Cara beltà…

 

Leopardi/1


Il tremore primordiale
di fronte alle cose


di Davide Rondoni

Conversazione con Ezio Raimondi, in margine all’uscita di Cara beltà…, antologia di canti leopardiani. Edizioni Bur-Rizzoli. «Come mai c’è
la bellezza nel sistema negativo leopardiano?» Le domande radicali
sulla condizione umana e la necessità di ritrovare un vocabolario largo

Entrando si scusa dicendo che ha fatto appena in tempo a dare una "scorsa" al testo di Cara beltà…, l’antologia leopardiana introdotta da don Giussani e con post-fazione di Mario Luzi.
Uscendo, in ascensore, concordiamo sul fatto che è dalle cose, dal guardare le cose che tutto nasceva per Leopardi. Me lo ripete: «Dalle cose, dalle cose», prima di iniziare insieme a camminare per un breve tratto sotto i portici del centro di Bologna. Nel mezzo ci sta un’ora e passa di conversazione su Leopardi.
Lui, Ezio Raimondi, ha lasciato l’insegnamento universitario, nel senso delle lezioni in aula, poche settimane fa. Ma se è vero che educare significa innanzitutto la comunicazione di se stessi, ecco, forse più ancora che un professore, il sempre dottissimo Raimondi, in realtà, tradisce un animus da educatore che ama sempre conversare. Infatti, non c’è volta che dalle pur numerose e frequenti conversazioni con lui io non esca, oltre che stordito da fiumi di informazioni e di indicazioni, anche allegro per una rinascente curiositas, per una disposizione all’apertura preziose come il pane. Quel che segue è il succinto e sfrondato resoconto dell’incontro.

  • Allora, professore, don Giussani ha osato pubblicare Leopardi in una collana di "Libri dello spirito cristiano". E c’è chi se l’è presa. Ma non di polemiche giornalistiche volevo parlarle, bensì del fatto che, evidentemente, toccare Leopardi significa toccare un nervo scoperto della cultura contemporanea. Del resto la stessa introduzione di don Giussani, lungi dall’essere un arruolamento, è un serio dialogo "con" Leopardi sul problema supremo dell’esser uomini, vale a dire su che cosa è la ragione (Celan disse che la poesia è una stretta di mano)…

Non c’è dubbio che in Leopardi v’è una ragione che esamina le sue incrinature. Dopo una certa formazione "tradizionale", Leopardi arriva a certe letture che potremmo definire della radicalità, e arriva agli interrogativi fondamentali con una ragione che va di là da se stessa, con una forza di percussione entro una lingua ove i gorghi sono dentro la chiarezza.
Qui il Settecento si dimostra un secolo che non è solo razionalismo stretto e che se da una parte darà vita alle ipotesi romantiche, dall’altra darà luogo alla esperienza di un Leopardi, come se dalla provincia italiana l’Europa meditasse sul proprio destino di voce moderna.

  • Tale messa in questione di un certo modo di intendere la ragione non è in Leopardi una passione intellettuale, ma esistenziale.

Certo, Leopardi è un poeta che mette in moto la totalità dei modi d’essere del lettore. Va alle domande supreme che sono "da questa parte", ma supreme sono.
Fa domande radicali sulla condizione umana. Per questo il testo, anche se in questo caso l’autore è spesso anche il proprio protagonista, ha un movimento più ampio della stessa intentio auctoris.
C’è chi ha studiato L’infinito risalendo a elementi del pietismo tedesco e ai suoi antefatti barocchi, e già il De Sanctis ravvisava elementi quasi di buddismo in quel testo. Certo è che in certi momenti si assiste in Leopardi a una chiarificazione profonda.

  • Sono i momenti del rapporto con l’infinito inteso come "punto di fuga" nelle cose.

Questo tema, della coincidenza e della separazione tra soggetto e oggetto, a me, che non sono uno specialista leopardiano, ha sempre colpito. Ad esempio, ne L’infinito il richiamarsi di "Questo colle" e "Questo mare", dove il primo è un momento dell’oggettività, mentre il mare è una dimensione interiore che però diventa essa stessa realtà…
Leopardi denuncia di vivere in un’età di snaturamento, dove il rapporto tra soggetto e cose sembra mostrare all’uomo il suo essere un destino mancato, dove non c’è legame. E, a differenza di altri come Schiller, Leopardi non vede un momento di ventura riconciliazione: essa sembra avvenire solo in quelle straordinarie resurrezioni negative di figure come Silvia, palpito di vita richiamato ad esistere, poi a morire e di nuovo a rivivere attraverso la nominazione poetica. Come fantasmi.
L’immaginazione negata torna a stabilire legami con il reale attraverso una parola povera, ma carica di affettività. Alla negatività, infatti, l’affettività non può arrendersi. Spesso mi chiedo, infatti: come mai c’è la bellezza nel sistema negativo leopardiano, che senso ha la presenza della bellezza?
Occorre dare densità speculativa alla riflessione su Leopardi. È un autore che vive su universi multipli, che sa di aver fatto nascere la sua poesia e filosofia dalla radicale coscienza di quel che Nietzsche chiamava l’esser malato dell’uomo (e in questo senso è giusto l’accostamento di don Giussani tra Leopardi e un "certo" Pascal, ma occorre tener conto anche, aggiungo io, di un filo che viene dallo stoicismo). Leopardi, che può esser letto tenendo aperte le pagine di Schiller sul poeta sentimentale, in tutto questo ha a volte un accento eroico. Anche se, rispetto ad esempio ad Holderlin che è poeta che afferma, che parla di dei e di altro, egli sta come uno che è ai piedi del colle, mentre l’altro ne è in cima. Leopardi è moderno anche in questo: Holderlin parla veramente e direttamente degli dei, Leopardi nega; ma cosa è la negatività? I mistici non parlano anche del momento dell’aridità, del deserto? Ed è egli l’unico poeta italiano che, riprendendo la tradizione finanche del melodramma, porta in una lingua degli affetti (per dirla con Rousseau) una tensione radicale.

  • Cosa è questa tensione radicale?

È l’arrivare a una contemplazione che contiene il tremore primordiale, il ritmo dell’esistenza attraverso una parola che pur quando appare "pura" è sempre cosciente di sè.
Non è un io che si effonde, ma che tocca il mistero della vitalità, ove c’è il negativo ma c’è altro. È un poeta che va di là dalle cose. In quegli spazi ove molta poesia moderna si è mossa.
Del resto, il destino in che spazio si iscrive, dove si misura il senso profondo di un’esistenza? E perché poi il desiderio e perché la aspirazione?
Non si può ridurre da questa dimensione la poesia di Leopardi.

  • Al di là della querelle sulla plausibilità di una interpretazione cosiddetta religiosa di Leopardi – e non a caso don Giussani insiste sull’esser la sua una lettura da parte di una coscienza religiosa, lungi dunque dal ridurre tutto a una vicenda poco interessante di etichette – credo che il momento in cui viviamo costringa tutti a un approfondimento, o meglio, quasi a un reimparare il senso di alcune parole. L’ha scritto don Giussani su L’Osservatore Romano e l’ha scritto anche Claudio Magris sul Corriere della Sera. In gioco, a mio avviso, c’è la possibilità stessa di un’esperienza veramente laica, cioè libera da clericalismi di tutte le specie.

Certe nostre categorie per irrigidimento e schieramento esistenziale devono fare spazio a questa parola intenta nella contemplazione.
È un momento in cui occorre un vocabolario largo, segno di un’esperienza non più chiusa che si fa spaziosa, disposta a questi momenti interrogativi, a quella parte di positività parziale che è propria delle domande, a quella situazione socchiusa che è della natura della domanda.

Per Giacomo

 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Vi segnalo

Leopardi, poeta democratico

LEOPARDI POETA ED UOMO DEMOCRATICO

Breve saggio sul pensiero politico di Giacomo Leopardi di G.PILUMELI

“Sapete ch’io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli
individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha
fatti gli uomini all’infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il
mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non
felici”.
Così scrive Leopardi a Fanny Targioni Tozzetti in una famosa.

Dunque la questione sembrerebbe liquidata, in maniera risoluta e definitiva.
Se l’uomo è infelice sotto ogni forma di governo, risultano praticamente inutili
la lotta politica ed ogni forma di organizzazione che tenti di migliorare la
vita dell’uomo.
Niente di più sbagliato. Giacomo si interessa di politica ed
abbastanza e, pur nella linea madre della certezza di quella che Timpanaro
chiama fragilità biologica dell’uomo, si pone degli interrogativi e fornisce
delle risposte che presuppongono “una vasta ed acuminata riflessione storico –
politica degna di figurare tra i classici del genere, da Machiavelli a
Tocqueville”.
Del resto, al pensiero politico di Leopardi è stato
addirittura dedicato il sesto Convegno internazionale di Studi leopardiani
svoltosi a Recanati dal 9 all’11 Settembre del 1984, i cui atti sono stati
pubblicati in un volume edito da Olschki, Firenze nel 1989. Al convegno
parteciparono numerosi studiosi, tra i quali ricordiamo Cesare Luporini, Bruno
Biral, Elio Gioanola, Carmelo Musumarra ed altri.
Nella sua appassionata
introduzione, l’autore dell’ormai celebre “Leopardi progressivo”, sottolinea “il
risorgere dell’interesse politico in Leopardi nella sua ultima e ultimissima
fase, indubitabile nei Paralipomeni, ma indubitabile anche nella Ginestra
Ma
fu Sebastiano Timpanaro, nel lontano 1975, a trascinare Giacomo in mezzo ad una
querelle politica, che vide il grande filologo, allora militante nel Partito
Socialista di Unità Proletaria, in aperta polemica letteraria e politica con
vasti settori della sinistra italiana, in special modo con i critici di scuola
comunista. Erano i tempi appena successivi alle drammatiche vicende cilene, che
portarono il segretario del Partito comunista italiano ad una riflessione da cui
ricavò la convinzione, per la difesa dei valori democratici, della inevitabilità
di una collaborazione tra comunisti e cattolici.
Dunque, sulla rivista
“Belfagor” del marzo 1975, edita dalla casa editrice Olschki di Firenze, apparse
la prima parte di un lungo articolo, poi raccolto in un volume dallo stesso
titolo ormai introvabile, di Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani E
Neomoderati Nella Sinistra Italiana”.
L’articolo si rifaceva ad un
precedente di Romano Luperini, apparso sul numero precedente della stessa
rivista, dal titolo: “Compromesso storico e critica letteraria”.
Dunque le
due anime della sinistra, quella pronta all’incontro con la Democrazia Cristiana
e quella più radicale, cosciente che nulla di buono avrebbe potuto venire alle
sorti della classe operaia da quell’incontro, si scontrarono relativamente ai
risvolti culturali che quel compromesso comportava.
“si sta delineando nella
sinistra ufficiale italiana, e più particolarmente nell’area del PCI, una
revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e
dell’ideologia del primo Ottocento italiano…”
Timpanaro avvicina questa
corrente marxista e revisionista alla corrente cattolica crociata che vedeva in
Leopardi solo un poeta idillico, con in più, in questa, una tendenza di condanna
e di forte dimensionamento ideologico del pensiero di Leopardi. Non a caso, il
giudizio svalutativo investe anche “quei pochissimi minori che, vicini a lui per
formazione ideologico-letteraria, non aspettarono la sua morte per intenderne la
grandezza: primo fra tutti, come è ovvio, Pietro Giordani”.
Parallelamente
al dimensionamento ideologico di leopardi, la sinistra marxista porta avanti un
discorso di “entusiasmo sforzato” per l’opera del Manzoni, vista addirittura
come uno scrittore rivoluzionario.
Secondo lo studioso, nel momento in cui
la sinistra rivoluzionaria aderisce ad una forma di progresso borghese, scopre
“..d’un tratto che il Leopardi, nemico di quel progresso, fu un antiprogressista
tout court; e che in Manzoni si riveli…un modello di progressismo sociale da
accettare come il più avanzato possibile per la sua epoca, o addirittura come
tuttora valido;” .
Per Timpanaro, questa interpretazione del Manzoni è fuori
dalla realtà, perché a detta dei suoi stessi propugnatori, essa è fondata solo
sulla considerazione che protagonisti dei Promessi Sposi sono gli umili, i
popolani Renzo e Lucia. Come se bastasse render protagonisti della storia gente
del popolo per fare della storia stessa un’opera rivoluzionaria. Nella foga
della loro corsa verso i compromesso, questi geniali critici della sinistra
marxista dimenticano che persino uno dei loro padri si era pronunciato contro
tale tendenza.
“Invano Gramsci (Letteratura e vita nazionale, pag. 73) aveva
avvertito che il dare una parte di protagonisti a Renzo e Lucia, e il far
partecipare alla vicenda tanti altri umili, non costituisce di per sé una prova
del carattere democratico del romanzo, perché gli umili sono quasi sempre
guardati paternalisticamente, con affettuosa ironia, sicché l’atteggiamento del
Manzoni verso il popolo non è popolare- democratico, ma aristocratico” .

Come si vede, Timpanaro vede nella scoperta di un Manzoni democratico la
scoperta del Partito Comunista Italiano della via riformista al potere, con
l’accettazione della visione borghese della società. Ma non è questo il punto
della nostra ricerca. L’abbiamo toccato perché l’accettazione della visione
borghese, aborrita, come vedremo, dal Leopardi, porta ad un distacco violento
dall’immagine del Recanatese nata nel 1947 coi famosi saggi di Binni e Luporini.

Secondo Timpanaro, al paternalismo aristocratico del Manzoni corrisponde, in
Giacomo, “la simpatia con cui (…), in contrasto col disprezzo che ha verso i
vecchi proprietari fondiari non meno che per i nuovi borghesi trafficanti,
guarda sempre gli artigiani, i contadini, l’unico popolo di cui aveva conoscenza
diretta (cfr. Cersare Luporini, pp. 265 s, 268; Walter Binni, La protesta di
leopardi cit. pp. 265-275). Egli non pensa al popolo lavoratore come potenziale
instauratore di un nuovo ordine sociale attraverso una rivoluzione. Ma non ha
nemmeno, mai, la paura della rivoluzione; e, ciò che più importa, non è un
populista: Nella sua valutazione del popolo come persone la cui vita si fonda
sul vero e non sul falso non c’è l’idoleggia- mento della religiosità popolare…e
non c’è neppure mai l’ironia paternalistica del Manzoni”.
Il discorso di
Timpanaro, è così appassionato eppure così coerentemente lucido. L’antipolitico
per eccellenza può dunque ben essere considerato il Poeta che parla del popolo
in maniera così sentita e simpatica, senza il paternalismo religioso del
Manzoni.
Il “reazionario” Leopardi manifesta nelle sue opere (Lo Zibaldone,
la Ginestra, come vedremo), grande simpatia per i risultati della rivoluzione
francese, ove in Manzoni la stessa rappresenta l’esempio sanguinoso
dell’intervento popolare sulla Storia.
Vogliamo qui affermare che il poeta
filosofo di Recanati era un grande democratico. Egli è convinto che nessun
regime può dare la felicità né all’individuo né alle masse, ma da qui non si può
arrivare a negare che il suo pensiero si sia adoperato nella ricerca di un tipo
di società in cui la sorte dell’uomo potesse essere alleviata, potesse essere
“migliore”.
Ci sorreggerà, in questa visione, la letture delle Opere di
Giacomo, i canti e lo Zibaldone in special modo. Citeremo pochi ma significativi
passi, come quello sulla moneta che sembra così profetico, nella sua lucida
visione.

“Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le
immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla
società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e
discendete fino all’ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono
necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a
schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a
travagli d’ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà,
e preteso mezzo di felicità”.

Ben risalta qui come Leopardi insista sul
principio di eguaglianza, convinto di quanto il progresso sia inumano quando
viene a fondarsi, anche ai fini dell’incivilimento, sullo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo.
Indicativo di questa visione è pure quel passo da cui traspare sì
la mania leopardiana del mangiare da solo, ma motivata da una visione
democratica dei rapporti sociali.

“Ma i nostri servitori sono nostri
uguali. Ed è bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo,
ogni menoma parola o pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a
nostro disfavore; non ci diamo cura alcuna di quelli dei servitori in quel
tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo ben certo quali sieno intorno di
noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene fermi e oziosi a sedere
in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che attualmente si
trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo molti
dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo
alcuno, i piaceri della tavola”.
(7. Apr. 1827.)

Nei canti è
continua e visibile la simpatia con cui Leopardi guarda alla povera gente, ai
lavoratori: Silvia, Nerina, gli artigiani. Come ben dice Timpanaro, il poeta di
Recanati tende alla “abolizione delle due culture, una per la classe dominante
colta e l’altra per la classe oppressa, alla quale non solo i moderati toscani,
ma nemmeno Voltaire, e nemmeno i borghesi avanzati del secolo XIX avrebbero mai
acconsentito”.

“Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che
riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;”
Ove il
suono dell’artigiano riecheggia vivo, là ove tutto richiama all’inesorabile
scorrere del tempo ed alla conseguente rovina.
Oppure, rivolto a Silvia, la
ricorda intenta nella sua attività fisica
“Allor che all’opre femminili
intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.”

Le opere di Leopardi sono piene della sua simpatia per i popolani e del suo
rimpianto per non essere da loro compreso, per non essere considerato uno di
loro.
E quanto affetto e considerazione non mostra il poeta per l’attività
fisica, l’unica che possa preservarci dalla noia?
“Ancora potremmo affermare
che la fatica del corpo può ammortizzare i mali dell’anima”?
In Leopardi,
l’attività fisica distoglie l’uomo dai mali oscuri che tormentano gli
intellettuali, gli uomini di pensiero.
“lo spettacolo della vita occupata,
laboriosa e domestica, sembra lo spettacolo della felicità”.
E sicuramente,
pensa Leopardi, per vivere tranquilli, bisogna essere occupati in un’attività
fisica.
E veniamo alle dissertazioni sui sistemi politici.
Leopardi li
esamina tutti, di tutti elenca pregi e difetti ma, tra tutti predilige il
sistema democratico, ove gli uomini siano tutto eguali e loro principale
preoccupazione sia il bene comune.

Innanzi tutto, un’affermazione
lapidaria: “La perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà” . Non vi
può essere squilibrio di potere tra i detentori del potere stesso, pena la
decadenza della democrazia.
Ed in democrazia i meriti, i principi per
governare consistono nel merito e nella stima che si riscontra nel popolo
governato.
Poi Leopardi elogia gli antichi legislatori, i quali “proibivano
le ricchezze, gastigavano chi possedeva troppo più degli altri”.
Come non
pensare alla situazione odierna di certe nazioni che pure sono nate democratiche
eppure rischiano la deriva autoritaria proprio perché i detentori del potere
rappresentativo sono troppo ricchi e troppo potenti, detenendo nelle loro mani,
oltre tutto, il potere, nuovo e tremendo del mass media?
“Colle ricchezze,
il lusso, le aderenze, la coltura degl’ingegni, la troppa disuguaglianza delle
dignità, ed onori esteriori, del potere ec. ed anche la sola eccessiva
sproporzione del merito e della pura gloria, perirono, e sempre periranno tutte
le democrazie.”
Non solo, ma per conservare la libertà e la democrazia
“quelli che hanno conseguita la detta superiorità, sia di gloria, sia di uffizi
e dignità (giacchè quella di ricchezze, e altri tali vantaggi, non ha luogo
finchè dura nella repubblica l’influenza della natura), non se ne abusino, non
cerchino di passar oltre, sieno contenti, anzi impieghino il poter loro a
mantener l’uguaglianza e libertà, si comunichino agli altri, diminuiscano
l’invidia de’ loro vantaggi col fuggire l’orgoglio, la cupidigia”

Ed
ancora “L’uomo è naturalmente, primitivamente, ed essenzialmente libero,
indipendente, uguale agli altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente
all’idea della natura e dell’essenza costitutiva dell’uomo, come degli altri
animali.”
Libero, indipendente, uguale agli altri. Se ci pensiamo bene, non
è un pensiero in libera uscita ma direttamente conseguente alla negazione
dell’innatismo.
“. Idee precisamente innate non esistono in alcun vivente, e
sono un sogno delle antiche scuole”.
Non essendoci idee innate, ma
formandosi esse mediante l’assuefazione, va da sé che tutti gli uomini nascano
eguali.
“Dunque io non riconosco negli individui veruna differenza di
naturale disposizione ed ingegno a riconoscere e sentire il bello ed il brutto
ec.? Anzi la riconosco, ma non l’attribuisco a quello a cui si suole attribuire:
cioè ad un sognato magnetismo che trasporti gl’ingegni privilegiati verso il
bello, e glielo faccia sentire, e scoprire senza veruna dipendenza
dall’assuefazione, dall’esperienza, dal confronto;”
Per difendere la
perfetta eguaglianza, bisogna che gli uomini più capaci al comando si mettano a
disposizione del popolo.
E dunque, uno stato democratico deve essere
“favorevolissimo alle illusioni, all’entusiasmo ec. uno stato che esigge
grand’azione e movimento: uno stato dove ogni azione pubblica degl’individui è
sottoposta al giudizio, e fatta sotto gli occhi della moltitudine, giudice, come
ho detto altrove, per lo più necessariamente giusto; uno stato dove per
conseguenza la virtù e il merito non poteva mancar di premio; uno stato dove
anzi era d’interesse del popolo il premiare i meritevoli, giacchè questi non
erano altro che servitori suoi, ed i meriti loro, non altro che benefizi fatti
al popolo, il quale conveniva che incoraggisse gli altri ad imitarli; uno stato
dove, se non altro, e malgrado le ultime sventure individuali, non può quasi
mancare al merito, ed alle grandi azioni il premio della gloria, quel fantasma
immenso, quella molla onnipotente nella società; uno stato, del quale ciascuno
sente di far parte”.
E passiamo alla Ginestra.
Nel canto, l’uomo, “nulla
al ver detraendo” non accusa altri uomini della sua infelicità, ma la vera
colpevole, la Natura.
E così l’umana compagnia abbraccia tutti gli uomini
con vero amore in una confederazione contro la comune nemica, cosciente che solo
in questo modo possa esserci progresso sia pure nell’inevitabile stato di
sofferenza.
"per cui solo / Si cresce in civiltà, che sola in meglio / Guida
i pubblici fati"

Giuseppe Pilumeli
Nato a Barrafranca il
28/3/1947.
Impiegato comunale, aspirante contadino.
Appassionato di
Leopardi.
http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com

note

Lettera a Fanny Targioni Tozzetti del 5.12.1831, Epistolario, a cura di
FRANCO BRIOSCHI e PATRIZIA LANDI. Bollati Boringhieri, Torino. 1998, pagina
1852.
Giacomo Leopardi. La strage delle illusioni, a cura di MARIO ANDREA
RIGONI. Adelphi, Milano 1992. Quarta di copertina.
CESARE LUPORINI,
Introduzione al pensiero politico di Giacomo Leopardi, in atti del convegno. In
“Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopard”i, Olschki Firenze 1989,
pagina 19.
Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani e neomoderati nella
sinistra italiana” In Belfagor, cit. 1975, pagina 129.
Ivi pagg. 129 – 130.

Ivi, pag. 130
Ivi pag. 132.
Ivi, pag. 135.
SEBASTIANO TIMPANARO,
Antileopardiani, cit. pagg. 192-193.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, Pag.
16.6.1821
Zibaldone, opera citata, pag.
SEBASTIANO TIMPANARO,
Antileopardiani e neomoderati cit. pag. 193
GIACOMO LEOPARDI, I Canti: La
sera del dì di festa, vv. 25-27
GIACOMO LEOPARDI, ivi: A Silvia, vv. 10-12

LORETTA MARCON – GIUSEPPE PILUMELI, L’eroe sportivo, Universum Edizioni,
Trento 2005, pag. 18
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, pp. 172-173 del 23 luglio
1820.
Zibaldone. 4529, 24.3.1827

Zibaldone, pagina 443.

Zibaldone, pag. 1190

La Ginestra, verso 115
La Ginestra vv.
75-77.

Rapporto Leopardi – Bibbia

 

Presenza biblica
nella poesia e cultura di Leopardi

Giuseppe Bortone s.j.

[Articolo pubblicato sui nn.2 e 3 del Gesù Nuovo, 2006]

1.1 – Introduzione

Nel 1998 è stato festeggiato il bicentenario della nascita di Leopardi, il lirico, universale cantore dell’Io profondo, l’appassionato Giobbe della poesia italiana, come l’hanno definito Gioberti, De Sanctis e Carducci. Leopardi è stato studiato in tutti i suoi aspetti: la poesia, gli scritti, la personalità, ecc. In un saggio sintetico voglio delineare le varie ipotesi prospettate dagli studiosi e da me sul tipo di religiosità che si annidava nel suo animo e sulla presenza rilevante della Bibbia nella cultura, nella poesia e nella sua formazione umano-religiosa. Leopardi era un uomo esasperato dal dolore e dall’ultrarigorismo della madre, ma anche teso verso quegli "interminati spazi" in cui gli era dolce "naufragare".

Il presente saggio, come risulta dal titolo, si compone di due parti, apparentemente slegate ma intrecciate fra loro: difatti la lettura impegnata della Bibbia, le molteplici pagine in cui si percepisce il suo legame con il Cristianesimo, prima e dopo il 1816, e insieme le svariate dichiarazioni di anticristianesimo, fanno sorgere il problema sul tipo di cristianesimo, di religiosità, presenti nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi.

Al di là del periodo 1798-1816, in cui vi è accordo fra pratica cristiana ed opere scritte, nel periodo successivo si nota un contrasto, a volte stridente, fra vita privata e pensiero ufficiale: si pensi alle Operette Morali, alla Ginestra, etc. Il problema sarà affrontato nella seconda parte, con il confronto tra le varie prospettive.

Purtroppo nella Critica e Saggistica italiana l’aspetto biblico è stato glissato per molto tempo, in forza della scomparsa secolare della Bibbia dal popolo cristiano e dalla cultura ufficiale italiana. Interessante a questo proposito il volume di Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo, edito dal Mulino, Bologna. Su un piano più divulgativo si pone l’articolo di Ranieri Polese apparso sul Corriere della Sera del 5-3-1998, dove si riferiscono alcune osservazioni del prof. Carlo Ossola, docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Torino. Secondo Ossola l’assenza della Bibbia, dopo il Concilio Tridentino, ha prodotto "un generale impoverimento culturale" sia nella religiosità popolare sia nella stessa Letteratura italiana.

Per esempio gli stessi Promessi Sposi, alta espressione della visione cristiana, sono impregnati di Morale cattolica, di Provvidenza, di frati, di vescovi, di santi, di filosofia, di cultura classica, ma riecheggiano poco o niente la Bibbia. Un’eccezione si verifica negli Inni Sacri dello stesso Manzoni: ma lì la presenza biblica si giustifica con l’atmo-sfera liturgica in cui essi sono immersi.

Invece la diretta presenza biblica si realizza nella Letteratura novecentesca, per l’ampio sviluppo degli studi biblici di questo secolo: si pensi a Rebora, Papini, Ungaretti, Mario Luzi, Betocchi, Diego Fabbri, Testori (Interrogatorio a Maria, Factum est…), ai registi Rossellini (Gli Atti degli Apostoli), Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo), Olmi (Genesi).

Anche nella Saggistica emerge l’interesse per la Bibbia: accanto all’impostazione sociologica di Asor Rosa (Scrittori e Popolo), si pongono volumi di ben altro taglio: Auerbach con la dottrina del "Figuralismo" derivata dalla Bibbia, Cacciari (Trattato sugli Angeli), Guido Ceronetti ed Erri De Luca con le loro traduzioni bibliche, l’esimio prof. Carlo Bo, Divo Barsotti (La Religione di Giacomo Leopardi) etc.

Ossola

giunge a questa conclusione: "I lettori oggi cercano la Bibbia, perché essa presenta ragioni di vita e di morte, modi di abitare e di rifiutare il mondo; s’interroga con "Giobbe" sui grandi temi dell’esistenza ed esprime la sua sete di unione, armonia, attraverso il "Cantico dei Cantici".

 

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1.2 – Studi sul rapporto Leopardi-Bibbia

Una grande eccezione all’assenza biblica nella Letteratura dell’800 è costituita da Leopardi, che leggeva la Bibbia in ebraico e greco e la riecheggiava, sia pure a volte adulterandola, nei suoi scritti: dallo Zibaldone ai Canti, alle Operette Morali.

Ecco alcuni esempi di distorsione biblica in Leopardi: egli mutua il "Vanitas Vanitatum et omnia Vanitas" del Qohelet, ma tace sul punto fermo proclamato dall’Ecclesiaste: Dio. Invece il Kempis ha capito l’insieme dell’opera e l’ha sintetizzato nel celebre aforisma: "Vanitas Vanitatum et omnia Vanitas, praeter amare Deum et illi soli servire" (De Imitatione Christi I,1).

Ugualmente Leopardi dà continuo risalto alle domande angoscianti di Giobbe, ma riferisce poco o niente delle risposte di Dio (Giobbe 38-41) e soprattutto tace l’intervento provvidenziale di Dio, con cui si conclude il libro.

Allo stesso modo non si capisce bene il senso dato a Giovanni 3,19, posto come esergo alla Ginestra. Su questa linea va rilevato un altro abbaglio: usa l’opposizione radicale di S.Giovanni evangelista tra Cristo ed il mondo, per maledire la società, la storia civile, il mondo e gli uomini, pur sentendosi cristiano. Ma S.Giovanni usa la parola "mondo" come equivalente di "male morale, corruzione, peccato": invece Leopardi usa "mondo" come equivalente di "società, storia, uomini" (cfr Zibaldone 112 e Pensiero LXXXIV).

Nei nn. 432-33 dello Zibaldone, stravolgendo a mio parere la narrazione genesiaca sul peccato originale, ne deduce che il Cristianesimo mortifica la ragione. Leopardi effettua un altro stravolgimento nell’interpretazione della parabola degli operai, chiamati nelle varie ore della giornata (Matteo 20,1 ss.).

Le sue riflessioni sono inesatte, perché egli non inquadra la parabola nel versetto del cap.19 (cfr Zibaldone 1201): "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi" (Matteo 19,30). Ed ecco il brano di Leopardi: "Perché la parzialità è sempre odiosa e intollerabile, quando anche colui che favorisce o benefica alcuno più degli altri, non tolga niente agli altri del loro dovuto, […] né li disfavorisca in alcun modo? Per l’odio naturale dell’uomo verso l’uomo, inseparabile dall’amor proprio. E vedi in questo proposito la parabola del padre di famiglia e degli operai del Vangelo (Matteo 20, ss)" (1).

A volte, come osserva il Timpanaro in Classicismo e Illuminismo nell’800 italiano (p.210), Leopardi interpreta in modo irrazionalistico il Cristianesimo: cfr Zibaldone 2481-2482 e 2456-2457, dove si addebita al Cristianesimo l’abbassamento della morale umana, perché prospetta ideali troppo elevati (Giacomo Leopardi: il problema delle fonti,a cura di Frattini, p.48).

È triste che un genio così elevato emetta simili giudizi piuttosto strani; v’è però una spiegazione possibile: l’enorme valanga di dolori fisici e psicologici abbattutasi su di lui e l’incarnazione di un becero Cristianesimo ultrarigorista in sua madre (Zibaldone 353-356).

Chiusa questa necessaria digressione, "ad inceptum redeo" (Sallustio). Divo Barsotti, nel volume La religione di Leopardi (ed. Morcelliana, Brescia), dedica l’intero capitolo 14 al rapporto tra Bibbia e Leopardi, sottolineando la vasta presenza nella sua opera di Giobbe e Qohelet, attribuito da Leopardi a Salomone. Ugualmente ritorna la Genesi nella "Storia del genere umano", primo dialogo delle Operette Morali e nell’Inno ai Patriarchi del luglio 1822.

Del 1990 è il volume G.Leopardi: il problema delle fonti, ed. Coletti, a cura del prof. Frattini: qui il saggio del Casoli è dedicato alle fonti bibliche. Nel 1998 è uscito il volume di Niccoli-Salvarani: In difesa di Giobbe e Salomone. Leopardi e la Bibbia, ed. Diabasis, Reggio Emilia, recensito da Elena Loewenthal sul "Sole 24ore" del 26-6-1998.

La rivista "Humanitas", ed. Morcelliana, ha dedicato due numeri al centenario leopardiano con vari saggi: al rapporto Leopardi-Giobbe e Leopardi-Qohelet sono dedicati i due saggi del prof. Moretto e di Roberto Gatti. Del 1975 è il volume di G.Casoli: Dio in Leopardi. Ateismo o Nostalgia del divino?, ripubblicato nel 1988 da Città Nuova-Editrice.

Sulla rivista Il Regno-Attualità del 15-9-98, Alessandra Dioriti pubblica il saggio "Per questa valle", dove sfiora l’argomento. Non ne riesco a condividere la conclusione secondo cui Leopardi assumerebbe una posizione radicalmente negativa verso Dio, l’al di là e il Cristianesimo. Basterebbe leggere l’Epistolario del periodo napoletano ed i documenti sulla sua morte, per assumere posizioni più sanamente problematiche e meno assiomatiche.

Un’altra interessante e critica pubblicazione sul Cristianesimo di Leopardi ed il suo rapporto con la Bibbia è l’opera di Antimo Negri, ordinario di Storia della filosofia a Tor Vergata, Roma. L’opera s’intitola: Leopardi: un’esperienza cristiana. Qui l’ampio capitolo II è dedicato alla presenza biblica nelle prime opere, nei Canti, nelle Operette Morali, nello Zibaldone e in varie poesie giovanili, come Per il giorno delle ceneri, Per il Santo Natale, Il Diluvio Universale, Appressamento della morte del 1816; infine nel Trionfo della Verità, con richiamo al I libro dei Re, cap.18, dove si narra la vittoria di Elia sui profeti di Baal.

3. 1 – Bibbia e opere bibliche nella biblioteca di Leopardi

Leopardi tratta in vari punti dello Zibaldone il tema dell’imitazione: nei nn. 3 e 6 afferma che il diletto delle Belle Arti non è dato dal Bello ma dall’imitazione, anche se questa è difficile (n. 8); la facoltà imitativa è una delle principali dell’ingegno umano (nn. 1364-1365): tuttavia l’imitazione non deve uccidere l’originalità dell’artista che s’ispira e perciò, se questi vuol creare una nobile letteratura nazionale, il testo letto ed ammirato dev’essere incarnato, conformato al luogo, al tempo, alle persone cui l’artista imitatore s’indirizza (nn. 3463-64).

Fra le opere imitate dal Recanatese occupa un posto rilevante la Bibbia, anche se a volte è adattata al proprio pensiero, stato d’animo o ribellione interna: ma questo fa parte della sua teoria sulla libera imitazione, come si è detto.

Leopardi da giovane studia ebraico e greco, legge la Bibbia in ebraico, in greco, in latino. Nella sua biblioteca vi è la Bibbia poliglotta (Londra 1657); vi è la Bibbia latino-francese di Liegi, 1701; vi sono diverse traduzioni in ebraico della Bibbia dal secolo XVI al XVIII; vi sono varie edizioni della Vulgata con le revisioni di Sisto V e Clemente VIII. Vi sono studi sulla Bibbia: da L’istoria santa dell’Antico Testamento del Granelli (Venezia 1792) alle Regole per intendere le Sacre Scritture di Jean Guet (Padova 1738).

Si ritrovano opere letterarie ispirate alla Bibbia: Il Paradiso perduto di Milton, il Messias di Klopstock; da questi letterati impara a gustare il sapore omerico della Bibbia, che lo avrebbe indotto a scrivere nei nn. 3543 e 1028 dello Zibaldone: "Nella Bibbia bisogna considerare l’immaginazione orientale e l’immaginazione antichissima e la straordinaria forza (poetica) che sprigiona dai Salmi, dal Cantico, dai Profeti" o "La Bibbia e Omero sono i due gran fonti dello scrivere, così Dante nell’italiano" (A. Negri, op. cit. pp. 46-49).

Un esempio concreto che realizza la teoria leopardiana dell’imitazione è la poesia Imitazione, in cui il poeta traduce la nota composizione La Feuille di Antonio Arnault (cfr. Leopardi, Canti, a cura di Fubini, pp. 257-58). A questo tipo di impostazione mi sembra ispirarsi Quasimodo, nella sua traduzione dei lirici greci e latini.

 

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3.2 – Lo Zibaldone

Dal numero 395 al 401 Leopardi disquisisce ampiamente sui primi capitoli della Genesi e in particolare sul "Peccato Originale", affermando che esso consiste nell’uso eccessivo della ragione: l’uomo non seppe contentarsi delle cognizioni raggiungibili con la mente propria e la Rivelazione, ma volle superare ogni limite, nell’intento di apprendere tutta la scienza del bene e del male, anzi apprenderla solo con la ragione; da ciò Leopardi deriva che la ragione e la scienza sono fonti di infelicità. In questo modo egli si oppone all’Illuminismo, che riponeva una fiducia totale nella ragione e nella scienza. Come si vede Leopardi non solo legge la Bibbia, ma ne disquisisce con interessanti meditazioni.

Nei nn. 132, 881-82, 920, 1230, 1441-44, 1637, 1639, 1710-11, 2627, 3342, ragiona sugli Ebrei, sul Popolo eletto da cui nasce la Bibbia: tra l’altro sottolinea il loro spirito di casta, l’intreccio tra politica e religione e la loro frequente opposizione agli stranieri. Nel contesto di queste affermazioni generali, Leopardi annota le sue riflessioni particolari sui vari libri biblici che legge: sul piano stilistico e concettuale.

Con questo metodo nei nn. 433-35 e 2939-2941 disquisisce sulla Genesi con lo stravolgimento di cui ho parlato prima. Però fa giustamente notare che la tradizione sul peccato di origine e conseguente decadenza dell’uomo si ritrova anche presso altri popoli. Noi oggi possiamo confermare pienamente questa intuizione leopardiana, comparando la Genesi e il poema "Ghilgamesh".

Nei nn. 507 e 3343 stila i suoi giudizi su Giobbe, rilevando il suo sfogo, quasi la sua bestemmia contro Dio, contro la propria esistenza, perché esasperato dal dolore e sottolineando l’abbandono da parte di amici e familiari, perché colpito da Dio anche nella sua persona fisica: ciò supponeva una sua colpevolezza.

Ecco il brano leopardiano: "Una malattia, un naufragio, oltre tali disgrazie provenienti più dirittamente dalla natura erano segni più che mai certi dell’odio divino. […] Qua si deve riferire l’infamia pubblica in cui erano i lebbrosi appresso gli Ebrei… Gli amici e la moglie di Giobbe lo stimarono uno scellerato, com’ei lo videro percosso da tante disgrazie, benché testimoni dell’innocenza della passata sua vita. I Barbari dell’isola di Malta, vedendo l’apostolo Paolo naufrago… e assalito da una vipera, lo stimarono un omicida che la divina vendetta perseguitasse per ogni dove" (Atti degli Apostoli, 28, 36).

Questa era una concezione degli Ebrei ed anche della civiltà greco-romana: si pensi al Prometeo incatenato di Eschilo o all’Enea nella tempesta, come narra Virgilio nel I libro dell’Eneide. Ma soprattutto in Giobbe Leopardi adombra la propria tragedia: giustamente Carducci definì Leopardi "il Giobbe della letteratura e del pensiero italiani" (cfr. Opere-Ediz. Nazionale, vol. XX, pag. 221, ed. Zanichelli, 1937).

Questa intuizione è stata ripresa da Gioanola in Leopardi, la Malinconia, pp. 247 e 394-95. A Giobbe Leopardi ha dedicato un frammento poetico dalla data incerta e oggi riportato in Poesie e Prose, vol. 1, pag. 600, Mondadori, 1994.

 

Nei nn. 1710-11 si parla della legge giudaica; in molti paragrafi si disquisisce della lingua ebraica, della sua povertà linguistica (nn. 806, 1969, 2005-7, 2909-2913) per l’assenza dei composti ma anche della forza sinestetica insita in molte parole, per cui suscitano varietà di concetti e di emozioni. Leopardi apprende bene questa lezione e cerca di inserire parole sinestetiche nella sua poesia, attraverso un’austera ascesi del linguaggio poetico: si pensi alla redazione conclusiva di "ridenti e fuggitivi" riferiti agli occhi di Silvia o di "interminati spazi" riferiti all’Infinito.

Nei nn. 336-37 si esprimono impressioni, valutazioni negative e positive sul Nuovo Testamento, sul Cristianesimo: rilevando, tuttavia, la forza interiore del Cristianesimo, che vivificò il pensiero ormai languido della civiltà greco-romana. Vari paragrafi sono dedicati a S.Paolo: nel 3343 chiama "barbari" i Maltesi perché non seppero accogliere bene S.Paolo, naufragato sulle loro coste.

In 1443-44 si sottolinea l’intimo intreccio fra religiosità ebraica e Tempio, fra religione e nazionalismo presso gli Ebrei; interessante il n. 1849, dove Leopardi afferma che i popoli meridionali brillano nella filosofia, nell’indagine metafisica: tra questi popoli meridionali egli annovera gli Ebrei, la loro Bibbia, ed elogia due libri di profonda filosofia: l’Ecclesiaste, attribuito a Salomone, ed il Siracide.

Giusto il rilievo leopardiano: del resto, anche in Italia la maggioranza dei grandi filosofi proviene dal Meridione: da S.Tommaso d’Aquino a Vico, ai filosofi rinascimentali, sino a Gentile e Croce. Due paragrafi, 1201 e 1639, sono dedicati al Vangelo; purtroppo, come ho già detto, Leopardi prende un abbaglio sul cap. XX di Matteo: nei nn. 1639-45 il Recanatese si addentra in un ginepraio di riflessioni sulla "Legge Nuova", il comandamento dell’amore proclamato da Gesù. Dopo vari ragionamenti, colpisce la frase conclusiva, in cui Leopardi afferma che "la Religion Cristiana resta tutta in piedi… vera e necessaria: però dipendentemente dall’arbitrio (volontà) di Dio che stabilì la Natura in questa tal guisa". Le suddette elucubrazioni furono stilate nel 1821.

Al di là delle riflessioni personali sui vari libri, Leopardi si rifà alla Bibbia anche nei suoi saggi filosofico-culturali: si ricollega ai primi capitoli della Genesi nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi: qui nel capitolo II viene bollato il politeismo di Omero, mentre si esalta il monoteismo biblico: monoteismo che riscontra anche in filosofi antichi, come Senofane, una cui sentenza è riportata da Clemente Alessandrino: "Unico e solo fra gli uomini e i Numi massimo è il Dio".

Tuttavia, secondo Leopardi, una qualche traccia di politeismo potrebbe riemergere da Genesi 3, 22: "Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est, sciens bonum et malum ". Giustamente A.Negri (op. cit. pp. 50) ed altri biblisti fanno notare che questo brano va inquadrato in Esodo XX, 3; Deuter. XIII, 2; Primo Samuele 12, 2021; Ger. 7, 6-25, dove si afferma chiaro il monoteismo: quindi l’espressione genesiaca potrebbe interpretarsi come plurale maiestatico. Indubbiamente i vari abbagli di esegesi destano stupore in un alto ingegno come Leopardi: bastava leggere il v. 23 dello stesso cap. III dove ritorna l’espressione al singolare: "Il Signore Iddio".

Chiudo questo capitolo con un rapido accenno alla Speranza: tema ampiamente sviluppato dal Recanatese, che ne sottolinea vari aspetti positivi. Così nel n.1545 si afferma che "senza la speranza non si può assolutamente vivere"; nel n.105 si nota che nella Speranza il bene lontano è sempre maggiore del presente; nel n.85 si rileva che il tempo vero della Speranza è tra la fanciullezza e la giovinezza: perciò queste due età sono le più felici. Questa visione sostanzialmente positiva della suddetta virtù sembra riecheggiare le molte pagine bibliche dedicate ad essa.

Si pensi all’Epistola ai Romani di S.Paolo: 5, 1-5. Per altri brani biblici sulla Speranza, cfr. Bibbia di Gerusalemme, la nota lunga che si estende da p. 2425 a p. 2426. Da ricordare anche il celebre entimema leopardiano sulla Speranza che si trova nei nn. 4145-4146: "Vivo, dunque spero".

La Speranza è insita nell’essenza della vita sia per la Bibbia, sia per Leopardi. Il poeta scrive le sue osservazioni anche su alcuni personaggi biblici, come Mosè (1639-1640), il Siracide (1176), Gesù di Nazareth, Paolo di Tarso (n° 3342 e parecchi altri). Su Gesù (nn. 1639-1640) Leopardi mette in rilievo la sua consonanza (cfr. il Decalogo) e insieme il superamento della stessa Legge Mosaica: così richiama l’amore dei nemici, elogiato come idea veramente nuova dal Recanatese (n. 1640).

Note:
1. Zibaldone, a cura di F. Flora, ed. Mondadori, n.1201.

Pubblicato da Maria Grazia


 

 

 

Leopardi a Roma

 

Leopardi a Roma
Emanuele Trevi

Sono tornate da poche settimane in libreria le Lettere di Giacomo Leopardi, in un’edizione di grande valore scientifico curata da Rolando Damiani, già autore di una bella biografia del poeta e di una preziosa edizione commentata dello Zibaldone. Per gli studiosi e gli esperti si tratta di un evento da festeggiare; non meno dovrebbe esserlo per i comuni lettori e gli spiriti curiosi della grandezza umana, per la semplice ma decisiva ragione che le lettere di Leopardi ne sono una testimonianza veritiera e non di rado straziante. Vanno lette (come raramente capita con gli epistolari, anche dei più grandi), da capo a fondo, ed è una lettura che non si dimentica. Ma chiunque è interessato a Roma e all’immagine di Roma che gli artisti hanno concepito e tramandato nel corso del tempo, troverà pane per i suoi denti in una precisa sezione di queste Lettere.

Leopardi arrivò a Roma per la prima volta nella sua vita, ospite di parenti, alla fine del novembre del 1822. Aveva ventiquattro anni ed era la prima volta che si lasciava alle spalle Recanati e il palazzo di famiglia. Nel suo baule da viaggio c’era una copia del Don Chisciotte in spagnolo, e nel suo animo un solo proposito giurato: trovare una sistemazione qualunque in città, anche a costo di prendere gli ordini religiosi o seguire all’estero un ricco straniero, pur di scrollarsi di dosso l’intollerabile tutela paterna.

Le cose non sono mai per nessuno così come le dipinge la speranza: figuriamoci per Giacomo Leopardi. Agli inizi di maggio del 1823, più infelice che mai, riprenderà la strada di Recanati senza avere ottenuto nulla di quello che voleva. Pochi giorni prima di partire aveva inviato uno dei sui amari bilanci, lapidario e senza appello, al suo più caro amico, Pietro Giordani: "io non sono più buono a cosa alcuna del mondo".

Ma cos’era successo, in quelle poche settimane passate in casa dei cugini Antici, che abitavano nel bel palazzo rinascimentale che ancora oggi porta il nome Antici-Mattei, con i suoi due ingressi su via dei Funari e su via Caetani? Tra i tanti uomini illustri del suo tempo che a Roma erano risorti a nuova vita, traendo linfe fresche alla propria ispirazione, anche nel rapporto fallimentare con la città Leopardi dimostra la sua unicità e la sua solitudine. Se tante sono le lettere spedite a casa (soprattutto al padre e a Carlo, il fratello preferito), l’immagine della città è singolarmente avara di punti di riferimento, come il luogo di un brutto sogno, e sembra che Leopardi eviti a bella posta di menzionare solo uno dei monumenti che abitualmente si visitavano durante i primi giorni in città. Due giorni dopo l’arrivo, già confida a Carlo che, pur riconoscendo in astratto che questi monumenti sono meravigliosi, non ne prova nessun sentimento, e in conseguenza il "minimo piacere".

E dunque, conclude, "la moltitudine e grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno". E nelle settimane successive, la musica non cambia. Nonostante da casa Carlo lo inviti a passeggiare e a prendere confidenza con la città, iniziando ad orientarsi, Giacomo si sente sperduto, e respinto da ciò che vede. I motivi di questo disagio si chiariscono in un’altra lettera, indirizzata questa volta a Paolina, sorella amatissima al pari di Carlo, e ruotano attorno all’eccessiva "grandezza" di Roma, abitazione ideale per dei giganti. Tutti questi spazi immensi e semideserti, infatti, a suo parere non servono ad altro "che a moltiplicare le distanze, e il numero dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate". Le "fabbriche immense", antiche e moderne, della città, e le sue strade "per conseguenza interminabili", sono spazi che, invece di contenerli, dividono gli uomini. Come abbiamo tutti imparato fin da scuola, in questo paesaggio urbano giudicato così scomodo e quasi ostile da rendere anche una visita di cortesia un’impresa difficile, esiste una sola luminosa eccezione: sto parlando della celebre passeggiata al convento di Sant’Onofrio, sulle pendici del Gianicolo, e alla tomba di Torquato Tasso.

Leopardi racconta questo pellegrinaggio nella famosa lettera a Carlo del 20 febbraio 1823, che spicca nell’epistolario come l’unica nota di autentica vitalità di tutta l’esperienza romana. E in effetti, possiamo dire che non solo il convento, ma anche il minuscolo reticolo di vicoli e strade che risale il fianco del Gianicolo verso i cancelli di Sant’Onofrio, è l’unico luogo di Roma davvero “leopardiano”. È uno spicchio silenzioso e ombroso di vecchia Roma poco frequentato, che stupisce per il contrasto d’atmosfera proveniendo dal caos di piazza Della Rovere e dell’incrocio di via della Lungara con il lungotevere.

E anche se oggi sulla salita di Sant’Onofrio si aprono ben poche botteghe, l’aspetto delle case lascia ancora abbastanza facilmente immaginare la strada tutta piena di "manifatture" e inondata dei canti delle donne e degli operai al lavoro descritta a Carlo nella famosa lettera. All’aristocratico Leopardi, costretto a frequentare tutt’altro tipo di gente, quegli umili artigiani e i loro telai regalano finalmente l’immagine di una "vita raccolta, ordinata, e occupata in professioni utili".

Ma si tratta di un lampo isolato. A palazzo Antici-Mattei si respira un’atmosfera umana del tutto diversa, resa ancor meno sopportabile dal freddo che, in quell’inverno rigidissimo, regna nelle grandi stanze di quella sontuosa dimora rinascimentale, progettata da Carlo Maderno e terminata nel 1618. Ma gli inevitabili geloni, che costeranno a Leopardi non meno di "duecent’ore" di letto, sono nulla in confronto alla tremenda famiglia di parenti dei quali è ospite. Coll’innato sarcasmo, affilato come un rasoio, Leopardi abbozza di lettera in lettera un ritratto feroce e comicissimo dei poveri Antici, permettendo anche a noi di gettare uno sguardo, oltre le spesse mura del palazzo, nella bizzarra esistenza quotidiana di una famiglia di "signori" romani (né troppo ricchi né troppo potenti) del primo Ottocento. Bastano poche ore per far capire a Giacomo che in casa degli zii regnano "orrendo disordine, confusione, nullità, minutezza insopportabile e trascuratezza indicibile".

A tavola, nota scandalizzato, tutti parlano insieme ad alta voce, e non si curano di affrontare argomenti privati e imbarazzanti davanti alla servitù. Il sistema di vita di questa famiglia oziosa, disordinata, eccessivamente ciarliera consiste in una serie di spostamenti collettivi dentro e fuori dalle mura del palazzo: è tutto un "uscire, vedere e tornare a casa" senza senso. Ovviamente, zii e cugini tornano a casa "con più noia di quando sono usciti", e allora, altrettanto ovviamente, iniziano a "strapazzarsi a vicenda".

L’innato senso del comico del giovane Leopardi, che l’infelicità non riusciva mai a reprimere totalmente, è provocato continuamente da questa chiassosa e nervosa famiglia di parenti che appena sentono un po’ di debolezza per non avere ancora mangiato si mettono a letto e fanno chiamare il medico.

Gli Antici, più che una buona famiglia romana, nelle lettere di Giacomo assomigliano a una compagnia d’attori comici, con i loro ruoli definiti una volta per tutte, e le grandi e fredde stanze della loro casa si trasformano di fronte agli occhi esterrefatti dell’ospite in quinte teatrali in cui si recita ogni giorno una farsa senza capo né coda.

A Natale, arriva da Recanati l’idea di regalare un quadro agli zii, in segno di gratitudine per l’ospitalità. L’idea è buona, risponde Giacomo, visto che le pareti di casa sono quasi del tutto spoglie. Ma aggiunge subito che il gusto di quei parenti si sveglia solo di fronte a "qualche cosa di strano, anzi di stravagante". E del resto, tutti i loro gusti sono "momentanei, indefinibili, imprevedibili, inafferrabili". È quella stessa bizzarria, a ben pensarci, che il sobrio, delicato, raffinato Leopardi doveva detestare fin nel cortile di sgargiante gusto manieristico del palazzo di via Caetani, stipato fino all’inverosimile di lapidi e frammenti di statue antiche.

A un umore meno depresso, la vita presso gli Antici avrebbe suggerito spunti a sufficienza per un romanzo comico. Leopardi in quei mesi invece componeva tutt’altro genere di scritti, dotti articoli su autori latini e greci con lo scopo di mettersi in luce negli ambienti colti. E imparava a proprie spese quanto fosse difficile, passati dalle vaghe speranze alla realtà dei fatti, trovare un lavoro e un futuro destreggiandosi tra gli uomini influenti della città papalina. Quella di Leopardi non è la testimonianza di un turista, di un viaggiatore come lo erano Goethe e Stendhal e infiniti altri, ma di un suddito pontificio, venuto a Roma per motivi pratici: anche per questo motivo le sue lettere da Roma sono un documento più unico che raro.

Pubblicato sulle pagine romane di Repubblica, 5 gennaio 2007.

Pubblicato da t.scarpa il 10-01-07
il richiamo della foresta
      Giuseppe

Leopardi protocomunista? 1

Il comunismo come orizzonte di liberazione

dell’uomo potrà mai uscire dal vicolo

cieco nel quale è stato cacciato

dai drammatici eventi

del Secolo breve e in specie

dopo il crollo del socialismo

reale? Con questa domanda

irrinunciabile il lettore può

predisporsi ad aprire le pagine

dell’ultimo, intenso e

denso libro di Giuseppe Prestipino

dedicato a Vico, Leopardi

e Gramsci (Tre voci nel

deserto.Vico Leopardi,Gramsci

per una nuova logica storica,

Roma, Carocci editore, 2006, euro 16,00) e la risposta

non può non essere affermativa.

Oggi più che mai è urgente ripensare una prospettiva

comunista che sappia però farsi carico di quella che

Franco Fortini chiamava la dimensione leopardiana

dell’esistenza: fragilità, finitezza, malattia, vecchiaia, e

che allo stesso tempo sappia sottrarre al capitalismo dominante

le risorse fondamentali (umane, cognitive ed energetiche) e affidarle all’autogoverno della comunità planetaria. La parola comunismo

– scrive l’autore – può designare tre cose: a) un progetto per il futuro; b) la critica radicale del presente; c) e un dato movimento e un

partito impegnato nei due compiti anzidetti. Il fallimento

delle rivoluzioni non è ragione sufficiente per rifiutare

un nome che ha una storia e un futuro per l’umanità

del secolo ventunesimo. Fatte queste premesse, perché

scegliere Vico, Leopardi e Gramsci, tre pensatori così

diversi e distanti e accomunarli

in un prospettico e fecondo

confronto per un’analisi

dell’oggi?

Al di là delle preferenze personali

che l’autore confessa

nella prefazione, è certo che

così impostato il confronto

sembra riprodurre echi della

storia italiana e delle sue patologie

che si sono manifestate

nei secoli della modernità.

Vico, Leopardi, Gramsci,

tre voci nel deserto: della

Controriforma, della Restaurazione,

del fascismo, tre

figure emblematiche della

cultura italiana che si sono

battute in condizioni disperate

per creare inedite configurazioni

di un orizzonte

storico e teorico altro rispetto

al passato e alle durezze

del loro presente. Se Vico si

porta oltre il suo tempo, concependo

per il mondo umano

non tanto una predestinazione

alla salvezza celeste,

quando chiama in causa «la

provvidenza divina», ma un

M

ordinamento civile e razionale

«per conservare l’umana

generazione in questa terra,

Leopardi, «il maggior filosofo

italiano dopo Vico e prima

di Croce o di Gramsci»

non vede alcun rimedio

provvidenziale e non lascia

spazio ad alcuno ottimismo

della volontà. Nel «formidabile

deserto» della Restaurazione,

Leopardi bolla la civiltà

moderna come la principale

fonte della disumanizzazione

dell’uomo e stigmatizza

la vita sociale come

«la lotta di ciascuno contro

tutti, e di tutti contro ciascuno

» perché «la ragione stessa

è fonte di barbarie». Il suo è

l’esempio estremo della ribellione

al paternalismo illuminista

e all’odiata ragione

contro la quale egli si scaglia

soprattutto nello Zibaldone.

Assai prima di Nietzsche,

Leopardi approda così

ad un radicale denuncia dei

lati rovinosi della modernità.

Prestipino osserva che il

confronto tra Vico e Leopardi

è obbligato per rimeditare

sulla storia e per rimettere in

sesto un processo di umanizzazione

deviato e stravolto

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