De Sanctis e Giacomo

Un colosso, una meschinità

         Intanto Giacomo Leopardi era giunto tra noi. Avevo una notizia confusa delle sue opere. Anche di Antonio Ranieri non sapevo quasi altro che il nome. Il marchese citava spesso con lodi l’abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari, il Costa, e sopra tutti essi Pietro Giordani. Tra’ nostri citava pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri, l’Imbriani. Di tutti questi non avevo io altra conoscenza se non quella che mi veniva dal marchese. Una sera egli ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi; lodò brevemente la sua lingua e i suoi versi. Quando venne il dì, grande era l’aspettazione. Il marchese faceva la correzione di un brano di Cornelio Nepote da noi volgarizzato; ma s’era distratti, si guardava all’uscio. Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi. Tutti ci levammo in piè, mentre il marchese gli andava incontro. Il conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi. Tutti gli occhi erano sopra di lui. Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al disotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso. Uno degli "Anziani" prese a leggere un suo lavoro. Il marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua. Poi si volse improvviso a me: "E voi, cosa ne dite, De Sanctis?" C’era un modo convenzionale in questi giudizi. Si esaminava prima il concetto e l’orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua. Quest’ordine m’era fitto in mente, e mi dava il filo, era per me quello ch’è la rima al poeta. L’esercizio del parlare in pubblico avea corretto parecchi difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire. Parlavo adagio, spiccato, e parlando pensavo, tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo quei modi di dire che mi parevano non i più acconci, ma i più eleganti. Parlai una buona mezz’ora, e il conte mi udiva attentamente, a gran soddisfazione del marchese, che mi voleva bene. Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con l’infinito. Il marchese faceva sì col capo. Quando ebbi finito, il conte mi volle a Sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch’io avevo molta disposizione alla critica. Notò che nel parlare e nello scrivere si vuol porre mente più alla proprietà de’ vocaboli che all’eleganza; una osservazione acuta, che più tardi mi venne alla memoria. Disse pure che quell’onde con l’infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi. Il marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta; ma il conte parlava così dolce e modesto, ch’egli non disse verbo. "Nelle cose della lingua, -disse-, si vuole andare molto a rilento", e citava a prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli. "Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile". Il marchese che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi, che parve contento quando andò via. La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari. Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza, e non vidi più quell’uomo che avea lasciato un così profondo solco nell’anima mia".

         Francesco De Sanctis, La giovinezza, Einaudi, Torino, 1961, pp. 74-76.

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Pisa

TEORIA DELL’EDUCAZIONE LETTERARIA
VERONA
(Prof. Paola Tonussi)
Lezione 6 (on-line): “All’apparir del vero…”: Giacomo
Leopardi, il sogno, il ricordo e le illusioni.
Nell’inverno e nella primavera del 1828, Giacomo Leopardi si
trovava a Pisa: laggiù conseguiva nuovamente il sogno a lungo
accarezzato, di lasciare Recanati.
Il distacco tanto sospirato dal paese natale gli era costato anni
di trattative con i genitori, con i pochi amici che mantenevano
con lui relazioni epistolari e con i parenti; per prorogare il più
possibile il suo ritorno, aveva perciò accettato di compilare una
raccolta delle proprie liriche, con i cui proventi riuscire a
mantenersi.
Non era la prima volta che Giacomo lasciava l’aristocratico
palazzo avito, il paese e lo scenario esiguo della piazza e della
chiesa, che riusciva a vedere dalle finestre della biblioteca
paterna. Ma, com’era già successo in passato, staccandosi da
Recanati sembrava che la lontananza da una casa tutto sommato
amata e la memoria, in lui capace di trasfigurare ogni cosa,
avessero il potere di idealizzare Recanati da prigione, così come
lui la descriveva nelle sue lettere, ad un paradiso perduto del
ricordo.
Il poeta soffriva una contraddizione intima, che lo avrebbe
accompagnato sempre: a Recanati si sentiva isolato, tagliato
fuori dal mondo delle lettere e dai letterati del suo tempo,
costretto a limitare la propria esistenza tra la biblioteca del conte
Monaldo e i dintorni prossimi alla casa paterna, che soleva
percorrere a piedi nelle passeggiate solitarie. Sognava in modo
febbrile di lasciare quei luoghi eppure, lontano da essi, dal
fratello Carlo e dalla sorella Paolina, la distanza e la separazione
li idealizzavano nell’unico posto in cui avrebbe potuto vivere, e
vivere felice.
Da tempo la sua poesia taceva. Era come se essa, per spiccare
il volo, avesse avuto bisogno della visione conosciuta da sempre
di Montemorello, delle piccole vie impervie sulle colline di
Recanati, di quell’orizzonte che, dietro a sé, schiudeva una serie
infinita d’orizzonti simili avvolti dalla foschia della lontananza, dei
passeri che svolavano alti sul tetto del palazzo paterno, sulla
chiesa e sulla piazza e che, in primavera e in estate, lanciavano
all’aria il loro canto.
A Pisa aveva preso a pigione un piccolo appartamento presso
una famiglia, che ospitava in genere studenti per pochi scudi, ma
la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due
finestre alte, da cui la vista poteva spingersi fino all’orizzonte. Il
soggiorno a Pisa si prospettava dolce e riposante.
Ogni giorno, Leopardi usciva in città e seguiva il fiume,
camminando a lungo: gli piaceva quel clima, in cui vi era “quasi
sempre un’aria di primavera”, e gli piaceva lo spettacolo offerto
dal Lungarno dove, specie con il bel tempo, si affollavano
carrozze e pedoni e i raggi del sole facevano brillare gli stucchi
dorati dei caffè, le vetrine delle botteghe, le finestre dei palazzi
raffinati.
Rientrando suonava il campanello con un suo tocco speciale,
che lo annunciava alla famiglia e in particolare alla sorella della
padrona di casa, con la quale aveva fatto amicizia: la giovane si
chiamava Teresa Lucignani, e incantava Giacomo con la sua
freschezza.
Dotata di una bellezza pacata, quasi non istruita, Teresa
aspettava sul balcone che il conte recanatese tornasse, e lui
aspettava di essere riconosciuto da lei al tocco del campanello,
per riderne in modo fanciullesco.
Lo Zibaldone, nel giugno del 1828, celebra “una giovane dai
sedici ai diciotto anni”, la quale ha nel viso, nei gesti, nella figura
un “non so che di divino”.
La bella pisana si confondeva nella fantasia di Giacomo
Leopardi con il fanciullesco fantasma d’amore di un’altra ragazza
che portava lo stesso nome, morta a Recanati nel pieno della
giovinezza, Teresa Fattorini: dalle finestre del proprio palazzo,
Giacomo ne scorgeva la stanza nella casa del cocchiere, e da
lassù vedeva anche la camera di una piccola tessitrice, la quale
lavorava vicina alla finestra. Rievocandone la memoria circa
trent’anni dopo, il fratello Carlo doveva parlare di entrambe
come di “affetti lontani e prigionieri”.
La separazione da Recanati iniziava però ad agire su Leopardi,
in quella stagione pur singolarmente serena della sua vita.
Frequentava salotti e dimore elevate, godendosi anche i vantaggi
della sua reputazione di poeta ma, confessava ad un amico,
“avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di
farmi amare, che di farmi stimare”. I sogni di gloria della sua
prima giovinezza lo avevano abbandonato ormai definitivamente.
Le Operette morali erano state pubblicate l’anno precedente.
Non gli avevano portato quel riconoscimento, in cui l’autore
aveva sperato, per poter vivere unicamente della propria poesia.
Con le Operette, il suo pessimismo si era venuto però
decantando e mitigando in un patrimonio di tristi certezze stabili,
in una specie di nitida e inevitabile disperazione senza lacrime.
La nostalgia di casa e dei familiari lo cullava adesso con sogni
ad occhi aperti, di cui raccontava nelle lettere ai fratelli; il ricordo
di tutto ciò che di familiare e di caro si era lasciato indietro
rendeva dolce il suo sognare. Il ricordo, le visioni evocate, una
nostalgia ormai quasi incoercibile lo portavano nuovamente
verso la poesia.
Così ne parlava alla sorella Paolina, in una lettera del 25
febbraio 1828:
Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa
una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo
a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti.
Un tempo, il poeta aveva creduto impossibile riuscire a
comporre poesia o anche solo abbandonarsi al sogno fuori di
Recanati. Ora l’impulso a scrivere veniva in maniera del tutto
inaspettata anche lontano di là: porsi a comporre lirica, o anche
semplicemente ordinare le proprie carte in vista della raccolta
poetica, era per lui come una sorta di tuffo nel passato.
Sempre a Paolina confessava:
… ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e
con quel mio cuore d’una volta… (2 maggio).
E, mentre la primavera pisana avanzava per mutarsi quasi in
estate, non cessava in lui l’impeto di energia creativa, che faceva
seguito ad anni di aridità. Il cuore pareva come riemergere da
uno stato, divenuto ormai abituale, d’indifferenza e freddezza, e
tornava a palpitare, a ricordare, a soffrire, a commuoversi.
All’amico Giordani, il poeta confessava invece un’indicibile
stanchezza e la fatica di una vita ridotta a “noia e pena”. Perché
questa contraddizione?
Ridestando il “cuore d’una volta”, Giacomo Leopardi aveva
operato la rievocazione di ogni suo affetto passato, una specie di
lento disgelo dell’anima e un riaffiorare del sentimento di pietà
che, come annotava nello Zibaldone, facendo “rea d’ogni cosa la
natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge (…) il
lamento (…) a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
viventi” (4428). Da tale fondo di cupa angoscia germogliavano in
un futuro non lontano, ma nascendo però dai semi coltivati già a
Pisa, i fiori straordinari dei grandi idilli.
Spinto a ricordare e a riflettere sul passato, Leopardi toccava
un entusiasmo lirico che lo incalzava a ripercorrere idealmente le
tappe ideali della propria vita: la resurrezione delle chimere di
gioventù avveniva nella tenera primavera pisana con tutta la
violenza che una volta aveva visto il loro nascere e il loro
spegnersi sconfortante nel piccolo poeta deforme, povero e
timido.
Egli rivedeva da lontano il passato, i desideri ardenti, le
speranze che lo avevano sostenuto, e poi il pianto sconsolato
dinanzi al crollo delle illusioni che la vita gli aveva insegnato, la
rivelazione crudele del vero e il susseguente stato di fredda
apatia in cui ad intervalli era caduto dopo la delusione cocente, e
infine il desiderio, altrettanto ricorrente per lui, di morte e di
finire con il dolore che lo straziava.
Da un periodo di totalizzante ripiegamento su se stesso, dal
colloquiare assiduo con la propria realtà interiore, prendeva così
l’avvio la linea del canto negli idilli, e sempre come vocazione
lirica e partendo da stimoli immediati, intrecciati alla sua
situazione esistenziale.
Il viso e la grazia mite di Teresa Lucignani gli riportavano alla
memoria altri visi di ragazze ammirate di lontano nella sua prima
giovinezza a Recanati, quali Teresa Fattorini e la piccola tessitrice
Maria; ascoltando lei, che gli parlava, riascoltava il poeta altre
giovani donne, un tempo udite dall’alto della sua finestra, mentre
riponeva sullo scrittorio il libro cui era intento; la fanciulla che nel
fiorire della sua primavera viveva nella stessa casa in cui lui
viveva si sovrapponeva ad un’altra, recisa invece prima del suo
sbocciare pieno alla vita.
Tutto questo rivedeva come davanti agli occhi della memoria
Giacomo Leopardi e, per le impenetrabili e misteriose ragioni del
cuore, con la memoria erano risorti dall’oblio del passato anche
gli inganni dell’esistenza sulla terra, e la natura, che pure di
recente gli si era data nella sua vitalità e capacità di portare
gioia, mostrava ora di nuovo il suo male intimo.
Animato da tali sentimenti, il 19 aprile 1828, il poeta affidava
così alla pagina tutto questo e iniziava una lirica celebre, la quale
diceva ciò che Rolando Damiani con ampia sensibilità poetica
definisce “l’interrogativo forse più struggente della lirica
italiana”:
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?.
Leopardi avrebbe in seguito ripreso la canzone, apportandone
però solo modifiche lievi: la composizione avveniva di getto, in
soli due giorni. Il poeta impiegava per la prima volta una nuova
misura poetica, fatta di stanze libere, endecasillabi e settenari,
ricca di assonanze e rime rare, che reputava più adatta a
rendere i movimenti spontanei dell’anima, l’effusione sciolta dei
sentimenti e il riaffiorare libero del ricordo.
Le voci delle giovani conosciute si fondevano in una sola,
quella di Silvia, la quale diffondeva intorno a sé la propria
armonia e, mentre si dedicava ai lavori gentili, lasciava scorrere
il pensiero sulle speranze di un futuro, che lei si figurava lieto ad
attenderla:
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
La primavera della vita coincideva con la primavera reale,
nella stagione mite dell’anno.
Dal palazzo paterno, il poeta abbandonava allora un tempo gli
studi, e si poneva ad ascoltare il canto femminile e insieme il
rumore attutito, prodotto dalla mano che si muoveva veloce sulla
tela. Lo sguardo si allontanava dalla scena vicina e poi vi si
ripiegava grato, incapace di esprimere quanto il cuore provava:
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Tutte le rimembranze riemergevano alle soglie del cuore, e
dalla profondità di un passato che il poeta credeva dimenticato:
loro, le rimembranze del passato, alla luce della fantasia
presente erano sublimate in poesia con tutta la loro forza intatta.
La musica della lirica leopardiana tendeva a raccogliersi e ad
accordarsi intorno ad un’unica nota prevalente, che a Silvia
faceva acquistare il significato del simbolo.
In un appunto poco più tardo, Giacomo descriverà infatti il
“fiore purissimo (…) di gioventù”, che ci tocca e ci emoziona
nell’immagine e nella voce di una fanciulla, insieme con il
“pensiero de’ patimenti che l’aspettano”, e l’”indicibile fugacità”
della sua vita, da cui scaturisce “il ritorno sopra noi medesimi” e
“il sentimento di compassione” che ci avvince per lei, per noi e
insieme per tutti gli uomini, segnati da un identico destino finale.
La giovinezza ancora ignara di Silvia, spezzata da una morte
prematura, e le illusioni di Giacomo, destinate a spegnersi
dinanzi al sorgere del vero, confluivano in una sola immagine
poetica e la figura della donna si fondeva con il mito delle attese
o delle speranze giovanili, o ancora con il mito della giovinezza,
ma qui rappresentato e fatto respirare in una creatura mortale,
realmente vissuta e ammirata:
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Sempre, l’intermittente sospiro dell’anima continuava a
riverberare la linea smossa e sinuosa del ragionamento interiore,
e la lirica assumeva i toni di un’accorata confessione, dagli
accenti appena modulati: la disillusione aveva portato poi,
davanti alla “sventura”, un “affetto” che premeva il cuore,
“acerbo e sconsolato”.
La denuncia della crudeltà naturale della morte si risolveva in
un’accorata supplica, un’implorazione straziante nella sua
semplicità alla natura, che dovrebbe essere madre amorevole e
benigna, e che tradisce invece i suoi “figli” con gli inganni
dolorosi, che consuma su loro:
O natura, o natura,
perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Il paragone tra Silvia e il poeta giunge al suo culmine: la prima
non avrebbe mai udito “la dolce lode” delle “negre chiome” o
degli “sguardi innamorati e schivi”, né avrebbe mai parlato
sorridente d’amore con le compagne “ai dì festivi”; similmente al
poeta la vita aveva negato la giovinezza e, con essa la speranza,
illusione diletta, e “cara compagna dell’età mia nova”.
Tutto crollava e scompariva così, “All’apparir del vero”.
Quando questi versi dolenti affioravano alla sua penna,
Giacomo Leopardi ignorava ancora la morte, avvenuta a Recanati
all’inizio di maggio, del fratello Luigi. Nel momento in cui riprese
le sue carte e rivide i versi, essi assunsero quasi la tonalità della
profezia.
Tutto pareva allora chiudersi intorno a lui, sotto il segno della
sventura: il lutto che lo aveva colpito; la salute tornata precaria;
la minaccia incombente della miseria; l’utopia svanita di una vita,
seppure modesta, assicuratagli dalla poesia; la vanità di ogni
promessa o profferta di un lavoro, che da tempo andava
cercando; l’impossibilità del padre di mantenerlo ancora fuori di
Recanati; il ritorno forzato al paese e ad una “notte orribile”,
“soffocato da una malinconia che era ormai poco men che
pazzia” (5 sett. 1829).
Il canto a Silvia, ispirato da una memoria grave di morte, si
chiudeva nell’immagine sepolcrale di una mano che additava da
lontano la freddezza di una tomba spoglia, esito desolato di
quanto la verità lasciava percepire nella vita umana.
Ma, per un istante abbagliante entro il flusso spietato del
tempo, Silvia era stata richiamata a vivere nei versi, che ne
cantavano la primavera perduta: fissando per sempre sulla carta
il momento ancora acerbo di una vita che non doveva
proseguire, la canzone celebrava anche, insieme con l’attimo che
si apre e germoglia inconsapevole, la felicità fugace non ancora
disillusa sul futuro e sul vero, che è la sostanza stessa della
lirica.

Leopardi ci scusi

LEOPARDI CI SCUSI…

Repubblica — 10 aprile 1987   pagina 22   sezione: CRONACA

NAPOLI Di che qualità era il materialismo leopardiano? Progressista? Trasgressivo? Precossuttiano? Nelle settimane scorse sull’ argomento c’ è stata una mezza rissa tra Cesare Luporini, l’ autore del Svolta del 1947 con il saggio Leopardi progressivo e Umberto Carpi, creatore dei club procossutta, chiamati dall’ università di Napoli ad onorare il poeta per il 150esimo anniversario della sua morte. Si sa che le celebrazioni oltre che la noia, hanno spesso portato appropriazioni indebite, spoliazioni, strumentalizzazioni, regolamenti di conti tra proff. Ma sul povero Giacomo c’ è stato un accanimento unico: in un secolo e mezzo lo hanno definito romantico, classico, ancora romantico come categoria dello spirito, pessimista sì, ma, un filosofo così, riscattato dalla poesia, un nichilista, forse. Nel 1937, per il centenario, ne fecero un prefascista e un prenazionalista per via della canzone all’ Italia. A Recanati il federale locale così si rivolse a Mussolini: Duce, sempre caro vi fu quest’ ermo colle…. Il convegno Leopardi e Napoli, tenutosi in questi giorni all’ istituto Suor Orsola Benincasa, è sfuggito, per fortuna, alla costante. Dotte relazioni, qualificati partecipanti, tra cui Walter Binni, principe e decano degli studiosi di Leopardi. Nessun battibecco di basso cortile, molta esegesi e dottrina. Certo le letture cadenzate con voce ispirata dai versi leopardiani, il perenne riferirsi a Pensiero e poesia, o alla Modernità del Leopardi, non sono cose che fanno venire brividi di eccitazione. Anche Binni, che ha tramortito l’ uditorio con una relazione iniziale di quasi due ore, è scivolato per stanchezza su frasi come: La Ginestra, la più grande poesia dell’ epoca moderna, paragonabile solo alla Nona di Beethoven, che son cose da Enciclopedia Curcio. Ma uno può aspettarsi sprizzi e sprazzi da un convegno del genere? Invece un inconveniente sostanziale è stata l’ assenza di una relazione centrale che illustrasse il titolo del convegno. Qualcosa tra il letterario, lo storico, il biografico che ricostruisse i quattro anni di Leopardi a Napoli, da cui poi irradiare gli interventi più strettamente letterari. La doveva tenere Carlo Muscetta che non è venuto, lasciando le altre relazioni a librarsi un po’ nell’ aere. Era anche una buona occasione per raccogliere tutto il materiale sparso in innumerevoli saggi, tra citazioni, note e brevi riferimenti, per un ritratto definitivo città-poeta, che non esiste (tentativi che nelle nostre università vengono ancora guardati con sospetto, trattasi di volgare divulgazione. Un utile riferimento è il recente libro su Leopardi di Renato Minore). Il rapporto tra Napoli e Leopardi è stato jellato fin dall’ inizio e ha continuato ad esserlo anche post mortem. Con le translazioni della salma. Con lo scarso interesse della cultura napoletana verso il poeta tranne il De Sanctis e Croce, ovviamente: le tesi di laurea date all’ università di Napoli dal dopoguera ad oggi sono pochissime, non c’ è un docente che sia veramente uno specialista di studi leopardiani. Anche la vicenda della cosidetta Villa della Ginestra, a Torre del Greco, è sconfortante: acquistata dallo Stato nel 1961, venne donata all’ università per farne un centro di studi leopardiani. Ma è rimasta abbandonata, ci abita un guardiano che coltiva pomodori. Sono anche spariti, forse gettati via, i mobili della stanza del poeta, un letto di ferro, un canterano, un lavabo, che in altri paesi sarebbero stati conservati con culto feticistico magari eccessivo. Leopardi arrivò a Napoli nell’ ottobre del 1833. Fuggiva da Firenze, dal freddo, dal cattolicesimo progressista-papalino, da Colletta, da Capponi, anche dall’ amico Vieusseux, l’ editore dell’ Antologia di cui era stato collaboratore. Per l’ Antologia si era rifiutato di scrivere una recensione agli Inni Sacri di Terenzio Mamiani dopo averli letti attentamente. Napoli era la città di Antonio Ranieri. Qui si era trasferito, anche lui da Firenze, Michele Ricciardi, ex esiliato dai Borboni, con fama di liberaleggiante, conoscente di Manzoni, che aveva messo in piedi una rivista Il progresso delle scienze delle lettere e delle arti e già dal titolo si doveva capire… e invece, niente, era controllata dai gesuiti. D’ altronde in quegli anni spirava un’ aria di rinnovata reazione. L’ accoglienza dell’ intellettualità napoletana a Leopardi si compendiò in una recensione proprio agli Inni Sacri di Mamiani sul Progresso di settembre-ottobre, scritta da tal Raffaele Liberatore: dieci pagine, tra cui: Il giovin rivale (Mamiani) animosamente gareggia con esso (Leopardi), con pari forza, con maggiore armonia e perspicacia. Seguita, più tardi da un saggio di Saverio Baldacchini, con allusioni dirette a Leopardi, anche se il poeta non viene nominato, sulla fiacchezza, effeminatezza, mollezza degli animi. Questo come biglietto da visita, perché capisse dice Gianvito Resta, docente di letteratura italiana a Messina, che ha parlato al convegno del rapporto tra Leopardi e Ranieri. La cultura napoletana era spiritual-cattolica, romantico-gotica. Vedeva Leopardi come un eretico. Tutti lo scansavano. Al Caffè D’ Italia, dove andava da solo a mangiare gelati e a sorbire caffè zuccheratissimi, lo chiamavano o ranaruottolo, il ranocchio. Leopardi ricambiava, sono noti i suoi lamenti: Non posso sopportare questo paese semibarbaro e semiafricano nel quale io vivo in perfetto isolamento da tutti. Ogni affare di una spilla porta un’ eternità di tempi ed è difficile il muoversi da qua come il viverci senza crepare di noia scriveva al padre. I napoletani gli sembravano lazzaroni e pulcinelli, nobili e plebei, tutti ladri e baron fottuti, degnissimi di Spagna e di forche. Nei Nuovi credenti, satira in 109 versi pubblicata solo nel 1906, si parla di Napoli che s’ arma a difesa dei maccheroni suoi. Il colera, che nel 1836 e nel 1837 fece migliaia di morti e che lo costrinse ad allontanarsi da Napoli per Torre del Greco, non deve aver contribuito a tenere su il poeta. L’ unico che avrebbe potuto mediare tra la città e Leopardi era Ranieri, l’ amicissimo, il cuore bellissimo e grande quello del Sodalizio. Ma Ranieri, uno dei più curiosi caratteristi della storia della letteratura italiana, non era all’ altezza. La sua funzione su cui molto si è discusso, fu assai ambigua, di guardiano malsano, di custode-sfruttatore e contatore di balle, con un lato maniacale non indifferente, insieme con l’ angelica sorella Paolina (stesso nome della sorella di Leopardi). Qualche anno fa è stato ristampato il suo Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, accompagnata da due esilaranti note di Giulio Cattaneo e di Alberto Arbasino. Questo imbecille di Ranieri ha avuto in casa l’ autore del Sabato del villaggio e delle Ricordanze de La Ginestra – non l’ autore de La Mariannna la va in campagna o de La violetta la va la va ha scritto Arbasino. Ella ha avuto lì sette anni, sette, cifra con la quale si possono fare i Sette pilastri della saggezza e Le sette lampade dell’ architettura e Le sette parole di Cristo in croce e Biancaneve e i sette nani… e non gli chiede niente, non riferisce un fatto, un aneddoto, una battuta, una parola: come avendo lì un sordo, o un muto, o un demente. Dice ora Resta che il Sodalizio pubblicato nel 1880 a 43 anni dalla morte di Leopardi, è una sorta di memoria giuridica a difesa del mito Ranieri benefico protettore del povero Giacomo e spenditore, messo sempre più in dubbio dopo la pubblicazione di lettere e di documenti (era Leopardi che finanziava Ranieri): Ranieri è quello che è. Però esiste anche un’ altra faccia. Riuscì a dare a Leopardi un minimo di stabilità di affetto per quattro-cinque anni. Conservò le carte del poeta in modo perfetto: se le avesse restituite subito alla famiglia Leopardi, Monaldo che ne avrebbe fatto? Nel 1845 a Firenze fece stampare le opere del poeta con una straordinaria cura, anche contro la censura: fino agli anni Venti gli italiani hanno letto Leopardi su questa edizione, ristampata e copiata cento volte. Su Ranieri e sulle disavventure postume di Leopardi a Napoli sta scrivendo un saggio Gianni Infusino, giornalista e cultore del poeta: si intitola Zibaldone di sventure. Tra queste sventure c’ è la vicenda della salma (raccontata anche da un recente libro di Mario Picchi Storie di casa Leopardi). Morto il poeta, Ranieri riuscì a sottrarre il corpo dalla fossa comune, dove finivano tutti i cadaveri in tempo di colera e a sistemarlo dentro una cassa in una cantina di una chiesa a Fuorigrotta, allora paese fuori della cinta. Almeno così disse: una traslazione di notte, abbastanza misteriosa. Ma quasi subito si sparsero voci dubbiose, anche perchè Ranieri, che aveva le chiavi della cassa, non aveva avuto testimoni nell’ operazione. Più tardi Ranieri riuscì a convincere il parroco della chiesa a trasferire i resti di Leopardi nel vestibolo. In quell’ occasione la cassa fu aperta alla presenza del solo Ranieri. Lui sostenne con gli amici di essere rimasto in contemplazione e in meditazione per due ore davanti allo scheletro del suo grande amico. Infine nel 1898 Ranieri era morto nel 1888 per il centenario della nascita del poeta si decise di dare una più degna sistemazione alle sue spoglie. Nel luglio del 1900 la cassa fu aperta una seconda volta alla presenza del sindaco di Napoli, il medico legale era pronto a fare la ricognizione. Ma tutto quello che si trovò furono dei frammenti d’ ossa e un femore sinistro: non c’ era neppure il teschio, la parte più solida dello scheletro, che avrebbe dovuto resistere per secoli. – dal nostro inviato STEFANO MALATESTA

Non è sconvolgente?

Non è sconvolgente?

Citazione

di Asterio Tubaldi
Prepariamoci a spostare le lapidi della poesia leopardiana riferite alle due figure femminili di Silvia e Nerina, e a rivedere alcuni punti fermi della letteratura legata al sommo poeta recanatese. La scoperta, fatta da Carlo Trevisani, responsabile della sezione leopardiana del Centro Studi portorecanatesi, ha del clamoroso, perché se sono giusti, e lui ne è più che sicuro, certi riferimenti anagrafici e poetici, non sarebbe più possibile identificare Silvia in Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta a 21 anni di tisi, e Nerina in Maria Belardinelli, altra ragazza morta giovane. Perchè le cose vanno esattamente rovesciate: Nerina è Teresa Fattorini e Silvia è Maria Belardinelli. Com’è arrivato Trevisani a questa conclusione, resa pubblica nel corso di un incontro a Porto Recanati, svolto in coppia con Donatella Donati, sul tema "Giacomo Leopardi – L’amore e gli amori"? L’identificazione corrente nasce, dice Trevisani, da alcune dichiarazioni che Carlo Leopardi fece a Prospero Viani a proposito delle due ragazze cantate dal poeta, in cui afferma: “Molto più romanzeschi che veri gli amori di Nerina e di Silvia (Maria Belardinelli e Teresa Fattorini?)…Una era la figlia del cocchiere, l’altra una tessitora.” Ecco la prima prova che Silvia non è Teresa Fattorini, afferma Trevisani: se delle due una era la figlia del cocchiere e l’altra una tessitora, dove troviamo nella poesia del Leopardi la tessitora? Proprio nella poesia a Silvia: “D’in sui veroni del paterno ostello/ Porgea gli orecchi al suon della tua voce,/ Ed alla man veloce/ Che percorrea la faticosa tela”. Da questi versi emerge, afferma Trevisani, che si è commesso un errore clamoroso nell’identificare Silvia con la figlia del cocchiere Teresa Fattorini, perché in realtà è Maria Belardinelli la giovane che tesse la tela.
Per avere una conferma è andato anche a scartabellare nei registri presenti nella Parrocchia di Montemorello. Con l’aiuto del parroco, Don Antonio Castellani, ha scoperto che Maria Belardinelli è morta il 3 novembre 1827. Nei versi di "A Silvia" è scritto: “Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,/ Da chiuso morbo combattuta e vinta,/ Perivi, o tenerella….”. Tale riferimento non può che essere a Maria Belardinelli, che è morta il 3 novembre, cioè “pria che l’erbe inaridisse il verno”, e non a Teresa Fattorini, che è morta all’inizio dell’autunno, il 30 settembre 1818. Trevisani sovverte quindi una convinzione comune, ormai accettata da tutti gli studiosi e biografi leopardiani. Con quali conseguenze interessanti è facile immaginare, a cominciare dalla collocazione di alcune lapidi, come quella posta sulla casa antistante Palazzo Leopardi. In quella collocazione, sostiene Trevisani, i versi di “A Silvia” sono impropri, perché riferiti alla "tessitora" Maria Belardinelli, compianta per la sua morte prematura, e andrebbero opportunamente sostituiti con quelli de "Le Ricordanze" dedicati alla Nerina – Teresa Fattorini, "figlia del cocchiere", la sola delle due ragazze realmente amata dal poeta: "..quella finestra,/ Ond’eri usata favellarmi, ed onde/ mesto riluce delle stelle il raggio/ E’ deserta..  da www.leopardi.it

Le lettere

E Leopardi a Roma trovò la famiglia più pazza del mondo

Repubblica — 05 gennaio 2007   pagina 9   sezione: ROMA

Sono tornate da poche settimane in libreria le Lettere di Giacomo Leopardi, in un’ edizione di grande valore scientifico curata da Rolando Damiani, già autore di una bella biografia del poeta e di una preziosa edizione commentata dello Zibaldone. Per gli studiosi e gli esperti si tratta di un evento da festeggiare; non meno dovrebbe esserlo per i comuni lettori e gli spiriti curiosi della grandezza umana, per la semplice ma decisiva ragione che le lettere di Leopardi ne sono una testimonianza veritiera e non di rado straziante. Vanno lette (come raramente capita con gli epistolari, anche dei più grandi), da capo a fondo, ed è una lettura che non si dimentica. Ma chiunque è interessato a Roma e all’ immagine di Roma che gli artisti hanno concepito e tramandato nel corso del tempo, troverà pane per i suoi denti in una precisa sezione di queste Lettere. Leopardi arrivò a Roma per la prima volta nella sua vita, ospite di parenti, alla fine del novembre del 1822. Aveva ventiquattro anni ed era la prima volta che si lasciava alle spalle Recanati e il palazzo di famiglia. Nel suo baule da viaggio c’ era una copia del Don Chisciotte in spagnolo, e nel suo animo un solo proposito giurato: trovare una sistemazione qualunque in città, anche a costo di prendere gli ordini religiosi o seguire all’ estero un ricco straniero, pur di scrollarsi di dosso l’ intollerabile tutela paterna. Le cose non sono mai per nessuno così come le dipinge la speranza: figuriamoci per Giacomo Leopardi. Agli inizi di maggio del 1823, più infelice che mai, riprenderà la strada di Recanati senza avere ottenuto nulla di quello che voleva. Pochi giorni prima di partire aveva inviato uno dei sui amari bilanci, lapidario e senza appello, al suo più caro amico, Pietro Giordani: «io non sono più buono a cosa alcuna del mondo». Ma cos’ era successo, in quelle poche settimane passate in casa dei cugini Antici, che abitavano nel bel palazzo rinascimentale che ancora oggi porta il nome Antici-Mattei, con i suoi due ingressi su via dei Funari e su via Caetani ? Tra i tanti uomini illustri del suo tempo che a Roma erano risorti a nuova vita, traendo linfe fresche alla propria ispirazione, anche nel rapporto fallimentare con la città Leopardi dimostra la sua unicità e la sua solitudine. Se tante sono le lettere spedite a casa (soprattutto al padre e a Carlo, il fratello preferito), l’ immagine della città è singolarmente avara di punti di riferimento, come il luogo di un brutto sogno, e sembra che Leopardi eviti a bella posta di menzionare solo uno dei monumenti che abitualmente si visitavano durante i primi giorni in città. Due giorni dopo l’ arrivo, già confida a Carlo che, pur riconoscendo in astratto che questi monumenti sono meravigliosi, non ne prova nessun sentimento, e in conseguenza il «minimo piacere». E dunque, conclude, «la moltitudine e grandezza loro m’ è venuta a noia dopo il primo giorno». E nelle settimane successive, la musica non cambia. Nonostante da casa Carlo lo inviti a passeggiare e a prendere confidenza con la città, iniziando ad orientarsi, Giacomo si sente sperduto, e respinto da ciò che vede. I motivi di questo disagio si chiariscono in un’ altra lettera, indirizzata questa volta a Paolina, sorella amatissima al pari di Carlo, e ruotano attorno all’ eccessiva «grandezza» di Roma, abitazione ideale per dei giganti. Tutti questi spazi immensi e semideserti, infatti, a suo parere non servono ad altro «che a moltiplicare le distanze, e il numero dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate». Le «fabbriche immense», antiche e moderne, della città, e le sue strade «per conseguenza interminabili», sono spazi che, invece di contenerli, dividono gli uomini. Come abbiamo tutti imparato fin da scuola, in questo paesaggio urbano giudicato così scomodo e quasi ostile da rendere anche una visita di cortesia un’ impresa difficile, esiste una sola luminosa eccezione: sto parlando della celebre passeggiata al convento di Sant’ Onofrio, sulle pendici del Gianicolo, e alla tomba di Torquato Tasso. Leopardi racconta questo pellegrinaggio nella famosa lettera a Carlo del 20 febbraio 1823, che spicca nell’ epistolario come l’ unica nota di autentica vitalità di tutta l’ esperienza romana. E in effetti, possiamo dire che non solo il convento, ma anche il minuscolo reticolo di vicoli e strade che risale il fianco del Gianicolo verso i cancelli di Sant’ Onofrio, è l’ unico luogo di Roma davvero "leopardiano". E’ uno spicchio silenzioso e ombroso di vecchia Roma poco frequentato, che stupisce per il contrasto d’ atmosfera proveniendo dal caos di piazza Della Rovere e dell’ incrocio di via della Lungara con il lungotevere. E anche se oggi sulla salita di Sant’ Onofrio si aprono ben poche botteghe, l’ aspetto delle case lascia ancora abbastanza facilmente immaginare la strada tutta piena di «manifatture» e inondata dei canti delle donne e degli operai al lavoro descritta a Carlo nella famosa lettera. All’ aristocratico Leopardi, costretto a frequentare tutt’ altro tipo di gente, quegli umili artigiani e i loro telai regalano finalmente l’ immagine di una «vita raccolta, ordinata, e occupata in professioni utili». Ma si tratta di un lampo isolato. A palazzo Antici-Mattei si respira un’ atmosfera umana del tutto diversa, resa ancor meno sopportabile dal freddo che, in quell’ inverno rigidissimo, regna nelle grandi stanze di quella sontuosa dimora rinascimentale, progettata da Carlo Maderno e terminata nel 1618. Ma gli inevitabili geloni, che costeranno a Leopardi non meno di «duecent’ ore» di letto, sono nulla in confronto alla tremenda famiglia di parenti dei quali è ospite. Coll’ innato sarcasmo, affilato come un rasoio, Leopardi abbozza di lettera in lettera un ritratto feroce e comicissimo dei poveri Antici, permettendo anche a noi di gettare uno sguardo, oltre le spesse mura del palazzo, nella bizzarra esistenza quotidiana di una famiglia di "signori" romani (né troppo ricchi né troppo potenti) del primo ottocento. Bastano poche ore per far capire a Giacomo che in casa degli zii regnano «orrendo disordine, confusione, nullità, minutezza insopportabile e trascuratezza indicibile». A tavola, nota scandalizzato, tutti parlano insieme ad alta voce, e non si curano di affrontare argomenti privati e imbarazzanti davanti alla servitù. Il sistema di vita di questa famiglia oziosa, disordinata, eccessivamente ciarliera consiste in una serie di spostamenti collettivi dentro e fuori dalle mura del palazzo: è tutto un «uscire, vedere e tornare a casa» senza senso. Ovviamente, zii e cugini tornano a casa «con più noia di quando sono usciti», e allora, altrettanto ovviamente, iniziano a «strapazzarsi a vicenda». L’ innato senso del comico del giovane Leopardi, che l’ infelicità non riusciva mai a reprimere totalmente, è provocato continuamente da questa chiassosa e nervosa famiglia di parenti che appena sentono un po’ di debolezza per non avere ancora mangiato si mettono a letto e fanno chiamare il medico. Gli Antici, più che una buona famiglia romana, nelle lettere di Giacomo assomigliano a una compagnia d’ attori comici, con i loro ruoli definiti una volta per tutte, e le grandi e fredde stanze della loro casa si trasformano di fronte agli occhi esterrefatti dell’ ospite in quinte teatrali in cui si recita ogni giorno una farsa senza capo né coda. A Natale, arriva da Recanati l’ idea di regalare un quadro agli zii, in segno di gratitudine per l’ ospitalità. L’ idea è buona, risponde Giacomo, visto che le pareti di casa sono quasi del tutto spoglie. Ma aggiunge subito che il gusto di quei parenti si sveglia solo di fronte a «qualche cosa di strano, anzi di stravagante». E del resto, tutti i loro gusti sono «momentanei, indefinibili, imprevedibili, inafferrabili». E’ quella stessa bizzarria, a ben pensarci, che il sobrio, delicato, raffinato Leopardi doveva detestare fin nel cortile di sgargiante gusto manieristico del palazzo di via Caetani, stipato fino all’ inverosimile di lapidi e frammenti di statue antiche. A un umore meno depresso, la vita presso gli Antici avrebbe suggerito spunti a sufficienza per un romanzo comico. Leopardi in quei mesi invece componeva tutt’ altro genere di scritti, dotti articoli su autori latini e greci con lo scopo di mettersi in luce negli ambienti colti. E imparava a proprie spese quanto fosse difficile, passati dalle vaghe speranze alla realtà dei fatti, trovare un lavoro e un futuro destreggiandosi tra gli uomini influenti della città papalina. Quella di Leopardi non è la testimonianza di un turista, di un viaggiatore come lo erano Goethe e Stendhal e infiniti altri, ma di un suddito pontificio, venuto a Roma per motivi pratici: anche per questo motivo le sue lettere da Roma sono un documento più unico che raro. – EMANUELE TREVI

La disposizione dei Canti

Che cosa leggere allora nella disposizione dei Canti?
Per rispondere si dovrebbe partire da uno schema che evidenzi in
sintesi, ma con completezza, quali sono le tematiche centrali di ogni
Canto o gruppo di essi.
Ma si tratterebbe di un lavoro molto complesso, per il quale certo non
sono fornita degli strumenti necessari. Tuttavia, partendo dalle parole
di Giacomo ho fatto qualche osservazione che vi propongo, nella
speranza di dare uno spunto di discussione soprattutto ai nuovi
arrivati.
Ad esempio, se guardiamo ai primi Canti, come All’ Italia e Sopra il
monumento di Dante, possiamo estrarre da essi il concetto che è
necessario guardare al passato esemplare per riscuotersi dal presente
umiliante.
Le rovine appaiono essere il simbolo di quel passato glorioso che si contrappone al presente negativo.
“ Mira queste ruine
E le carte e le tele e i marmi e i templi”;
“Opatriamia,vedolemuraegliarchi
E le colonne e i simulacri e l’ erme
Torri degli avi nostri”.
Per contro, nella Ginestra, quelle stesse rovine (“or tutto intorno una
ruina involve”) diventeranno simbolo di un passato esattamente uguale
al presente, in cui la Natura sovrasta imprevedibile e rovinosa nelle
sue manifestazioni l’ umano esistere.
Quindi la contrapposizione, passato positivo/presente negativo, ben
evidenziata all’ inizio della raccolta, progressivamente sembra si vada
perdendo, in una sorta di inesorabile processo di abbandono, che
coinvolge anche altre tematiche, come quella parallela del tempo
individuale dell’uomo nella contrapposizione iniziale
giovinezza/vecchiaia.
Sembra che il pensiero, progredendo, anzichè articolarsi e ramificarsi
in distinguo, tenda, al contrario, a semplificare e a stabilire nessi
di identità. Questa sorta di percorso a ritroso, che potrebbe essere
efficacemente rappresento dall’ immagine di una mano che stringe un
pugno di sabbia, la quale scivola via, fino a che non rimane di essa
che un solo sparuto granello, la Ginestra, pone Giacomo in una
posizione del tutto a sé stante, a me sembra, rispetto ai filosofi
tradizionali. Il filosofo sistematico costruisce, articola, dispiega ed
applica il suo principio ai vari ambiti della realtà, dentro e fuori
dell’ io. Giacomo invece, con una sorta di graduale e rigoroso
sfrondamento del pensiero di tutto ciò che è artificiosa e fuorviante
duplicazione,perviene a quel distillato poetico e filosofico,
rappresentato dalla Ginestra, che rappresenta una chiave di lettura
coerente di tutta la realtà, dalla storia generale a quella particolare
del singolo, dalla morale alla politica e che realizza,certo in modo
non convenzionale, ma sostanziale quella sistematicità che spesso si è
negata al suo pensiero.
Per quanto poi riguarda la collocazione della lirica del Passero
solitario posso intanto fare questa osservazione: la collocazione
cronologicamente arretrata del testo, nell’ordine dei Canti, sembra
quasi dare la concretezza di un gesto al “Volgerommi indietro” dell’
ultimo verso.
Viene così di nuovo in gioco il tempo, in questo caso il tempo
interiore. Il Poeta ha già sperimentato il rimpianto del passato, se,
come appare corretto ipotizzare, la lirica venne composta non prima del
1831, tuttavia il sentimento di nostalgia della giovinezza perduta
viene posto in una previsione proiettata verso il futuro. Forse
Giacomo, che all’ epoca viveva lontano da Recanati nè vi sarebbe più
tornato, potrebbe aver recuperato con il ricordo uno stato d’ animo
appartenente al passato. In questo senso la genesi del Passero
solitario potrebbe avere qualcosa in comune con quella di A Silvia.
Scusate la lunghezza, un saluto a tutti voi!
                                  
Postato da Carmelina

Il più amato

  

Merini batte Petrarca

Top ten della poesia. Leopardi meglio di Dante e Alda Merini batte
Petrarca

sabino-labia
  Venerdì 18 Aprile 2008 alle 11:26 Nessun commento

L’Infinito batte la Divina Commedia, o meglio Giacomo Leopardi
batte Dante
Alighieri
. È questo, infatti, il risultato del sondaggio mensile promosso
dalla Società
Dante Alighieri
sul sito Ladante.it.

Il massimo esponente del Romanticismo e del pessimismo, mal
sopportato dagli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, è risultato
il poeta più amato dagli italiani con il 25% delle preferenze, superando in una
sfida stellare il Sommo Poeta tanto rivalutato negli ultimi anni grazie alle
declamazioni televisive di Roberto Benigni e che ha ricevuto il 17% dei
consensi.

Certo versi come “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, E
questa siepe, che da tanta parte De l’ultimo orizzonte il guardo esclude

sono tra le più alte espressioni della nostra letteratura e ancora oggi sembrano
provocare emozioni e ispirazioni in ognuno di noi così come ha dichiarato una
cantante rock come Gianna Nannini: “È come se mi
raccontasse il nostro mondo di oggi, come se vedesse più lontano e avesse già
previsto tutto”.

Al terzo posto di questa straordinaria classifica, cui hanno
dato il loro voto milioni di internauti, troviamo Eugenio Montale seguito da
Giuseppe
Ungaretti
e Giovanni Pascoli. Una
nota di particolare merito va sicuramente alla poetessa milanese Alda Merini che con la
sua decima posizione è l’unica vivente ad essere entrata nell’Olimpo della
poesia precedendo addirittura mostri sacri come Petrarca, Carducci e
Quasimodo.

 

Classifica

1-Giacomo Leopardi

2-Dante Alighieri

3-Eugenio Montale

4-Giuseppe Ungaretti

5-Giovanni Pascoli

6-Ugo Foscolo

7-Luigi Pirandello

8-Alessandro Manzoni

9-Cesare Pavese

10-Alda Merini

11-Francesco Petrarca

12-Primo Levi

13-Gianni Rodari

14-Italo Calvino

15-Giosuè Carducci

16-Salvatore Quasimodo

Attendere prego:

Il Sistema sta caricando i dati richiesti

Servizi del Giorno

14/04/2008 

ore 13.18 

Cultura 

LA BELTÀ NEGLI OCCHI DI
SILVIA NON SI DIMENTICA: È GIACOMO LEOPARDI IL POETA ITALIANO PIÙ AMATO/ A
RIVELARLO IL SONDAGGIO MENSILE DELLA DANTE ALIGHIERI 

ROMA aise –
"Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà
splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il
limitare di gioventù salivi?". Con molta probabilità hanno contribuito anche i
celebri versi iniziali di "A Silvia" a proiettare Giacomo Leopardi sul gradino
più alto del podio tra i poeti più amati. A rivelarlo è il sondaggio mensile
proposto dal sito Internet della Società Dante Alighieri www.ladante.it: successo incontrastato
del poeta di Recanati con il 25% dei voti complessivi, seguito dal già
"pluripremiato" Dante Alighieri con il 17%, da Eugenio Montale con il 12% e da
Giuseppe Ungaretti con l’8%. Due "colossi" del calibro di Giovanni Pascoli e Ugo
Foscolo ottengono il 4% delle preferenze, mentre il 2% colloca in settima
posizione, tutti a pari merito, Luigi Pirandello, Alessandro Manzoni, Cesare
Pavese, Francesco Petrarca, Primo Levi e Alda Merini, unica poetessa vivente tra
i primi 15 della classifica. Percentuali leggermente inferiori per Carducci,
Calvino, Quasimodo, D’Annunzio, Boccaccio, Verga e Saba.
"Leopardi è un
classico assoluto e quindi non sorprende la sua grande fortuna", commenta alla
"Dante" Alberto Casadei, docente di Letteratura Italiana presso l’Università di
Pisa. "Certamente i suoi temi sono più affini anche all’uomo contemporaneo
rispetto a quelli di Dante e la sua poesia è in apparenza più semplice di quella
di Montale. Forse il motivo della perdurante fortuna di Leopardi, rispetto per
esempio a Manzoni, è proprio dovuto alla sua capacità di coniugare limpidezza
formale e alta densità di pensiero".
In che modo la poesia di Giacomo
Leopardi può rispecchiare l’identità italiana e il modo di essere degli
italiani? "Leopardi ha saputo riflettere sui nostri costumi", spiega Casadei,
"basti pensare al tuttora validissimo "Discorso sopra lo stato presente dei
costumi degl’italiani", e insieme sulla condizione umana moderna. Proprio per
questo la sua riflessione non è valida solo per il suo tempo, ma offre molti
spunti anche per interpretare il nostro".
Può essere stato un verso in
particolare a fare la differenza nella scelta dei votanti, di cui circa il 30%
dall’estero? "Certamente sono memorabili molti versi di Giacomo Leopardi",
prosegue lo studioso, "così come di Montale, per non parlare, ovviamente, di
Dante. Umberto Saba diceva che "e chiaro nella valle il fiume appare" de "La
quiete dopo la tempesta" è il più bel verso della nostra letteratura. In ogni
caso, l’interesse per la poesia rimane in Italia altissimo, nonostante le scarse
vendite dei maggiori poeti attuali, che bisognerebbe far conoscere di più anche
all’estero, visto che tra i risultati del sondaggio proposto dalla "Dante
Alighieri" compare solo Alda Merini".
Insomma: quale significato traspare da
questo sondaggio? Per Casadei "la classifica rispecchia molti dei valori
acquisiti sulla base della tradizione scolastica e universitaria italiana, ma
con alcune sorprese interessanti. Per esempio, il modesto riscontro di autori
fondamentali come Petrarca è segno della maggiore difficoltà a cogliere oggi gli
elementi più innovativi e duraturi della loro opera: su questo, la scuola,
l’università ma anche le associazioni importanti per la diffusione della nostra
cultura, come la stessa Dante, sono chiamate a confrontarsi seriamente".

"Per me Dante è in assoluto uno dei più grandi autori mai esistiti e quindi
il mio voto sarebbe andato senza dubbio a lui", conclude Alberto Casadei. "Mi
spiace di non vedere nella classifica poeti-narratori come Ariosto o Tasso e
nemmeno importanti poeti recenti, come Saba, Luzi o Sereni".
Esclusa
l’Italia, in netta maggioranza con circa 2 milioni di accessi nel periodo del
sondaggio, i contatti più numerosi provengono ancora dal continente americano,
Argentina e Brasile su tutti, con un notevole incremento dal Canada. In Europa
spiccano Svizzera, Francia, Spagna, Polonia, Germania ed Olanda, mentre in Asia
la palma d’oro va al Giappone. La graduatoria totale è sempre visibile sul
portale della Dante, che offre anche l’opportunità di consultare i risultati
finali di tutti i sondaggi precedenti. (aise) 

Editrice SOGEDI
s.r.l. – Reg. Trib. Roma n°15771/75
 

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