Il pensiero dominante

 
 
 
 

 


 
 
 IL PENSIERO DOMINANTE

Dolcissimo, possente

Dominator di mia profonda mente;

Terribile, ma caro

Dono del ciel; consorte

Ai lùgubri miei giorni,

Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

Di tua natura arcana

Chi non favella? il suo poter fra noi

Chi non sentì? Pur sempre

Che in dir gli effetti suoi

Le umane lingue il sentir proprio sprona,

Par novo ad ascoltar ciò ch’ei ragiona.

Come solinga è fatta

La mente mia d’allora

Che tu quivi prendesti a far dimora!

Ratto d’intorno intorno al par del lampo

Gli altri pensieri miei

Tutti si dileguàr. Siccome torre

In solitario campo,

Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei

 
 
 
 
 

Alla luna

 
 
 
 

ALLA LUNA

 

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, né cangia stile,

O mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l’etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l’affanno duri!

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Postato da Maria Grazia

Il profeta

In questi tempi grami, dove la crudeltà la fa da padrona, si alza, profetica, la voce di Giacomo che invita alla fratellanza.
postato da Giuseppe.
 

Tutti fra sé confederati estima

Gli uomini, e tutti abbraccia

Con vero amor, porgendo

Valida e pronta ed aspettando aita

Negli alterni perigli e nelle angosce

Della guerra comune. Ed alle offese

Dell’uomo armar la destra, e laccio porre

Al vicino ed inciampo,

Stolto crede così qual fora in campo

Cinto d’oste contraria, in sul più vivo

Incalzar degli assalti,

Gl’inimici obbliando, acerbe gare

Imprender con gli amici,

E sparger fuga e fulminar col brando

Infra i propri guerrieri.

Così fatti pensieri

Quando fien, come fur, palesi al volgo,

E quell’orror che primo

Contra l’empia natura

Strinse i mortali in social catena,

Fia ricondotto in parte

Da verace saper, l’onesto e il retto

Conversar cittadino,

E giustizia e pietade, altra radice

Avranno allor che non superbe fole,

Ove fondata probità del volgo

Così star suole in piede

Quale star può quel ch’ha in error la sede.

 

Silvia

A Silvia

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,


e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi? 

Un bambino dell’ ‘800

Postato da Laura

Un bambino dell’ ‘800

La Befana di Giacomo Leopardi
(in effetti si tratta di uno scherzo di Giacomo a una signora amica
di famiglia. L a lettera verrà sequestrata dal padre Monaldo
prima di arrivare a destinazione… :)))

Carissima Signora

Giacchè mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi

e a tutti i Signori Ragazzi della Vostra Conversazione, ma la Neve

mi ha rotto le Tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato

dunque di fermarmi un momento per fare la piscia nel vostro portone,

e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle

per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni ma ditegli che

se sentirò cattive relazioni di loro, quest’Anno gli porterò

un po’ di merda. Veramente io voleva destinare a ognuno

il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro,

ma ho temuto di dimostrare parzialità, e quello il quale

avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi.

Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così.

Dentro l’annessa cartina troverete tanti biglietti con altrettanti Numeri. Mettete tutti questi biglietti dentro un Orinale, e mischiateli

bene bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto,

e veda il suo numero. Poi con l’annessa chiave aprite il Baulle.

Prima di tutto troverete certa cosetta da godere in comune

e credo che cotesti Signori la gradiranno perché sono

un branco di ghiotti. Poi ci troverete tutti li corni segnati

col rispettivo numero. Ognuno ne pigli il suo, e vada in pace.

Chi non è contento del Corno che gli tocca, faccia un baratto

con li Corni delli Compagni. Se avanza qualche corno

lo riprenderò al mio ritorno. Un altr’anno poi si vedrà di far meglio.

Voi poi Signora carissima avvertite in tutto quest’Anno di trattare

bene cotesti Signori, non solo col Caffè che già si intende,

ma con Pasticci, Crostate, Cialde, Cialdoni, ed altri regali,

e non siate stitica, e non vi fate pregare, perché chi vuole

la conversazione deve allargare la mano, e se darete un Pasticcio

per sera sarete meglio lodata, e la vostra conversazione si chiamerà

la Conversazione del Pasticcio. Frattanto state allegri, e andate

tutti dove io vi mando, e restateci finchè non torno ghiotti,

indiscreti, somari scrocconi dal primo fino all’ultimo.

La Befana

Leopardi cinese

Leopardi cinese
di Paolo Morelli

       Leopardi comincia a interessarsi della lingua e della scrittura cinese nell’aprile del 1821, su sollecitazione di alcune letture, e non se ne occuperà più dopo il maggio dello stesso anno, se non per ritornarvi brevemente nel 1828, citando in francese un articolo sull’uso dei caratteri cinesi in Mongolia e in Giappone. Ne continuò a parlare per semplici accenni, durante pensieri sull’invenzione del linguaggio e meditazioni collegate, che scorrono nel corso di tutto lo Zibaldone. Un interesse breve ma approfondito che rivela non solo stupore, ma pure uno sconcerto.
       Nello Zibaldone farà ancora menzione della Cina, per esempio a dimostrazione della diversità di gusto e d’opinione (come quando critica l’uso cinese di storpiarsi e farsi il piede piccolo perché ciò è reputato bello, mentre il bello deve essere secondo natura, cioè conveniente). Nel restante della sua opera solo qualche citazione esotizzante, oppure storica, come nella Storia dell’Astronomia. Sebbene la predilezione per l’Oriente sia presente in ogni suo periodo, e nonostante la convinzione che l’origine stessa del genere umano, delle letterature e della civilizzazione fosse in Oriente, lungi da lui il parlarne con tono fantastico, come già avevano fatto in molti, da Platone in poi, se si eccettua forse la meditazione musicale del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Chiaramente evita, anzi neppure considera, ogni fascinazione romantica.
       Mosso dalla folle pretesa che tutto il mondo si possa toccare attraverso lo studio delle parole che vi scorrono, compito che va ben oltre quello del filologo, L. si trova davanti all’enigma cinese. Nel suo continuo allargare il cerchio, con la forza delle analogie e la disinvoltura di un appassionato e continuo processo d’induzione (‘questo paragone l’ho già fatto e trovatolo giusto’), al cinese si ferma, sospende il giudizio, forse fedele al suo pirronismo scettico di fondo. La conclusione, a cui egli era giunto, vale a dire che tutte le lingue si sono formate da un’unica lingua madre, o da pochissime lingue primitive, e che le civiltà si sono sviluppate di pari passo alla lingua, si sospende davanti al mistero dell’immobilità del cinese e quindi della civiltà cinese, una civiltà che non anela al progresso, così come lo si intende in Occidente.
Come ben aveva intuito L., tali caratteristiche di impermeabilità e solidità erano e sono dovute, almeno in parte, al tipo di linguaggio, e anzi principalmente alla scrittura. Ma per lui resta comunque un mistero il fatto che possa esistere una lingua non-alfabetica che non sia morta (come la geroglifica egiziana), e che, quindi, le alfabetiche non siano le uniche possibili a una civiltà millenaria. La sua tesi è che, dopo l’introduzione della scrittura dipinta o geroglifica, l’uomo aveva conservato ancora la sua natura primitiva, ma che con l’invenzione della scrittura in cifre aveva rapidamente fatto progressi nel senso dell’artificiosità. Invece si trova di fronte una civiltà allo stesso tempo vetusta e ricca, ma che conserva la sua scrittura primigenia, con ininfluenti variazioni.
       Ora, il suo è sì lo stupore dello studioso, di chi fa dello studio della lingua un oggetto, principale, di meditazione filosofica, ma è pure lo sconcerto di chiunque si avvicini all’idioma (e alla scrittura) cinese. Uno sconcerto che permane oggi, nonostante le odierne apparenze, di fronte alla diversità, per non dire all’impenetrabilità della civiltà di quel popolo. E chi è abituato alle forme alfabetiche, dovrà cambiare buona parte del suo atteggiamento mentale nei riguardi dell’espressione, se vorrà accostarsi alla lingua cinese senza avere la sgradevole sensazione di un macigno incombente.
       Ma, allo sconcerto per il nuovo e l’inusitato, in L. si unisce la meraviglia. Per ragioni filosofiche più che meramente caratteriali, egli non poteva non essere attirato dalla forza di un’immutabilità culturale così varia e doviziosa. La quiete e l’inattività, che egli riconosce come peculiari della cultura cinese, sono per lui piaceri naturali, quindi insopportabili per l’uomo civile. Eppure, nella filosofia che aderisce a quel popolo, proprio quiete e inattività sembrano virtù cardinali. Sebbene si vadano moltiplicando, all’epoca, le traduzioni (o meglio i tentativi di traduzione), di opere fondamentali del pensiero della Cina, soprattutto in lingua francese e tedesca, sul suo tavolo arriva poco o nulla. E forse è un bene, perché, della lingua e della scrittura cinesi, e del loro rapporto con la civiltà cinese, L. sembra aver già colto gli elementi fondamentali, e delle opere incerte e lacunose non avrebbero certo approfondito né aumentato la sua comprensione di fondo, la sua meravigliosa intuizione.
       Già Montaigne aveva dimostrato ammirazione per alcune consuetudini legislative cinesi. Ma è nel Seicento che la cultura europea rimase affascinata da quella ‘terra curiosa’, e dalla sua lingua, soprattutto quella scritta. Bacone aveva ipotizzato che fosse una lingua artificiale, costruita però con caratteri ‘reali’, capaci cioè di esprimere la struttura delle cose del mondo. Poi Leibniz si era interessato alla traduzione, da parte di Joachim Bouvet, de Il libro delle mutazioni (I Qing), e al postulato secondo cui la scrittura cinese aveva derivazione dai segni divinatori (esagrammi) lì utilizzati. Qualcosa che Leibniz credeva di poter accostare alla sua ricerca di una lingua ‘caratteristica’, con la quale fosse possibile dedurre tutto lo scibile partendo da Tutto e Nulla, i due elementi radicali. Bouvet lanciò anche l’idea di una clavis sinica, da lui scoperta, con la quale era possibile aprire il mistero del legame tra la saggezza primitiva del popolo cinese e il codice della sua scrittura.
       Gli intellettuali occidentali sono portati a credere di scoprire quello che inventano, difatti la sua intuizione rimase inspiegata, anche a esplicita richiesta di chiarimenti da parte di Leibniz. Eppure, forse Bouvet aveva toccato appena un punto importante, quello dello strambo rapporto tra scrittura ideografica e anima cinese, una strana magia che ha permesso a quella civiltà di rimanere quasi immutabile, coerente ed unita. Palesemente, con il duro ma aereo metodo dell’esercizio delle analogie, L. arriva subito al nocciolo della questione, ma evita di immaginare oltre, forse sente che è il carattere stesso di quella scrittura a richiedergli di arrestarsi.
       Eppure si trovava di fronte qualcosa che contraddiceva una tesi che andava dipanando da tempo, e la curiosità avrebbe voluto che L. si chiedesse come mai la scrittura cinese si inseriva così male nell’assioma della stretta rispondenza tra lingua e evoluzione della civiltà.

       “Che sarebbe l’aritmetica se ogni numero si dovesse significare con cifra diversa, e non colla diversa composizione di pochi elementi? Che sarebbe la scrittura se ogni parola dovesse esprimersi colla sua cifra o figura particolare, come dicono della scrittura Cinese?” (Zibaldone, 807)

       Un secolo e mezzo prima di L., Leibniz aveva sostenuto, della scrittura cinese: “Se ci fosse un certo numero di caratteri fondamentali di cui gli altri non fossero che combinazioni, avrebbe qualche analogia con l’analisi dei pensieri”. In realtà, non c’è nulla di intellettuale nella scrittura cinese, che è tutto meno che un’algebra in cui simboli scelti vengono combinati a rappresentare le nozioni principali, e le cui derivazioni servono poi ad esaminare le idee. Secondo Marcel Granet, niente è più lontano dalla verità del guardare ai caratteri come a dei rebus, delle combinazioni meccaniche di segni da decifrare. Essi sono stati invece concepiti come degli emblemi potenti, in grado di interagire coi fatti: “Il merito principale della scrittura figurativa sta nel fatto che essa permette ai segni grafici, e attraverso essi alle parole, di dare l’impressione che valgano in quanto forze attive, in quanto forze reali”.

       “La meravigliosa e strana immobilità e immutabilità  della nazione Chinese, dev’essere derivata certo in grandissima parte, e derivare dal non aver essi alfabeto né lettere, ma caratteri esprimenti le cose e le idee, cioè un dato numero di caratteri elementari e principali rappresentanti le principali idee, i quali si chiamano chiavi, e sono nel sistema di alcuni dotti Chinesi 214, in altri sistemi molto più, in altri molto meno, ma il sistema delle 214 è più comune e il più seguito da’ letterati chinesi nella compilazione de’ loro dizionarii. I quali caratteri elementari o chiavi diversamente combinati fra loro (come ponendo sopra la chiave che rappresenta i campi, l’abbreviatura di quella che rappresenta le piante, si fa il segno o carattere che significa o rappresenta primizia dell’erbe e delle messi; e ponendo questo medesimo carattere sotto la chiave che rappresenta gli edifizi, si fa il carattere che significa tempio, cioè luogo dove si offrono le primizie) servono ad esprimere o rappresentare le altre idee: essendo però le dette combinazioni convenute, e gramaticali, come lo sono le chiavi elementari; altrimenti non s’intenderebbero. Nel qual modo e senso un buon dizionario chinese dovrebbe contenere 35.000 caratteri come ne contiene il Tching-tseu-toung, uno de’ migliori Dizionari che hanno i chinesi. La quale scrittura in somma appresso a poco è la stessa che la ieroglifica… La lingua chinese è tutta architettata e fabbricata sopra un sistema di composti, non solo quanto ai caratteri, ma parimente alla pronunzia, ossia a’ vocaboli. Giacché i loro vocaboli radicali esprimenti i caratteri non sono più di 352, e 383. Ed eccetto che il valore di alcuni di questi vocaboli si diversifica talvolta per via di quattro toni, dell’uno dei quali si appone loro il segno, tutti gli altri vocaboli Chinesi sono composti; come si vede anche nella maniera in cui si scrivono quando si trasportano originalmente nelle nostre lingue” (Zibaldone, 942-943).

       L. nota subito, rimanendone affascinato, ‘l’immobilità e immutabilità’ della nazione cinese. E immediatamente associa tale immobilità alle caratteristiche della scrittura cinese. Quando incontra il cinese, sta seguendo il filo di un pensiero sulla civilizzazione dei popoli dopo l’invenzione degli alfabeti (‘Popolo umano totalmente naturale e incorrotto, non esiste. Tutti hanno origine da un medesimo popolo, il quale fu corrotto prima di emetterli. Ma questa originaria corruzione, secondo le diverse circostanze naturali o accidentali o qualunque, in altri passò più o meno avanti, poi si fermò e divenne stazionaria – come nel Messico, nella China; in altri retrocedette, poi risorse, poi seguitò e segue sempre a progredire, come in Europa’). Per L. tutte le lingue hanno origine da un’unica lingua. Il linguaggio è una meravigliosa invenzione comune a tutte le popolazioni del mondo, precedente alla divisione del genere umano. Egli sostiene che l’origine di tutti gli alfabeti è stata una sola, che si tratta di un autentico miracolo dello spirito umano, e che all’inizio tutte le lingue erano monosillabiche (‘balbettanti come fanno i fanciulli, che da principio non pronunziano mai se non monosillabi’). Inoltre, per L., una lingua formata è la più completa immagine del carattere della nazione che la parla, sanzionando l’allontanamento dalla natura con l’invenzione della scrittura per cifre, che, ‘finché il mondo non l’ebbe, conservò proporzionatamente lo stato primitivo. Così pure in proporzione, dopo l’uso della scrittura dipinta, e della geroglifica’.

       “Così che la lingua Chinese quanto supera le altre lingue nella molteplicità, complicazione, e confusione degli elementi e della costruttura della scrittura, tanto le avanza nella semplicità e piccolo numero degli elementi dell’idioma” (Zibaldone, 944).
       “Un tal popolo dev’essere insomma necessariamente stazionario. E qual popolo infatti è più meravigliosamente stazionario del Chinese, nel quale abbiamo osservato una somigliante costituzione? Sir George Staunton, Segretario d’Ambasciata nella missione di Lord Macartney presso l’Imperatore della China, nella introduzione alla sua versione inglese del Codice Penale dei Chinesi, nota in questa nazione, come fra le cause di certi ragguardevoli vantaggi morali e politici posseduti, secondo lui, da essa nazione, vantaggi che non possono, secondo lui, essere agguagliati con esattezza in alcuna società Europea, nota, dico, la quasi totale mancanza di dritti e privilegi feudali; la equabile distribuzione della proprietà fondiaria; e LA NATURALE INCAPACITA ED AVVERSIONE E DEL POPOLO E DEL GOVERNO AD ESSERE SEDOTTI DA MIRE D’AMBIZIONE, E DA DESIO D’ESTERE CONQUISTE” (Zibaldone, 943-944).

       Sir George Staunton fu traduttore e commentatore delle Leggi fondamentali e scelte d’alcuni Statuti Supplementari del Codice Penale dei Chinesi, che L. trovava sugli Annali di Scienze e Lettere. È notabile il fatto che L. abbia trascritto l’ultima frase in maiuscolo. Una frase che sembra rimandare a una meditazione su quel popolo filosofica, piuttosto che sociale o politica. L. non ebbe la possibilità di avvicinarsi alle pratiche filosofiche orientali, né tantomeno a quelle cinesi, che di queste presentano forse le versioni più profonde. Gli assiomi del suo sistema, che ‘l’uomo non è fatto per sapere’ e che ‘l’infelicità umana deriva dalla conoscenza del vero’, e la grande intuizione che ‘la meccanica del pensiero coincide con l’azione incessante del desiderio’, non condussero L. allo studio delle filosofie orientali, che rimasero per lui arcane e misteriose. E non poteva essere altrimenti, visto che le opere di quelle dottrine filosofiche cominciavano ad avere all’epoca numerose ma svianti traduzioni. Della filosofia cinese nota però che possiede una nomenclatura completamente diversa dalla nostra e, in positivo, la chiama scienza non esatta. Nonostante questo, non ci si è trattenuti, da parte di alcuni studiosi, dal tratteggiare e analizzare alcuni suoi testi alla luce della nomenclatura orientale, ad esempio L’infinito in termini di analogie con i vari stadi della meditazione buddhista.

       “In somma la scrittura Chinese non rappresenta veramente le parole (che le nostre son quelle che le rappresentano, e ciò per via delle lettere, che sono ordinate e dipendenti in tutto dalla parola) ma le cose; e perciò tutti osservano che il loro sistema di scrittura è quasi indipendente dalla parola: così che si potrebbe trovare uno che intendesse pienamente il senso della scrittura chinese, senza sapere una sillaba della lingua, e leggendo i libri chinesi nella lingua propria, o in qual più gli piacesse, cioè applicando ai caratteri cinesi quei vocaboli che volesse, senza detrimento nessuno della perfetta intelligenza della scrittura, e neanche del suo gusto, giacché le opere chinesi non hanno né possono avere né versificazione, né ritmo, né stile, e conviene prescindere affatto dalle parole nel giudicarle; le loro poesie non sono composte di versi, né le prose oratorie di periodi; il genio della lingua non ammette il soccorso delle comuni particelle di connessione, e presenta meramente una fila di immagini sconnesse, i cui rapporti devono essere indovinati dal lettore, secondo le intrinseche loro qualità. E così viceversa bene spesso taluni, dopo aver soggiornato venti anni alla China, non sono tampoco in grado di leggere il libro più facile, benché sappiano essi parlar bene il chinese, e farsi comprendere” (Zibaldone, 944-945).

       È una delle ‘stranezze’ del cinese. Rispetto alle ‘lingue locali’, è quasi come se io scrivessi in una lingua, le cui parole penso e sillabo in italiano mentre le scrivo, ma che verranno lette in francese da un francese e in russo da un russo. Per verificare ‘quanto sia vero che la scrittura Chinese si possa quasi perfettamente intendere, senza saper punto la lingua’, L. rimanda a Francesco Soave, nel compendio al Saggio filosofico su l’umano intelletto di Locke, allorché afferma che la realizzazione di una nuova lingua universale è anche possibile “istituendo una nuova maniera di scrivere simile ai segni Algebrici, od alle cifre Chinesi, in cui equivalendo ogni carattere ad un’intera parola, ognuno possa intendere agevolmente l’idee dai caratteri significate, e trasportarle quindi leggendo nella propria lingua”. Ricordo nell’ambito di una accorata difesa dello stile poetico, una veemente diatriba di L. contro la moda romantica delle ‘lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli’. Una ‘scrittura geroglifica’ che ‘non sapendo significare le cose colle parole’, le vuole ‘dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi la cui scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee. Che altro è questo se non ritornare l’arte dello scrivere all’infanzia?’

       “La lingua cinese può perire senza che periscano i suoi caratteri: può perire la lingua, e conservarsi la letteratura che non ha quasi niente che far colla lingua; bensì è strettissimamente legata coi caratteri. Dal che si vede che la letteratura cinese poco può avere influito sulla lingua, e che questa non ostante la ricchezza della sua letteratura, può tuttavia e potrà forse sempre considerarsi come lingua non colta, o poco colta”. (Zibaldone, 1019)

       Nel risveglio dell’interesse di L., giocarono un ruolo determinante gli articoli e i saggi sulle riviste scientifiche, quali i citati Annali di Scienze e Lettere e la Biblioteca italiana, che spesso riportavano testi di quelle straniere, come per esempio l’Edimburgh Review o il Journal des Savants. Per il resto, nonostante se ne lamentasse, gli stimoli provenivano più che altro dalla biblioteca paterna.

       “Non è verisimile che la lingua chinese si sia conservata la stessa per sì lunga serie di secoli, a differenza di tutte le altre lingue. Eppure i suoi più antichi scrittori s’intendono mediante le stesse regole appresso a poco, che servono ad intendere i moderni. Ma la cagione è che la loro scrittura è indipendente quasi dalla lingua, e la lingua chinese potrebbe perire, e la loro scrittura conservarsi e intendersi né più né meno. Così dunque io non dubito che la loro antica lingua, malgrado l’immutabilità straordinaria di quel popolo, se non è perita, sia certo alterata. Il che non si può conoscere, mancando monumenti dell’antica lingua, benché restino monumenti dell’antica scrittura. La quale ha patito bensì anch’essa, e va soffrendo le sue diversificazioni; ma i caratteri (indipendenti dalla lingua nel chinese) non essendo nelle mani e nell’uso del popolo, (massime nella China, dove l’arte di leggere e scrivere è sì difficile) conservano molto più facilmente le loro forme essenziali e la loro significazione, di quello che facciano le parole che sono nell’uso quotidiano e universale degl’idioti e de’ colti, della gente di ogni costume, d’ogni opinione, d’ogni naturale, d’ogni mestiere, d’ogni vita, e accidenti di vita (20). E lo vediamo pur nel latino, perduta la lingua, e conservati i caratteri, quanto alle forme essenziali, e al valore. Così nel greco. Ora nella China, conservato l’uso, la forma, e il significato de’ caratteri antichi, è conservata la piena intelligenza delle antiche strutture, quando anche oggi si leggessero con parole e in una lingua tutta diversa da quella in cui gli Antichi Chinesi le leggevano” (Zibaldone, 1179).
       “La scrittura chinese non è veramente lingua scritta, giacché quello che non ha che fare (si può dir nulla) colle parole, non è lingua, ma un altro genere di segni; come non è lingua la pittura, sebbene esprime e significa le cose, e i pensieri del pittore. Sicché la letteratura chinese poco o nulla può influire sulla lingua, e quindi la lingua chinese non può fare grandi progressi (Zibaldone, 1059)”.

       L. ribadisce che la civiltà si costruisce per cause che paiono accidentali, e il caso ha fatto sì che in alcune parti del mondo gli uomini ne abbiano costruite di completamente diverse da quella europea. È una pirroniana resa, una sospensione del giudizio su una nazione (e una lingua) che, al momento, non è in grado di esplorare oltre. Siccome l’invenzione dell’alfabeto è opera di un unico miracolo dello spirito umano, quelle nazioni che non hanno avuti commerci con le altre non hanno alfabeto. Siccome i costumi nazionali si modificano ad opera del commercio, una nazione come quella cinese, che aveva (e ha continuato ad avere almeno fino agli ultimi decenni del precedente millennio) scarsissime relazioni culturali e commerciali, ha pochissimo o nulla modificato la sua indole e la sua lingua. Resta l’idea di una nazione chiusa e, in senso ricco, primitiva. Il fatto è che tale chiusura e arcaicità coincidono con una grande civiltà e una sconfinata letteratura, scritta in una lingua che era e rimane dipinta. L’interesse di L. sta per arrestarsi di fronte all’enigma, al paradosso di un mondo chiuso, che “ha inventato polvere, bussola, e fino la stampa; ha infiniti libri, ha prodotto un Confucio, ha letteratura, ha un gran numero di letterati, fino a farne più classi distinte, con graduazioni, lauree, studi pubblici ec. ec. ma non ha alfabeto”. Quindi rimane irrimediabilmente diverso, e a noi nascosto. E, almeno in parte, è forse proprio la scrittura ad aver prodotto tale diversità.

Bibliografia minima

AA VV, Lettere edificanti e curiose di missionari gesuiti in Cina (1702-1776), Milano 1987.
Acheng, Chiacchere. Vita quotidiana e narrativa in Cina, Roma-Napoli 1996.
Giulia no Bertuccioli, La letteratura cinese, Firenze-Milano 1968.
Feng Menglong, Apparizioni d’Oriente, Roma 1986.
Feng Menglong, Il corpetto di perle, Milano 1990.
Marcel Granet, La civiltà cinese antica, Milano 1958.
Marcel Granet, Il pensiero cinese, Milano 1971.
Gottfried Wilhelm Leibniz, L’armonia delle lingue, Bari 1993.
Giacomo Leopardi, Zibaldone, Milano 1997.
I King, Roma 1960 (traduzione di R. Wilhelm con prefazione di C. G. Jung).
Il segreto del fiore d’oro. Un libro di vita cinese, Torino 1981 (traduzione di R. Wilhelm e commento di C. G. Jung).
Matteo Ricci, Lettere (1580-1609), Macerata 2001.
Paul Valery, Sguardi sul mondo attuale, Milano 1994.