Un intervento nel forum

 

 

Un intervento nel forum

Caro Lorenzo, l’articolo di cui ti parlavo è di Roberto Wis, si chiama “Dall’Infinito alla Sera del dì di festa e si trova alle pagine da 597 a 603 del voluminoso “Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopardi” Firenze, OLSCHKI, 1989.

L’autore dichiara subito di non credere alla tesi del Timpanaro sulla non autenticità dei quattro abbozzi di idilli leopardiani: L’Infinito (primo, terzo e quarto) e Alla Natura (secondo). Essi furno pubblicati senza sospetto da Gino Scarpa e dal Flora. Lo Scarpa fa sapere che gli autografi sono scritti su due mezzi fogli, il secondo del quale porta in calce: “E’ il carattere di Giacomo. Paolina Leopardi”, e il Flora informa che gli autografi del terzo e del quarto abbozzo erano posseduti dal Casella di Napoli. Un esperto conoscitore come Gasparo Casella non avrebbe distinto le contraffazioni?

Poi l’autore cerca di entrare nella capacità poetica del Giacomo a 21 anni: egli aveva superato il periodo della eloquenza e si appressava per la prima volta a temi idillici. Ciò che Timpanaro definisce improponibili prove da parte di Leopardi, in quanto brutte e metricalmente imperfette, roba non da Leopardi insomma, il nostro autore le inserisce in un percorso in cui l’autore cerca un linguaggio poetico nuovo, che non poteva subito manifestarsi nella sua perfezione. Praticamente l’Infinito ha avuto una gestazione lunga e tormentata in quanto Leopardi non poteva essere capace di raggiungere subito la perfezione di quel canto. E quindi, “dovette affaticarsi a mettere insieme parole recalcitranti”.  Il primo abbozzo infatti dice:

“Oh quanto a me gioconda quanto cara fummi quest’erma (sponda) plaga (spiaggia) e questo roveto che all’occhio (apre) copre l’ultimo orizzonte”.

Un roveto – dice l’autore, esisteva appunto nel monte Tabor dove Leopardi aveva l’abitudine di andare a meditare. La guida di Recanati dello Spezioni spiega che “se il poeta percorreva una bassa viottola ora scomparsa, una siepe di rovi che la fiancheggiava escludeva il suo sguardo da tanta parte dell’ultimo orizzonte”. Il roveto dovette sembrare al poeta troppo dimesso; così nel terzo abbozzo esso divenne “verde lauro” trovando poi la forma giusta nel quarto abbozzo.

 

Altra circostanza che depone a favore dell’autenticità dei quattro abbozzi è che il secondo di essi, intitolato Alla Natura contiene il passaggio dall’Infinito a La sera del dì di festa. L’intero abbozzo è stato composto in versi, tirati giù molto sommariamente e rapidamente, senza neanche fare attenzione alla quantità delle sillabe. L’inizio è eguale a quello del primo abbozzo, ma poi l’autore ha creduto di trattare in due distinti componimenti l’argomento della sofferenza autobiografica e l’argomento delle considerazioni trascendentali:

“Sempre adorata mia solinga sponda

deh perché agli occhi miei furi la vista

dell’incantevole e magico effetto

che Natura concede alle creature.

Quale falsario, commenta il Wis, sarebbe stato capace di esprimersi in maniera così goffa? (E Leopardi si, dico io?). Il tema posto in questi primi quattro versi è diffusamente sviluppato nei ventinove successivi. Se ne riportano qui alcuni:

Alle creature si, ma non a tutte

Ahi a me madrigna, spietata madre!

Dimmi il perché di tal misura e peso.

Qual spregio mai ti feci, il perché dimmi?

Da l’alveo materno me traesti

Forse a  scherno e ludibrio dei mortali?

 

Questo, per sommi capi, dice l’articolo, mentre, come sai, ben diverso è il giudizio del Timpanaro:

 

“Ma più delle impressioni di gusto conta, per la questione dell’autenticità, l’analisi tecnica. Se si può – fino ad un certo punto! – ammettere che il Leopardi abbia avuto una défaillance poetica, non si può certo supporre che si sia improvvisamente scordato come è fatto un endecasillabo. In quasi tutti i versi si possono contare undici sillabe, ma endecasillabi non sono quanto agli accenti.” Timpanaro:  “Aspetti e figure della cultura ottocentesca” Nistri 1980 pag. 340

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Francesco De Sanctis

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Il primo saggio che propongo, tratto dal cap. XI della Giovinezza, non è uno "studio" vero e proprio, ma una famosissima pagina del più grande critico ottocentesco del Leopardi. Essa non poteva mancare, a mo’ di introduzione: chi l’ha scritta il poeta l’ha visto di persona, e ci ha lasciato memoria del suo incontro con lui. E di Francesco De Sanctis conto di farvi trovare presto qualche saggio più prettamente critico.


FRANCESCO DE SANCTIS

Una Visita di Giacomo Leopardi

 

   Intanto Giacomo Leopardi era giunto tra noi. Avevo una notizia confusa delle sue opere. Anche di Antonio Ranieri non sapevo quasi altro che il nome. Il Marchese citava spesso con lodi l’abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari, il Costa, e sopra tutti essi, Pietro Giordani. Tra’ nostri citava pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri, 1’Imbriani. Di tutti questi non avevo io altra conoscenza se non quella che mi veniva dal Marchese.F. De Sanctis

   Una sera egli ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi; lodò brevemente la sua lingua e i suoi versi. Quando venne il dí, grande era l’aspettazione. Il Marchese faceva la correzione di un brano di Cornelio Nepote da noi volgarizzato, ma s’era distratti, si guardava all’uscio.

   Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi. Tutti ci levammo in pié, mentre il Marchese gli andava incontro. Il Conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi. Tutti gli occhi erano sopra di lui. Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al di sotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione, tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso.

   Uno degli Anziani prese a leggere un suo lavoro. Il Marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua. Poi si volse improvviso a me:

  -E voi cosa ne dite, De Sanctis?

   C’era un modo convenzionale in questi giudizi. Si esaminava prima il concetto e l’orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua. Quest’ordine m’era fitto in mente, e mi dava il filo; era per me quello ch’è la rima al poeta. L’esercizio del parlare in pubblico avea corretto parecchi difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire. Parlavo adagio, spiccato, e parlando, pensavo, tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo quei modi di dire che mi parevano non i piú acconci ma i piú eleganti.

   Parlai una buona mezz’ora, e il Conte mi udiva attentamente, a gran sodisfazione del Marchese, che mi voleva bene. Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con 1’infinito. Il Marchese faceva sí col capo. Quando ebbi finito, il Conte mi volle a sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch’io avevo molta disposizione alla critica. Notò che nel parlare e nello scrivere si vuol porre mente piú alla proprietà de’ vocaboli che all’eleganza: una osservazione acuta, che piú tardi mi venne alla memoria. Disse pure che quell’onde coll’infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi.

   Il Marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contradizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta; ma il Conte parlava cosí dolce e modesto, ch’egli non disse verbo.

   – Nelle cose della lingua -, disse, – si vuole andare molto a rilento-; e citava in prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli. – Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile -.

   Il Marchese, che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi: che parve contento quando andò via. La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari.

   Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza; e non vidi piú quell’uomo, che avea lasciato un cosí profondo solco nell’anima mia.
 

     Il ritratto di Francesco De Sanctis, opera di F. S. Altamura, si trova al museo di San Martino in Napoli.
 

Studi

Chopin

Un convegno

Data e ora di inserimento: (13-10-2007, 10:51:04)

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Nella foto: Il Sindaco di Recanati Fabio Corvatta con Sebastian Neumeister, Presidente della Deutsche Leopardi-Gesellschaf

Il Convegno su “Giacomo Leopardi e la percezione estetica del
mondo”, svoltosi a Villa Vigoni (Loveno di Menaggio) dal 7 al 9
ottobre, è stata la felice occasione per rinsaldare i rapporti tra il
Centro Nazionale di Studi Leopardiani e la Deutsche
Leopardi-Gesellschaft. In apertura – dopo l’introduzione del Presidente
dell’associazione tedesca, professor Sebastian Neumeister –, il Sindaco
di Recanati, dottor Fabio Corvatta, nel portare i saluti del Comune e
del Centro Studi, ha annunciato nuovi accordi tra le due istituzioni
per una più organica e proficua collaborazione.
La sede del Convegno era quanto mai propizia a suggellare tale intesa:
infatti Villa Vigoni – splendido edificio, circondato da un vasto parco
all’inglese, che si affaccia sul Lago di Como – è un centro
italo-tedesco, fondato nel 1986, che svolge istituzionalmente
un’intensa attività di scambi culturali tra i due paesi, continuando la
vocazione storica di quella dimora che, nell’Ottocento, per impulso
mecenatesco del suo proprietario Enrico Mylius, originario di Franco
Forte sul Meno, fu luogo d’incontro tra artisti e letterati d’Italia e
di Germania.
Anche il Convegno leopardiano si è mosso su queste linee, mettendo a
confronto, in pari numero, studiosi delle due nazionalità. È
impossibile farne un adeguato resoconto, perché esso ha assunto la
forma dinamica e dialettica del laboratorio di idee e proposte, nel
senso che alla maggior parte delle relazioni ha fatto seguito un vivace
dibattito, dal quale il discorso del singolo relatore è uscito
fortemente arricchito di punti di vista diversi. Il tema generale,
articolato in tre sezioni (“Estetica filosofica e percezione
sensibile”, “Poesia e percezione”, “Poesia e antropologia”), è stato
sviluppato secondo una molteplicità di angolazioni, che possono essere
soltanto accennate: senso del nulla e senso della natura nell’opera
poetica (Cesare Galmberti); estetica nel duplice significato di
percezione con i sensi e di filosofia del bello (Mario Andrea Rigoni,
Alessandro Costazza); estetica come forma cognitiva di matrice
settecentesca, quale risulta dai percorsi dello “Zibaldone” (Fabiana
Cacciapuoti); scrittura zibaldonica tra percezione estetica e accumulo
del sapere, con riferimento alle carte Vogel (Vito Punzi); convergenze
o assonanze, sul piano delle idee estetiche, con autori di epoche e
culture diverse (Barbara Kuhn, Franca Janowski, Uta Degner, Manfred
Lentzen) e con le poetiche romantiche (Raoul Bruni); percezione e
fenomenologia della “voce”, oralità e scrittura (Franco D’Intino,
Emilio Giordano); i miti come espressione di una sapienza pre-logica e
profetica (Lucio Felici); i meccanismi del sogno negli scritti
adolescenziali e giovanili (Tatiana Crivelli); l’ “immaginazione” in
rapporto con la poetica della “ricordanza” (Georges Guntert); influenze
orientali e ossianiche sul concetto di “malinconia” (Sebastian
Neumeister); valore conoscitivo e poetico della figura semantica detta
“sinestesia” (Titus Heydenreich).
Un’esplorazione, dunque, a tutto campo del pensiero leopardiano nel suo
farsi poesia. Quando saranno pubblicati gli Atti, queste relazioni –
con i relativi dibattiti – costituiranno una solida base per ulteriori
approfondimenti. Di per sé, il Convegno di Villa Vigoni è la riprova di
quanto sia vivo l’interesse della cultura tedesca per Leopardi e di
quanto sia fecondo il dialogo con essa per la critica italiana.

Giacomo scandisce il tempo

Vivere più a lungo o vivere meglio?

LA RAGIONE, IL CORPO, LA VITA.

KANT, HUFELAND, LEOPARDI

Loretta Marcon

Christoph Wilhem Hufeland, medico tedesco

 è, nel presente studio, personaggio che

fa da trait-d’union tra il .filosofo Immanuel Kant e il

poeta-.filosofo Giacomo Leopardi. L’opera che qui

si discute, L’arte di prolungare la vita umana, inviata

dal medico a Kant, sarà da questi apprezzata e

discussa nel Con.itto delle facoltà ; il .filosofo tedesco,

infatti, fu sempre molto attento alla medicina

e alle sue scoperte e preoccupato, secondo le

sue rigide regole razionali, di conservarsi in vita

il più a lungo possibile. Posizione esattamente

contrapposta è quella di Leopardi che esporrà il

suo scetticismo, nei riguardi di quell’opera che

anche lui conosceva, nello Zibaldone e nel Dialogo

di un Fisico e di un Meta.sico, con la convinzione

che « infelicissima com’è la vita » avrebbe stimato

di più chi gli avesse insegnato ad abbreviarla. La

sua critica è rivolta non solo ad una certa astrattezza

dell’opera dell’Hufeland, ma anche alla sua

visione parziale della vita umana. Una delle antitesi

che caratterizzano il pensiero leopardiano è,

infatti, quella tra esistenza e vita, che diventa qui

quella tra vivere a lungo e vivere felici. Può la ragion

pura aiutare a vivere ? O non si potrebbero, invece,

richiamare anche le ragioni del cuore di pascaliana

(e leopardiana) memoria ?