli altri che pensano e operano diversamente, e che per conseguenza in questa parte essi non sieno, quanto alla pratica, assai più filosofi. Al che li porta lo stato delle cose loro, nel quale in realtà l’opinione pubblica, per la mancanza di società stretta, pochissimo giova favorevole e pochissimo nuoce contraria, e la gente per quanta ragione abbia di dir male o bene di uno, di pensarne bene o male, prestissimo si stanca dell’uno e dell’altro; si dimentica affatto delle ragioni che aveva di far questo o quello, benché certissime e grandissime, e torna a parlare e pensare di quella tal persona con perfetta indifferenza, e come d’una dell’altre.
Secondariamente, e questa è cosa molto osservabile, come l’opinion pubblica, così la vita non ha in Italia non solo sostanza e verità alcuna, che questa non l’ha neppure altrove, ma né anche apparenza, per cui ella possa essere considerata come importante. Lascio la totale mancanza d’industria, e d’ogni sorta di attività, e quella di carriere politiche e militari, quella d’ogni altro istituto di vita e di professione per cui l’uomo miri a uno scopo, e coll’aspettativa, coi disegni, colle speranza dell’avvenire, rilevi il pregio dell’esistenza, la quale sempre che manca di prospettiva d’un futuro migliore, sempre ch’è ristretta al solo presente, non può non parer cosa vilissima e di niun momento, perché nel presente, cioè in quello che è sottoposto agli occhi, non hanno luogo le illusioni, fuor delle quali non esiste l’importanza della vita. Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente.

Asor Rosa

Alberto Asor Rosa al Sabato del
Villaggio dialoga con Leopardi
 

 
 

Grandissima attesa per il terzo, imperdibile,
appuntamento del «Sabato del Villaggio», la prestigiosa rassegna di incontri tra
letteratura e filosofia diretta da Raffaele Gaetano e promossa
dall’Amministrazione Comunale di Lamezia Terme. Sabato 15 marzo alle ore 18.00,
nella cornice dell’Auditorium dell’Istituto Magistrale di Lamezia Terme, sarà la
volta di Alberto Asor Rosa, autore di fondamentali saggi tra i più apprezzati
dello scenario contemporaneo, critico raffinatissimo, unanimemente riconosciuto
come il maggiore studioso di letteratura italiana. Argomento dell’incontro, che
si dipanerà come sempre attraverso un fitto dialogo con tra l’ospite e il
Direttore Artistico, «Giacomo Leopardi». Un autore e un tema affascinati,
certamente classici per quanto riguarda la letteratura universale.
Sentito
su questo terzo evento della seguitissima rassegna lametina il Direttore
Artistico ha dichiarato: «Giacomo Leopardi è una delle figure più importanti
della letteratura mondiale. La straordinaria qualità lirica della sua poesia e
la profonda riflessione sulla condizione umana ne fanno un protagonista assoluto
nel panorama letterario e filosofico di tutti i tempi. Proprio a Giacomo
Leopardi abbiamo voluto dedicare il nuovo appuntamento del “Sabato del
Villaggio”, che, dopo il memorabile incontro con Valerio Magrelli, si ferma
ancora una volta a riflettere sui significati reconditi della poesia. In un
memorabile tête à tête dialogherà idealmente con il grande recanatese il più
colto e raffinato studioso di letteratura italiana, Alberto Asor Rosa.
Proseguiamo così la nostra rassegna con un evento dal profilo semplice e
icastico, un appuntamento di forte impatto emotivo che proietterà sull’orizzonte
della memoria letture antiche e recenti, pagine esemplari di una letteratura
ineguagliabile, versi immortali che hanno puntellato la formazione culturale di
ognuno e che sotto la lente privilegiata di Alberto Asor Rosa torneranno a
vivere in una foggia diversa e originale, quella della grande critica».
Un
evento, dunque, questo del «Sabato del Villaggio», che si preannuncia
imperdibile per la maestria e la profonda conoscenza con cui il noto studioso
tirerà le fila del complicatissimo rapporto tra poesia e arte in Leopardi.

Ora qualche parola sul protagonista della serata. Storico, critico
letterario, Alberto Asor Rosa è considerato il maggiore studioso di letteratura
italiana, noto per i suoi studi in campo internazionale. Ha segnato i suoi
esordi con la demistificazione dei principali «luoghi comuni» della cultura
letteraria contemporanea (Scrittori e popolo, 1965; riedito da Einaudi nel
1988), per occuparsi poi di argomenti relativi al Trecento e Cinquecento, al
Seicento (La cultura della Controriforma, Laterza, 1974), all’Ottocento
(Manzoni, Verga e il verismo), al Novecento (La cultura, Einaudi, 1975), nonché
di critica militante. Ha firmato molti titoli sul «canone» dei classici e sulle
origini della letteratura italiana e approfondito lo studio della produzione
letteraria contemporanea; numerose, infatti, le sue monografie sui nostri
principali autori, dalle origini al secolo scorso (Boccaccio, Guicciardini,
Sarpi, Verga, Collodi, Campana, Calvino). È direttore per Einaudi della
prestigiosa «Letteratura italiana» e per La Nuova Italia ha scritto una Storia
della Letteratura italiana (1973), più volte ristampata. Di recente ha raccolto
in volume i suoi saggi sulla cultura e la letteratura italiana ed europea del
secolo passato (Un altro Novecento, La Nuova Italia, 1999).
Chiediamo ancora
al Direttore Artistico della rassegna, Raffaele Gaetano, cosa pensa di questa
nuova edizione del «Sabato del Villaggio» che sta caratterizzando con la sua
qualità lo scenario culturale calabrese: «Il “Sabato del Villaggio” giunge alla
settima edizione proponendo anche quest’anno incontri tra letteratura e
filosofia. Un bel dire in una Regione che gli indici di lettura danno
sconsolatamente per ultima. Eppure, molti trovano nella rassegna uno scialo di
esperienze ed emozioni al massimo livello. Personaggi di primo piano della
cultura italiana e internazionale danno voce ai loro pensieri dialogando con me
in un’atmosfera gradevole e informale. Un appuntamento/evento che si è
fortemente radicato a Lamezia Terme e in Calabria e che può vantare una vasta
eco anche a livello nazionale. Una festa della cultura che vede protagonista non
l’élite intellettuale ma tutta la città, a partire da quella marea di giovani
che attendono impazienti da un mese all’altro gli eventi della rassegna. Anche
quest’anno verranno proposti personaggi che, pur distanti tra loro per
differenti percorsi che li hanno portati al felice incontro con la parola
scritta e con le idee, sono simili nell’essere dei grandi comunicatori. Nomi
capaci di coinvolgere un pubblico eterogeneo, fornendogli chiavi sempre diverse
per intraprendere quel meraviglioso viaggio dell’anima che è il sapere».

Amici di Giacomo: Federica

 

 

Buona domenica, Giacomo

Recanati

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