Leopardi e Chopin

Massimo Mila, Breve Storia della Musica, einaudi Torino 1977. Pag. 231.
 
"E’ questa straordinaria perfezione stilistica, questo dono di tutto tramutare in poesia, senz’ombra di residui prosastici, che dà senso al consueto paragone tra Chopin e Leopardi, più ancora che le analogie di contenuto umano, così dolente, pessimistico e sconfitto. Chè mentre il dolore leopardiano si amplia a risonanza cosmica, quello di Chopin rimane d’ordine strettamente personale – al più patriottico –  e la sua universalità la ripete unicamente dall’arte.";
 
ivi, pagg. 234 e 235.
 
"Opere come le ultime Mazurche, gli ultimi Notturni suggeriscono l’impressione che Chopin andasse evolvendo verso un’arte più complessa…….Non diversamente Leopardi terminava la sua produzione poetica nella Ginestra schiudendo – con quell’insolito senso di solidarietà umana contro la cieca natura – una finestra sopra un mondo nuovo, più virile, forse, dell’antico, comunque capace di padroneggiare e superare il dolore".

29 Giugno 2008

Data e ora di inserimento: (03-07-2008, 19:14:07)

Clicca per visualizzare le immagini associateAll’Aula Magna del Palazzo Comunale di Recanati (foto) si è svolta la cerimonia della Commemorazione ufficiale del 210° anniversario della nascita di Leopardi con la relazione dello scrittore di origine siciliana Vincenzo Consolo dal titolo ‘Le ceneri infeconde. Visioni del mondo in Leopardi e in Verga’. Vincenzo Consolo è stato anche insignito, dal Sindaco di Recanati Fabio Corvatta, del premio ‘Giacomo Leopardi per la Letteratura’ con la seguente motivazione scritta dal Prof. Antonio Prete:
Con la scrittura narrativa, con la saggistica e con la poesia, Vincenzo Consolo ha raccolto e interpretato, in maniera profonda e originale, quell’intreccio tra invenzione letteraria e critica della civiltà, tra affabulazione fantastica e critica del costume che fu proprio di Leopardi.
Scrittore allo stesso tempo italiano e mediterraneo, siciliano ed europeo, Consolo ha sempre attinto al tesoro straordinario della lingua italiana, alla ricchezza della sua tradizione, imprimendo alle forme espressive una tonalità e uno stile tra i più incisivi e riconoscibili della nostra letteratura.
Da La ferita dell’aprile del 1963 al Sorriso dell’ignoto marinaio del 1976, da Lunaria del 1985 a Retablo del 1987, da Nottetempo, casa per casa del 1992 a Lo spasimo di Palermo del 1998, per dire solo di alcuni scritti, Consolo ha dato vita a personaggi e paesaggi, a caratteri e visioni che consegnano al lettore, con grande senso teatrale e insieme meditativo, un affresco del Sud, della sua energia, delle sue contraddizioni, delle sue relazioni, storiche e di costume, con il resto del Paese.
Accanto al rapporto – di ascolto e di ripresa poetica – con l’antica sapienza greca, Consolo ha suggerito con la sua opera il disegno di una società libera da tentazioni regressive ed egoistiche, aperta nell’accogliere la pluralità della sua storia, dei suoi saperi, delle sue radici mediterranee.
Antonio Prete
A seguire sono stati consegnati i premi ai giovani vincitori dell’ XI Concorso per Tesi di Laurea e Dottorato bandito dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati. La giornata del 29 giugno si è conclusa nella suggestiva scenografia del Colle dell’Infinito con il recital di poesie leopardiane del famoso e bravo attore Gabriele Lavia. (foto)

Antonio Ranieri

Letta la breve Notizia intorno a Giacomo Leopardi, ch’io preposi ai due volumi delle sue opere non ha guari stampate, per mia cura, in Firenze dal tipografo Lemonnier, gl’implacabili nemici di chiunque, non essendo dei loro, fa o scrive qualunque cosa o grande o piccola, trovarono immediate, ch’io mi fossi passato troppo leggermente della sua morte. Costoro, vestendo, com’è loro usanza, d’abiti e di forme filosofiche la loro antica e mortale inimicizia d’ogni filosofia, andarono sottilmente considerando, che, se degli uomini grandi è notabile ogni cosa, notabilissima debba poter esser l’ora suprema: la quale può dirsi come una grave e concludente ricapitolazione di tutta la vita.

Quanto è a me, io giudico veramente ragionevolissima questa loro opinione universale. Se non che, come sempre avviene delle sentenze de’ calunniatori, non ne giudico già né ragionevole né onesta l’applicazione al Leopardi. Perché questi morí di morte repentina, come segue ordinariamente nelle idropisie, massime di cuore: genere di morbo, nel quale tutti, salvo l’infermo, sanno che si tratta di una morte inevitabile: ma nessuno sa quanto questa morte sia per essere vicina o lontana, né nessuno ha mai sognato d’aver obbligo di disingannare il morituro.

Ora, io non so che si sia mai preteso di trovar nulla di notabile in una morte repentina. Salvo, se, con le altre cose che si vanno mettendo in dubbio in questo maraviglioso passaggio che il genere umano sta operando dalla follia delle passioni alla sapienza dei computi, dalle guerre del Sepolcro a quelle dell’oppio e, in somma, dal credere in molte cose al credere solo nelle eredità, non si volesse eziandio mettere in dubbio se il morire di morte repentina dia, o non, agio al morente di far qualche notabile dissertazione intorno al modo onde considerò o non considerò, ai giorni suoi, quest’universo. E che il Leopardi fosse morto di morte repentina, mi pareva di averlo bastantemente significato in uno degli ultimi paragrafi di quella mia breve scrittura; il quale mi permetterò di riportare.

Era l’agosto del Trentasei, quando, al primo ed ancora lontano annunzio del morbo (il cholera), desiderò di ridursi nel suo casinuccio all’aperto della campagna, d’onde non consentí di tornare a Capodimonte se non nel febbraio del Trentasette. Quivi moltiplicarono i sintomi dell’idropisia, come alla piú aperta campagna erano moltiplicati i sintomi dell’etica. E parte la pestilenza, che nel verno parve dileguata del tutto, risorta assai piú fiera e spaventevole nella primavera, rinnovò nell’egra fantasia i terrori d’un modo di morte incognito ed abbominoso, già sventuratamente innestatigli dal celebre poeta tedesco, Platen, che i medesimi terrori avevano ucciso (assai prima che il morbo vi giungesse) in Siracusa. Tutti i consigli dei pio gravi ed esperimentati medici della città, fra i quali l’aureo Mannella e il Postiglione, tutti i pio vigorosi ed estremi partiti della scienza, furono indarno. E il mercoledí, quattordici di giugno, alle ore cinque dopo il mezzodí, mentre una carrozza l’attendeva per ricondurlo (ultima e disperata prova) al suo casino, ed egli divisava future gite e future veglie campestri, le acque, che già da gran tempo tenevano le vie del cuore, abbondarono micidialmente nel sacco che lo ravvolge, ed oppressa la vita alla sua prima origine, quel grande uomo rendette sorridendo il nobilissimo spirito fra le braccia di un suo amico che lo amò e lo pianse senza fine.

D’altra parte, essendomi apparsa sempre cosa sazievole e schifosissima se altra mai, lo studiarsi di venire in fama, non per propria entità e per proprio valore, ma innestando per ritto e per rovescio il suo nome e la sua vita nel nome e nella vita di un qualche grande uomo; mi era anco sembrata una necessaria modestia lo studiarmi assegnatamente del contrario: massime scrivendo la vita del Leopardi, nella cui intrinsichezza io mi trovava, per una mia singolare ventura, d’esser vivuto dí e notte molti anni. E tenni con tanta costanza la religione di questo mio proposito, che le posposi ogni altra considerazione quantunque gravissima; e che, se non fosse già stata la necessità di non lasciar presupporre ai posteri che, nella mia città natia, egli fosse morto abbandonato d’ogni umano soccorso, io non mi sarei nominato né anche col titolo universalissimo di un amico nell’ultimo periodo del paragrafo riportato.

Nondimeno, il lacrimevolissimo secolo che viviamo, nel quale, insieme co’ telai, con le vie di ferro e con la peste, massima fra le pesti, rialza una fronte orgogliosa l’impudente e calunniatrice ipocrisia, rende al tutto impossibile insino la dignità del silenzio. Ed insieme con le ossa e con le ceneri, oramai fredde, di chi si addormentò opportunamente sopra una tanta viltà, si è strascinati pe’ capelli nel fango d’ignobili ed oscure dispute, e di triviali ed invereconde commedie. E poiché l’uomo non può sottrarsi alle necessità, benché dure ed insopportabili, del secolo nel quale fu condannato a compiere questo breve e doloroso pellegrinaggio, veggiamo s’egli è vero, che, intorno all’ultim’ora del Leopardi, io abbia saputamente taciuto quel che non potevo ignorare.

Giacomo Leopardi, questo grande ed imperdonabile peccato non so se più dell’Italia o della fortuna, sostenne, nella sua brevissima vita, una buona parte, si può quasi dire, delle più gravi malattie che si conoscono sotto il sole. Le quali si congiungevano talvolta e s’inserivano si stranamente insieme, che quel rimedio ch’era medicina all’una, era veleno all’altra. Per tacere di troppe più che non parrebbe credibile, sfidato di tisico dai dottori di Roma nel Trentuno, e da quelli di Firenze nel Trentadue, nel Trentasette morí poscia a Napoli d’idropisia. Né mai credette nell’uno o nell’altra: ma in non so quale suo misterioso mal di nervi, mediante il quale spiegò, fino all’ultimo, tutte le più variate, e spesso più manifeste, maniere di morbi che combatterono implacabilmente la sua misera giornata. E insino dopo che gravissimi medici napoletani gli ebbero parlato assai più chiaro ch’io non avrei voluto; mi riparlava della incertezza della medicina, del suo mal di nervi non voluto intendere e degli altri quarant’anni di vita che gli bisognava durare pazientemente, se già la pestilenza non venisse inopinatamente a troncarli.

Questa singolare credenza lo aveva renduto costantemente indocilissimo a tutte le prescrizioni dell’arte; massimamente a quelle della dieta, che, nelle idropisie, sogliono essere, come ognuno sa, rigorosissime. Per questa sola parte, le mie preghiere, e insino le mie lacrime, erano riuscite sempre indarno. E, fatto inesorabilmente beffe del latte d’asina, quel dí stesso, giusta l’usato, dopo un’abbondante colezione di cioccolatte, desiderò che gli si recasse da desinare mentre ci attendeva già la carrozza che doveva menarci in villa, dove si proponeva di cenare verso le quattro o le cinque della mattina seguente; prima della qual ora non era stato mai possibile di ridurlo nel letto.

Era già scodellata la minestra. Ed egli, postosi a sedere a mensa più gaio del solito, n’aveva già tolte due o tre cucchiaiate, quando rivoltosi a me, che me gli era seduto allato:

Mi sento un pochino crescere l’asma, mi disse (che cosí perseverava di chiamare i naturali sintomi della sua infermità): si potrebbe riavere il Dottore?

Questi era il professor Niccolò Mannella; ch’era stato il più assiduo e il più affettuoso de’ suoi curanti: uomo d’aurea scienza e di più che aurei costumi, medico ordinario del principe reale di Salerno.

E perché no? gli risposi. Anzi andrò di persona per esso. Era uno dei più memorabili giorni della mortalità cholerica: e non mi parve stagione da mandar messi.

Io credo che, a malgrado di tutti i miei sforzi, dovette trasparire dal mio viso una qualche piccola parte del mio fiero turbamento. Perché, levandosi, egli ne motteggiò e ne sorrise; e, stringendomi la mano, mi ritoccò della lunga vita degli asmatichi. Andai con la carrozza medesima che ci attendeva; affidandolo a’ miei, massime alla mia sorella Paolina, sua consueta astante ed infermiera; la quale egli troppo largamente rimeritò quando usò dirle che solo la sua Paolina di Napoli gli rendeva possibile la lunga lontananza dalla sua Paolina di Recanati.

Trovo in casa il Mannella, che si veste e viene. Ma tutto era mutato. Avvezzo, per un lungo e penoso abito di mortalissime malattie, a sentir troppo frequentemente i messi di morte, il nostro adorato infermo non seppe più riconoscerne i veri dai falsi. E parte imperturbabile nella sua fede che tutto il male suo fosse nervoso, si confidava ciecamente di poterlo placare col cibo. Laonde, a magrado delle caldissime preghiere dei circostanti, tre volte s’era voluto levare dal letto, dove l’avevano adagiato cosí vestito com’era, e tre volte s’era voluto rimettere a mensa per desinare. Ma sempre, ai primi sorsi, era stato sforzato, a suo malgrado, di rimanersene e di riappressarsi al letto: dove, quando io sopraggiunsi col Mannella, lo trovammo né anche a giacere, ma solamente sulla sponda, con alcuni guanciali di traverso che lo sostenevano.

Si rallegrò del nostro arrivo, ci sorrise; e, benché con voce alquanto più fioca e interrotta dell’usato, disputò dolcemente col Mannella del suo mal di nervi, della certezza di mitigarlo col cibo, della noia del latte d’asina, de’ miracoli delle gite e del voler di presente levarsi per andarne in villa. Ma il Mannella, tiratomi destramente da parte, mi ammoní di mandare incontanente per un prete; che di altro non v’era tempo. Ed io incontanente mandai e rimandai e tornai a rimandare al prossimo convento degli agostiniani scalzi.

In questo mezzo, il Leopardi, mentre tutti i miei gli erano intorno, la Paolina gli sosteneva il capo e gli asciugava il sudore che veniva giù a goccioli da quell’ampissima fronte, ed io, veggendolo soprappreso da un certo infausto e tenebroso stupore, tentavo di ridestarlo con gli aliti eccitanti or di questa or di quella essenza spiritosa; aperti più dell’usato gli occhi, mi guardò più fiso che mai. Poscia:

Io non ti veggo più, – mi disse come sospirando.

E cessò di respirare; e il polso né il cuore non battevano più: ed entrava in quel momento stesso nella camera frate Felice da Sant’Agostino, agostiniano scalzo; mentre io, come fuori di me, chiamavo ad alta voce il mio amico e fratello e padre, che più non mi rispondeva, benché ancora pareva che mi guardasse.

Ora qui bisogna (quel che non è facile) aver amato qualcuno al mondo com’io ho amato il Leopardi: bisogna aver menata la miglior parte della vita nel seno della sua più sviscerata intimità, e ragionato con lui tutte le ventiquattr’ore del dí per lunghi anni e lunghe avventure, e uditone fino a pochi momenti prima quegli altissimi e quasi più che umani concetti ch’io n’aveva uditi; per intendere come non è maraviglia se per un pezzo la sua morte non mi fu cosa comprensibile, e come, attoniti e muti tutti i circostanti, si messe tra il santo frate e me la più crudele e luttuosa disputa. Io, quasi ridotto io stesso come fra l’essere e il non essere, in un certo modo non meno incredibile che ineffabile, mi facevo stupidamente a contendere che il mio amico viveva ancora, e supplicavo il frate, piangendo, ad accompagnare religiosamente il passaggio di quella grand’anima. Egli, tocco e ritocco il polso e il cuore, replicava costantemente, che quella grand’anima era già passata. Alla fine, fattosi nella stanza uno spontaneo e solenne silenzio, il pio frate, inginocchiatosi appresso al morto o al moribondo, fu esempio a noi tutti di fare altrettanto. Poscia, in un profondo raccoglimento, orò, orammo tutti un gran pezzo. E levatosi, e fattosi a una tavola; scrisse le parole qui appresso; e ne porse il foglio a me, che, levatomi anch’io e impresso l’ultimo bacio sulla fronte di quel cadavere, ero già trascorso da uno spietato dubbio in una spietatissima certezza.

Si certifica al signor parroco, qualmente istantaneamente è passato a miglior vita il conte Giacomo Leopardi di Recanati, al quale ho prestato l’ultime preci de’ morti. ciò dovevo, e non altro. Padre Felice da Sant’Agostino, agostiniano scalzo.

Con questa fede, con quelle de’ medici e, più, col miracoloso aiuto della Provvidenza, il cadavere fu salvato dalla confusione del camposanto cholerico. Ed assettato in una cassa di noce impiombata, e raccolto pietosamente in una sepoltura di ecclesiastiche sotto l’altare a destra della chiesetta suburbana di San Vitale; fu quindi, non meno pietosamente, trasferito a suo tempo nel vestibolo della medesima, dove gli fu posta la pietra ch’ora si vede.