Buon compleanno a Giuseppe!

Un grande amico di Giacomo Leopardi oggi compie gli anni: gli auguri più vivi e affettuosi credo siano non solo miei ma anche da parte del poeta stesso!
Buon compleanno!
Pubblicato da Maria Grazia
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Agli amici di Toscana

FIRENZE 15 DICEMBRE 1830.
AMICI MIEI CARI,
Sia dedicato a voi questo libro, dove io cercava, come si cerca spesso colla poesia, di consacrare il mio dolore, e col quale al presente (nè posso già dirlo senza lacrime) prendo comiato dalle lettere e dagli studi. Sperai che questi cari studi avrebbero sostentata la mia vecchiezza, e credetti colla perdita di tutti gli altri piaceri, di tutti gli altri beni della fanciullezza e della gioventù, avere acquistato un bene che da nessuna forza, da nessuna sventura mi fosse tolto. Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre. Ben sapete che queste medesime carte io non ho potute leggere, e per emendarle m’è convenuto servirmi degli occhi e della mano d’altri. Non mi so più dolere, miei cari amici; e la coscienza che ho della grandezza della mia infelicità, non comporta l’uso delle querele. Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena. Se non che in questo tempo ho acquistato voi: e la compagnia vostra, che m’è in luogo degli studi, e in luogo d’ogni diletto e di ogni speranza, quasi compenserebbe i miei mali, se per la stessa infermità mi fosse lecito di goderla quant’io vorrei, e s’io non conoscessi che la mia fortuna assai tosto mi priverà di questa ancora, costringendomi a consumar gli anni che mi avanzano abbandonato da ogni conforto della civiltà, in un luogo dove assai meglio abitano i sepolti che i vivi. L’amor vostro mi rimarrà tuttavia, e mi durerà forse ancor dopo che il mio corpo, che già non vive più, sarà fatto cenere.
Addio.
IL VOSTRO LEOPARDI

Vecchi e giovani in Leopardi

Un argomento che mi sembra di assoluta attualità è quello che viene illustrato da Giacomo nello Zibaldone:
"Umanità degli antichi ec. Vecchi. Cosa lacrimevole, infame, pur naturalissimo, il disprezzo de’ vecchi, anche nella società più polita. Un vecchio (oggi, in Italia, almeno) in una compagnia, è lo spasso, il soggetto de’ motteggi di tutta la brigata. Nè solo disprezzo: trascuranza, non assisterli, non prestar loro quegli uffizi, quegli aiuti, il cui commercio è il fine e la causa della società umana, de’ quali i vecchi hanno tanto più necessità che gli altri. I giovani sono serviti, i vecchi conviene che si servan da se. In una medesima stanza, se ad una giovane cadrà di mano il fuso, il ventaglio, sarà pronto chi lo raccolga per lei; se ad una vecchia, a cui il levarsi in piedi, l’incurvarsi, sarà penoso veramente, la vecchia dovrà raccorselo essa. E così ancora in casi di malattie ec. ec. Spesso i vecchi, anco in uguaglianza di condizione, hanno ad [4518]aiutare e servire i giovani. E parlo d’aiuti e di servigi corporali. Ci scandalizziamo di quei Barbari che si fanno servir dalle donne: ma il fatto nostro è lo stesso, se non peggiore. E viene dallo stesso spietato e brutale, ma naturale principio, che il forte sia servito, il debole serva. 
Il pensiero è del 1829.
Già nel 19° secolo dunque c’era la cattiva abitudine di non curarsi più di tanto dei vecchi? Probabilmente, io credo, questo succedeva nelle famiglie nobili nelle dimore delle quali esisteva una servitù pronta a raccattare ventagli o correre per un aiuto improvviso. Più semplicemente nella società contadina del tempo (ed anche del nostro, almeno di quelli tra noi più maturi) era d’uso che nelle famiglie patriarcali (come era nel tempo passato), la persona anziana venisse accudita dagli altri componenti della famiglia (nuore, nipoti, fratelli ecc..)l. Fortunata dunque la "plebe"? Anche per questo fortunata? Non solo per il lavoro "esteriore" che consentiva di fuggire la noia esistenziale!
Ma, ricordiamo, anche l’educazione dei bambini era molto spesso delegata ad altri nelle nobili famiglie, non sentendo, soprattutto, la madre ma anche il padre, la necessità di seguire i rampolli personalmente. Sappiamo che, in questo, Giacomo fu una eccezione, poiché il padre addirittura giocava con i suoi ragazzi e la madre, checché se ne dica, curava personalmente i figli, ad es. i loro geloni; che poi costei avesse un carattere quasi virile, di una razionalità da far paura, questo è altro discorso… Molte donne e madri, anche oggi, non manifestano tenerezze apertamente pensando, secondo un concetto errato di pedagogia, che farlo sarebbe debolezza!
Bambini e vecchi non occupavano, evidentemente, un posto di rilievo in quella società.. Probabilmente i maschi erano senz’altro più fortunati: a loro vantaggio venivano enumerate doti di saggezza che solo un vegliardo poteva possedere. Ma, in quanto ai "servigi", pare che questi "saggi" non avessero la consolazione di vedere un giovane nipote occuparsi di loro.
Trasportato ad oggi, il discorso si potrebbe snodare lungo sentieri contigui, quali l’educazione, il rispetto, il valore della persona e così via…
Che ne dite?
E’ ben triste la conclusione del pensiero leopardiano, è una conclusione che ricorda tanto le leggi di natura: solo il forte sopravvive…
Pubblicato da Maria Grazia

La poesia

Giornata Mondiale della Poesia #2

Che cos’è la poesia? In un’intervista apparsa pochi anni prima della sua morte, Franco Fortini disse che rispondere è come voler spiegare “che cos’è l’uomo” o “che cos’è il mondo”. Ogni definizione sarebbe mutila. Incompleta. Approssimativa.
E soprattutto che cos’è oggi la poesia? Ha ancora senso oggi, nell’epoca dell’apparire, del consumismo sfrenato, del disimpegno, della messa in crisi dei sentimenti più basilari, della rincorsa al denaro, dedicarsi ad una pratica così antitetica rispetto agli elementi appena elencati come quella dello scrivere o del leggere versi?
È vero. L’Italia è un paese di santi, navigatori e poeti. Definizione questa che conserva tuttora il suo fascino e che spiega la propensione degli italiani alla pratica della scrittura di versi. Si dice, ancora, che in Italia ci siano più scrittori che lettori di poesia. Tutti, e questa è una visione romantica anch’essa fascinosa, nella loro vita hanno composto, rinchiusi tra le mura della loro stanzetta, piccole poesie nelle quali erano concentrati i dolori e le gioie della loro vita quotidiana.
Una sorta di diario privato strutturato utilizzando gli a capo tipici della scansione in versi.
A questo concetto d’ampio respiro si può accostare una definizione di poesia più consapevole, considerando la stessa come un discorso, o ragionamento, o una comunicazione dove prevalgono elementi di ritmo e cadenze, di ripetizioni, di immagini che alterano i significati immediati e che gli conferiscono, oltre ai primi, anche significati interiori.
Non a caso ho utilizzato il termine comunicazione. Perché si ha poesia quando c’è in chi la scrive la consapevolezza di rivolgersi ad un gruppo, anche minimo, di lettori o uditori. Ma leggere o ascoltare poesia non è una pratica scontata. Soprattutto oggi, dove tutto avviene nel frastuono. La poesia non ama il frastuono. Necessita di silenzio. Ci sono più scrittori che lettori di poesia perché non siamo abituati ad ascoltare. Un grosso fattore limitante al riguardo è da imputare a tutto il sistema dell’insegnamento della letteratura nelle nostre scuole, basato sulla necessità di far circolare solo nozioni, idee castrate, senza conseguenze.
Perché oltre il piano dell’anagrafe di uno scrittore c’è quello dello spirito.
E quello spirito appartiene a tutti noi. In “A Silvia”, Leopardi, ad esempio, ricrea tutta la indefinita bellezza delle speranze e dei sogni che nutrirono la sua giovinezza. Ora, di fronte al silenzio e alla desolazione che la vita ha diffuso nel suo animo, di essi non resta più nulla. Leggiamola e dopo averla letta proviamo a stare in silenzio qualche minuto, pensare al dolore del poeta, considerare che quel dolore appartiene alla vita, non solo di Leopardi, ma anche nostra.
Eventi come la Giornata Mondiale della Poesia dovrebbero aiutare a riscoprire questa nostra parte nascosta. Spegnere tv, cellulari, computer, aprire un libro di poesia, mettere a tacere se stessi, per poter entrare, parola dopo parola, in un silenzio arricchente, armonico, immenso.

La Ginestra

 
 
 
 
 
 
 
 GIACOMO LEOPARDI
Da Leopardi apprendemmo la necessita’ della scelta della nonviolenza.
Una scelta fondata non sulle illusioni, ma sul nudo vero.
Che proprio perche’ ogni essere umano e’ per statuto biologico esposto al
male e alla morte, e’ assurdo ed infame a questo dolore aggiungere quello
che deriva dall’esercizio della violenza da parte di esseri umani su altri
esseri umani, laddove e’ palese che tutti gli esseri umani tra loro
dovrebbero sentirsi ed essere solidali.
Come magnificamente dimostra La ginestra, uno dei grandi manifesti politici
dell’umanita’.

2. GIACOMO LEOPARDI: LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

"E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce"
(Giovanni, III, 19)

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor ne’ fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiar di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur citta’ famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E’ il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potra’ dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e puo’ con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se’. Non io
Con tal vergogna scendero’ sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avro’ quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’eta’ propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Liberta’ vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civilta’, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Cosi’ ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci die’. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se’ schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se’ ne’ stima
Ricco d’or ne’ gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se’ di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io gia’, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicita’, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge si’, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura e’ quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se’ nel soffrir, ne’ gli odii e l’ire
Fraterne, ancor piu’ gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma da’ la colpa a quella
Che veramente e’ rea, che de’ mortali
Madre e’ di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome e’ il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se’ confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede cosi’ qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul piu’ vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Cosi’ fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probita’ del volgo
Cosi’ star suole in piede
Quale star puo’ quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo voto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo e’ nulla,
Sconosciuto e’ del tutto; e quando miro
Quegli ancor piu’ senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o cosi’ paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiu’, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente eta’, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pieta’ prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui la’ nel tardo autunno
Maturita’ senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; cosi’ d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar la’ su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e citta’ nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo pie’ quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom piu’ stima o cura
Che alla formica: e se piu’ rara in quello
Che nell’altra e’ la strage,
Non avvien cio’ d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
Anni varcar poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta piu’ mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando piu’ volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Su l’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pieta’ rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Cosi’, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per si’ lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternita’ s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Gia’ noto, stendera’ l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Ne’ sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma piu’ saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

3. ET COETERA
Giacomo Leopardi (Recanati 1798 – Napoli 1837) "filologo ammirato fuori
d’Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare
solamente coi greci": cosi’ nella lapide dettata da Pietro Giordani
("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo
aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita’ umana, fedele al vero e al
giusto, amico della nonviolenza").

Leopardi, poeta democratico

 

 

Leopardi, poeta democratico
LEOPARDI POETA ED UOMO DEMOCRATICO

Breve saggio sul pensiero politico di Giacomo Leopardi di G.PILUMELI

“Sapete ch’io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha fatti gli uomini all’infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non felici”.
Così scrive Leopardi a Fanny Targioni Tozzetti in una famosa.
Dunque la questione sembrerebbe liquidata, in maniera risoluta e definitiva. Se l’uomo è infelice sotto ogni forma di governo, risultano praticamente inutili la lotta politica ed ogni forma di organizzazione che tenti di migliorare la vita dell’uomo.
Niente di più sbagliato. Giacomo si interessa di politica ed abbastanza e, pur nella linea madre della certezza di quella che Timpanaro chiama fragilità biologica dell’uomo, si pone degli interrogativi e fornisce delle risposte che presuppongono “una vasta ed acuminata riflessione storico – politica degna di figurare tra i classici del genere, da Machiavelli a Tocqueville”.
Del resto, al pensiero politico di Leopardi è stato addirittura dedicato il sesto Convegno internazionale di Studi leopardiani svoltosi a Recanati dal 9 all’11 Settembre del 1984, i cui atti sono stati pubblicati in un volume edito da Olschki, Firenze nel 1989. Al convegno parteciparono numerosi studiosi, tra i quali ricordiamo Cesare Luporini, Bruno Biral, Elio Gioanola, Carmelo Musumarra ed altri.
Nella sua appassionata introduzione, l’autore dell’ormai celebre “Leopardi progressivo”, sottolinea “il risorgere dell’interesse politico in Leopardi nella sua ultima e ultimissima fase, indubitabile nei Paralipomeni, ma indubitabile anche nella Ginestra
Ma fu Sebastiano Timpanaro, nel lontano 1975, a trascinare Giacomo in mezzo ad una querelle politica, che vide il grande filologo, allora militante nel Partito Socialista di Unità Proletaria, in aperta polemica letteraria e politica con vasti settori della sinistra italiana, in special modo con i critici di scuola comunista. Erano i tempi appena successivi alle drammatiche vicende cilene, che portarono il segretario del Partito comunista italiano ad una riflessione da cui ricavò la convinzione, per la difesa dei valori democratici, della inevitabilità di una collaborazione tra comunisti e cattolici.
Dunque, sulla rivista “Belfagor” del marzo 1975, edita dalla casa editrice Olschki di Firenze, apparse la prima parte di un lungo articolo, poi raccolto in un volume dallo stesso titolo ormai introvabile, di Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani E Neomoderati Nella Sinistra Italiana”.
L’articolo si rifaceva ad un precedente di Romano Luperini, apparso sul numero precedente della stessa rivista, dal titolo: “Compromesso storico e critica letteraria”.
Dunque le due anime della sinistra, quella pronta all’incontro con la Democrazia Cristiana e quella più radicale, cosciente che nulla di buono avrebbe potuto venire alle sorti della classe operaia da quell’incontro, si scontrarono relativamente ai risvolti culturali che quel compromesso comportava.
“si sta delineando nella sinistra ufficiale italiana, e più particolarmente nell’area del PCI, una revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e dell’ideologia del primo Ottocento italiano…”
Timpanaro avvicina questa corrente marxista e revisionista alla corrente cattolica crociata che vedeva in Leopardi solo un poeta idillico, con in più, in questa, una tendenza di condanna e di forte dimensionamento ideologico del pensiero di Leopardi. Non a caso, il giudizio svalutativo investe anche “quei pochissimi minori che, vicini a lui per formazione ideologico-letteraria, non aspettarono la sua morte per intenderne la grandezza: primo fra tutti, come è ovvio, Pietro Giordani”.
Parallelamente al dimensionamento ideologico di leopardi, la sinistra marxista porta avanti un discorso di “entusiasmo sforzato” per l’opera del Manzoni, vista addirittura come uno scrittore rivoluzionario.
Secondo lo studioso, nel momento in cui la sinistra rivoluzionaria aderisce ad una forma di progresso borghese, scopre “..d’un tratto che il Leopardi, nemico di quel progresso, fu un antiprogressista tout court; e che in Manzoni si riveli…un modello di progressismo sociale da accettare come il più avanzato possibile per la sua epoca, o addirittura come tuttora valido;” .
Per Timpanaro, questa interpretazione del Manzoni è fuori dalla realtà, perché a detta dei suoi stessi propugnatori, essa è fondata solo sulla considerazione che protagonisti dei Promessi Sposi sono gli umili, i popolani Renzo e Lucia. Come se bastasse render protagonisti della storia gente del popolo per fare della storia stessa un’opera rivoluzionaria. Nella foga della loro corsa verso i compromesso, questi geniali critici della sinistra marxista dimenticano che persino uno dei loro padri si era pronunciato contro tale tendenza.
“Invano Gramsci (Letteratura e vita nazionale, pag. 73) aveva avvertito che il dare una parte di protagonisti a Renzo e Lucia, e il far partecipare alla vicenda tanti altri umili, non costituisce di per sé una prova del carattere democratico del romanzo, perché gli umili sono quasi sempre guardati paternalisticamente, con affettuosa ironia, sicché l’atteggiamento del Manzoni verso il popolo non è popolare- democratico, ma aristocratico” .
Come si vede, Timpanaro vede nella scoperta di un Manzoni democratico la scoperta del Partito Comunista Italiano della via riformista al potere, con l’accettazione della visione borghese della società. Ma non è questo il punto della nostra ricerca. L’abbiamo toccato perché l’accettazione della visione borghese, aborrita, come vedremo, dal Leopardi, porta ad un distacco violento dall’immagine del Recanatese nata nel 1947 coi famosi saggi di Binni e Luporini.
Secondo Timpanaro, al paternalismo aristocratico del Manzoni corrisponde, in Giacomo, “la simpatia con cui (…), in contrasto col disprezzo che ha verso i vecchi proprietari fondiari non meno che per i nuovi borghesi trafficanti, guarda sempre gli artigiani, i contadini, l’unico popolo di cui aveva conoscenza diretta (cfr. Cersare Luporini, pp. 265 s, 268; Walter Binni, La protesta di leopardi cit. pp. 265-275). Egli non pensa al popolo lavoratore come potenziale instauratore di un nuovo ordine sociale attraverso una rivoluzione. Ma non ha nemmeno, mai, la paura della rivoluzione; e, ciò che più importa, non è un populista: Nella sua valutazione del popolo come persone la cui vita si fonda sul vero e non sul falso non c’è l’idoleggia- mento della religiosità popolare…e non c’è neppure mai l’ironia paternalistica del Manzoni”.
Il discorso di Timpanaro, è così appassionato eppure così coerentemente lucido. L’antipolitico per eccellenza può dunque ben essere considerato il Poeta che parla del popolo in maniera così sentita e simpatica, senza il paternalismo religioso del Manzoni.
Il “reazionario” Leopardi manifesta nelle sue opere (Lo Zibaldone, la Ginestra, come vedremo), grande simpatia per i risultati della rivoluzione francese, ove in Manzoni la stessa rappresenta l’esempio sanguinoso dell’intervento popolare sulla Storia.
Vogliamo qui affermare che il poeta filosofo di Recanati era un grande democratico. Egli è convinto che nessun regime può dare la felicità né all’individuo né alle masse, ma da qui non si può arrivare a negare che il suo pensiero si sia adoperato nella ricerca di un tipo di società in cui la sorte dell’uomo potesse essere alleviata, potesse essere “migliore”.
Ci sorreggerà, in questa visione, la letture delle Opere di Giacomo, i canti e lo Zibaldone in special modo. Citeremo pochi ma significativi passi, come quello sulla moneta che sembra così profetico, nella sua lucida visione.

“Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e discendete fino all’ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a travagli d’ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso mezzo di felicità”.

Ben risalta qui come Leopardi insista sul principio di eguaglianza, convinto di quanto il progresso sia inumano quando viene a fondarsi, anche ai fini dell’incivilimento, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Indicativo di questa visione è pure quel passo da cui traspare sì la mania leopardiana del mangiare da solo, ma motivata da una visione democratica dei rapporti sociali.

“Ma i nostri servitori sono nostri uguali. Ed è bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo, ogni menoma parola o pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a nostro disfavore; non ci diamo cura alcuna di quelli dei servitori in quel tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo ben certo quali sieno intorno di noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene fermi e oziosi a sedere in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che attualmente si trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo molti dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo alcuno, i piaceri della tavola”.
(7. Apr. 1827.)

Nei canti è continua e visibile la simpatia con cui Leopardi guarda alla povera gente, ai lavoratori: Silvia, Nerina, gli artigiani. Come ben dice Timpanaro, il poeta di Recanati tende alla “abolizione delle due culture, una per la classe dominante colta e l’altra per la classe oppressa, alla quale non solo i moderati toscani, ma nemmeno Voltaire, e nemmeno i borghesi avanzati del secolo XIX avrebbero mai acconsentito”.

“Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;”
Ove il suono dell’artigiano riecheggia vivo, là ove tutto richiama all’inesorabile scorrere del tempo ed alla conseguente rovina.
Oppure, rivolto a Silvia, la ricorda intenta nella sua attività fisica
“Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.”
Le opere di Leopardi sono piene della sua simpatia per i popolani e del suo rimpianto per non essere da loro compreso, per non essere considerato uno di loro.
E quanto affetto e considerazione non mostra il poeta per l’attività fisica, l’unica che possa preservarci dalla noia?
“Ancora potremmo affermare che la fatica del corpo può ammortizzare i mali dell’anima”?
In Leopardi, l’attività fisica distoglie l’uomo dai mali oscuri che tormentano gli intellettuali, gli uomini di pensiero.
“lo spettacolo della vita occupata, laboriosa e domestica, sembra lo spettacolo della felicità”.
E sicuramente, pensa Leopardi, per vivere tranquilli, bisogna essere occupati in un’attività fisica.
E veniamo alle dissertazioni sui sistemi politici.
Leopardi li esamina tutti, di tutti elenca pregi e difetti ma, tra tutti predilige il sistema democratico, ove gli uomini siano tutto eguali e loro principale preoccupazione sia il bene comune.

Innanzi tutto, un’affermazione lapidaria: “La perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà” . Non vi può essere squilibrio di potere tra i detentori del potere stesso, pena la decadenza della democrazia.
Ed in democrazia i meriti, i principi per governare consistono nel merito e nella stima che si riscontra nel popolo governato.
Poi Leopardi elogia gli antichi legislatori, i quali “proibivano le ricchezze, gastigavano chi possedeva troppo più degli altri”.
Come non pensare alla situazione odierna di certe nazioni che pure sono nate democratiche eppure rischiano la deriva autoritaria proprio perché i detentori del potere rappresentativo sono troppo ricchi e troppo potenti, detenendo nelle loro mani, oltre tutto, il potere, nuovo e tremendo del mass media?
“Colle ricchezze, il lusso, le aderenze, la coltura degl’ingegni, la troppa disuguaglianza delle dignità, ed onori esteriori, del potere ec. ed anche la sola eccessiva sproporzione del merito e della pura gloria, perirono, e sempre periranno tutte le democrazie.”
Non solo, ma per conservare la libertà e la democrazia “quelli che hanno conseguita la detta superiorità, sia di gloria, sia di uffizi e dignità (giacchè quella di ricchezze, e altri tali vantaggi, non ha luogo finchè dura nella repubblica l’influenza della natura), non se ne abusino, non cerchino di passar oltre, sieno contenti, anzi impieghino il poter loro a mantener l’uguaglianza e libertà, si comunichino agli altri, diminuiscano l’invidia de’ loro vantaggi col fuggire l’orgoglio, la cupidigia”

Ed ancora “L’uomo è naturalmente, primitivamente, ed essenzialmente libero, indipendente, uguale agli altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente all’idea della natura e dell’essenza costitutiva dell’uomo, come degli altri animali.”
Libero, indipendente, uguale agli altri. Se ci pensiamo bene, non è un pensiero in libera uscita ma direttamente conseguente alla negazione dell’innatismo.
“. Idee precisamente innate non esistono in alcun vivente, e sono un sogno delle antiche scuole”.
Non essendoci idee innate, ma formandosi esse mediante l’assuefazione, va da sé che tutti gli uomini nascano eguali.
“Dunque io non riconosco negli individui veruna differenza di naturale disposizione ed ingegno a riconoscere e sentire il bello ed il brutto ec.? Anzi la riconosco, ma non l’attribuisco a quello a cui si suole attribuire: cioè ad un sognato magnetismo che trasporti gl’ingegni privilegiati verso il bello, e glielo faccia sentire, e scoprire senza veruna dipendenza dall’assuefazione, dall’esperienza, dal confronto;”
Per difendere la perfetta eguaglianza, bisogna che gli uomini più capaci al comando si mettano a disposizione del popolo.
E dunque, uno stato democratico deve essere “favorevolissimo alle illusioni, all’entusiasmo ec. uno stato che esigge grand’azione e movimento: uno stato dove ogni azione pubblica degl’individui è sottoposta al giudizio, e fatta sotto gli occhi della moltitudine, giudice, come ho detto altrove, per lo più necessariamente giusto; uno stato dove per conseguenza la virtù e il merito non poteva mancar di premio; uno stato dove anzi era d’interesse del popolo il premiare i meritevoli, giacchè questi non erano altro che servitori suoi, ed i meriti loro, non altro che benefizi fatti al popolo, il quale conveniva che incoraggisse gli altri ad imitarli; uno stato dove, se non altro, e malgrado le ultime sventure individuali, non può quasi mancare al merito, ed alle grandi azioni il premio della gloria, quel fantasma immenso, quella molla onnipotente nella società; uno stato, del quale ciascuno sente di far parte”.
E passiamo alla Ginestra.
Nel canto, l’uomo, “nulla al ver detraendo” non accusa altri uomini della sua infelicità, ma la vera colpevole, la Natura.
E così l’umana compagnia abbraccia tutti gli uomini con vero amore in una confederazione contro la comune nemica, cosciente che solo in questo modo possa esserci progresso sia pure nell’inevitabile stato di sofferenza.
"per cui solo / Si cresce in civiltà, che sola in meglio / Guida i pubblici fati"

Giuseppe Pilumeli
Nato a Barrafranca il 28/3/1947.
Impiegato comunale, aspirante contadino.
Appassionato di Leopardi.
http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com

note
Lettera a Fanny Targioni Tozzetti del 5.12.1831, Epistolario, a cura di FRANCO BRIOSCHI e PATRIZIA LANDI. Bollati Boringhieri, Torino. 1998, pagina 1852.
Giacomo Leopardi. La strage delle illusioni, a cura di MARIO ANDREA RIGONI. Adelphi, Milano 1992. Quarta di copertina.
CESARE LUPORINI, Introduzione al pensiero politico di Giacomo Leopardi, in atti del convegno. In “Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopard”i, Olschki Firenze 1989, pagina 19.
Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana” In Belfagor, cit. 1975, pagina 129.
Ivi pagg. 129 – 130.
Ivi, pag. 130
Ivi pag. 132.
Ivi, pag. 135.
SEBASTIANO TIMPANARO, Antileopardiani, cit. pagg. 192-193.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, Pag. 16.6.1821
Zibaldone, opera citata, pag.
SEBASTIANO TIMPANARO, Antileopardiani e neomoderati cit. pag. 193
GIACOMO LEOPARDI, I Canti: La sera del dì di festa, vv. 25-27
GIACOMO LEOPARDI, ivi: A Silvia, vv. 10-12
LORETTA MARCON – GIUSEPPE PILUMELI, L’eroe sportivo, Universum Edizioni, Trento 2005, pag. 18
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, pp. 172-173 del 23 luglio 1820.
Zibaldone. 4529, 24.3.1827

Zibaldone, pagina 443.
Zibaldone, pag. 1190

La Ginestra, verso 115
La Ginestra vv. 75-77.

Timpanaro

Leopardi secondo Timpanaro

LEOPARDI/4

IL PESSIMISMO MATERIALISTICO DI LEOPARDI
di Sebastiano Timpanaro

timpanaro.jpg Il cattolicesimo liberale rappresentava qualcosa di particolarmente avverso a tutto il pensiero del Leopardi. Era il mito del progresso, privato della carica di lucido razionalismo che aveva avuto nel Settecento francese e riconclato coi vecchi miti cattolici. Era l’esaltazione delle conquiste tecnicoscientifiche (il vapore, la diffusione rapida delle notizie: si pensi alla satira della Palinodia) accompagnata però dalla rinuncia ad una visione veramente scientifica, cioè laica, della realtà. Era il cattolicesimo ottimista mentre il Leopardi, finché aveva creduto di poter conciliare in qualche modo il proprio pessimismo col cristianesimo, aveva puntato proprio sulla rappresentazione pessimistica che il cristianesimo fa di questo mondo. A un tale ambiente gli scritti del Leopardi, e in particolar modo le Operette morali, erano apparsi come l’espressione di un ateismo che negava insieme la religione e il progresso; che si opponeva, quindi, totalmente allo «spirito del secolo».

Né questi nuovi detrattori erano puri e semplici reazionari che il Leopardi poteva trascurare. Stavolta le critiche venivano da un’opinione pubblica, a suo modo, illuminata e progressista; e l’accusa di irreligione era (ben diversamente dalle critiche che il Leopardi aveva ricevuto in occasione delle prime canzoni patriottiche) congiunta strettamente a quella di scarso patriottismo e di sfiducia nell’umanità. Che, del resto, una parte di quelle accuse trovasse risonanza anche fuori dell’ambiente liberale-cattolico, anche tra l’opinione pubblica risorgimentale in senso largo, lo dimostra il saggio di Pietro Giordani sulle Operette morali, destinato all’«Antologia» del Vieusseux ma poi non pubblicato: il Giordani dichiarava di condividere il pessimismo leopardiano e lo difendeva dalle critiche dei moderati toscani, ma esprimeva anch’egli il desiderio di un maggiore impegno politico da parte del Leopardi.
Il bisogno di rispondere a queste accuse di apoliticità e di egocentrismo («il proprio petto / esplorar che ti val ? Materia al canto / non cercar dentro te», sono le parole che il Leopardi mette in bocca ad uno dei suoi oppositori nella Palinodia) costituì certamente la spinta decisiva per la ripresa polemica e combattiva, per il nuovo titanismo dell’ultimo Leopardi. Questo movente in qualche misura «esterno» dell’ultima fase del pensiero leopardiano non toglie nulla (diversamente da come è parso a qualche critico) alla sua profonda sincerità e coerenza: dimostra piuttosto la capacità del Leopardi di reagire al nuovo clima politico-culturale, allargando il respiro umano e sociale del proprio pessimismo, fondando una morale integralmente laica e smitizzata.
Al compromesso ideologico attuato dai cattolici liberali il Leopardi contrappone, in quest’ultima fase, una grande ripresa di temi illuministici e materialistici. Non c’è libertà politica, egli afferma, senza libertà dal dogma e dal mito, («Libertà vai sognando, e servo a un tempo / vuoi di nuovo il pensiero»). È proprio questa esigenza di smascheramento degli «errori barbari» del cattolicismo che fa superare al Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare agli uomini il male della condizione umana in tutta la sua crudezza: alla convinzione del «valore sociale del vero» (per usare una felice espressione del Berardi) il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha dimostrato che nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riempito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei primitivi, ma da un ibrido connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progressismo superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio, allora, quella «fiera compiacenza» che è prodotta da una lucida disperazione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai preclusa, l’ultima e paradossale forma di «virtù» classicheggiante. I Paralipomeni, con la negazione di ogni differenza qualitativa insuperabile tra uomo e animali, con la rivendicazione del Settecento empirista e antimetafisico contro l’Ottocento cristianeggiante, sono la punta estrema del progressismo ideologico leopardiano.
Sul piano politico, assistiamo (accanto a un rinvigorimento dell’avversione ad ogni posizione reazionaria e assolutista, testimoniato dai Paralipomeni e dall’epistolario) a due successivi momenti della polemica contro i moderati cattolici. Dapprima, nei primi canti dei Paralipomeni, un recupero di motivi patriottici di stampo classicheggiante con punte di xenofobia settaria e di esaltazione retorica della romanità. […] Un secondo momento è rappresentato dal ben noto passo della Ginestra in cui il Leopardi fa appello alla solidarietà di tutti gli uomini nella lotta contro la natura. infinito.jpg
Nessun dubbio sulla grande potenzialità democratica di questo appello. Soltanto, bisogna parlare appunto di potenzialità, per sottolineare, accanto all’estrema apertura e spregiudicatezza del discorso leopardiano, anche la sua indeterminatezza. Non vi è traccia in esso di preclusioni: di classe, di cautele da «liberale», anzi vi è l’esplicita esigenza di far partecipe della nuova morale laica tutto il popolo; ma non c’è nemmeno alcun accenno a una lotta contro l’oppressione po1itico-sociale, come condizione preliminare per raggiungere la «confederazione» dell’intera umanità. Il Leopardi pensa che i contrasti tra gruppi umani siano secondari, e perciò da mettersi a tacere, di fronte all’esigenza di far blocco contro il nemico numero uno, l’empia Natura. Quando il Pascoli trovava preannunciato nella Ginestra il proprio solidarismo, trascurava certamente l’ispirazione illuministica e l’afflato eroico che sono essenziali alla posizione leopardiana, e che mancano all’ideologia pascoliana; rimane pero il fatto che anche il Leopardi propugna un solidarismo, cioè un appello alla cessazione della lotta «fratricida», per dirigere tutti i colpi non contro un avversario umano, ma contro la Natura. Rifacendoci ancora una volta alla distinzione tra progressismo politico-sociale e progressismo «scientifico», possiamo dire che il Leopardi assorbe il primo nel secondo. Soltanto, in quest’ultima fase del suo pensiero, egli toglie al proprio materialismo pessimistico quel carattere alquanto solitario e umbratile che aveva assunto negli anni di Bologna, così come, riprendendo il titanismo del Bruto minore, ne elimina quella coloritura aristocratica che il titanismo aveva sempre avuto fin allora. Non c’è piú alcuna contrapposizione di principio tra l’eroe e il volgo, anzi, il pessimismo agonistico è destinato a divenire un atteggiamento comune a tutta l’umanità, una filosofia popolare. In questo senso si può dire che il progressismo politico non si dissolve semplicemente nel progressismo scientifico, ma gli infonde la propria esigenza democratica.
Inoltre, non bisogna dimenticare che la lotta contro la natura a cui il Leopardi chiama l’umanità è e rimarrà sempre una lotta disperata, per ciò che riguarda gli obiettivi di fondo. Certo il Leopardi non nega la possibilità di raggiungere successi parziali di notevole rilievo (di qui la sua rivendicazione della «civiltà, che sola in meglio / guida i pubblici fati»: Ginestra, v. 76 sg.). Ma che la vittoria definitiva spetti alla natura, tutta la Ginestra lo riafferma, come lo riafferma il Tramonto della luna, che appartiene allo stesso periodo finale della vita e del pensiero leopardiano.

da: Sebastiano Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, 1965Pubblicato Gennaio 24, 2006 05:39 PM

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