Leopardi a Pisa

TEORIA DELL’EDUCAZIONE LETTERARIA
VERONA
(Prof. Paola Tonussi)
Lezione 6 (on-line): “All’apparir del vero…”: Giacomo
Leopardi, il sogno, il ricordo e le illusioni.
Nell’inverno e nella primavera del 1828, Giacomo Leopardi si
trovava a Pisa: laggiù conseguiva nuovamente il sogno a lungo
accarezzato, di lasciare Recanati.
Il distacco tanto sospirato dal paese natale gli era costato anni
di trattative con i genitori, con i pochi amici che mantenevano
con lui relazioni epistolari e con i parenti; per prorogare il più
possibile il suo ritorno, aveva perciò accettato di compilare una
raccolta delle proprie liriche, con i cui proventi riuscire a
mantenersi.
Non era la prima volta che Giacomo lasciava l’aristocratico
palazzo avito, il paese e lo scenario esiguo della piazza e della
chiesa, che riusciva a vedere dalle finestre della biblioteca
paterna. Ma, com’era già successo in passato, staccandosi da
Recanati sembrava che la lontananza da una casa tutto sommato
amata e la memoria, in lui capace di trasfigurare ogni cosa,
avessero il potere di idealizzare Recanati da prigione, così come
lui la descriveva nelle sue lettere, ad un paradiso perduto del
ricordo.
Il poeta soffriva una contraddizione intima, che lo avrebbe
accompagnato sempre: a Recanati si sentiva isolato, tagliato
fuori dal mondo delle lettere e dai letterati del suo tempo,
costretto a limitare la propria esistenza tra la biblioteca del conte
Monaldo e i dintorni prossimi alla casa paterna, che soleva
percorrere a piedi nelle passeggiate solitarie. Sognava in modo
febbrile di lasciare quei luoghi eppure, lontano da essi, dal
fratello Carlo e dalla sorella Paolina, la distanza e la separazione
li idealizzavano nell’unico posto in cui avrebbe potuto vivere, e
vivere felice.
Da tempo la sua poesia taceva. Era come se essa, per spiccare
il volo, avesse avuto bisogno della visione conosciuta da sempre
di Montemorello, delle piccole vie impervie sulle colline di
Recanati, di quell’orizzonte che, dietro a sé, schiudeva una serie
infinita d’orizzonti simili avvolti dalla foschia della lontananza, dei
passeri che svolavano alti sul tetto del palazzo paterno, sulla
chiesa e sulla piazza e che, in primavera e in estate, lanciavano
all’aria il loro canto.
A Pisa aveva preso a pigione un piccolo appartamento presso
una famiglia, che ospitava in genere studenti per pochi scudi, ma
la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due
finestre alte, da cui la vista poteva spingersi fino all’orizzonte. Il
soggiorno a Pisa si prospettava dolce e riposante.
Ogni giorno, Leopardi usciva in città e seguiva il fiume,
camminando a lungo: gli piaceva quel clima, in cui vi era “quasi
sempre un’aria di primavera”, e gli piaceva lo spettacolo offerto
dal Lungarno dove, specie con il bel tempo, si affollavano
carrozze e pedoni e i raggi del sole facevano brillare gli stucchi
dorati dei caffè, le vetrine delle botteghe, le finestre dei palazzi
raffinati.
Rientrando suonava il campanello con un suo tocco speciale,
che lo annunciava alla famiglia e in particolare alla sorella della
padrona di casa, con la quale aveva fatto amicizia: la giovane si
chiamava Teresa Lucignani, e incantava Giacomo con la sua
freschezza.
Dotata di una bellezza pacata, quasi non istruita, Teresa
aspettava sul balcone che il conte recanatese tornasse, e lui
aspettava di essere riconosciuto da lei al tocco del campanello,
per riderne in modo fanciullesco.
Lo Zibaldone, nel giugno del 1828, celebra “una giovane dai
sedici ai diciotto anni”, la quale ha nel viso, nei gesti, nella figura
un “non so che di divino”.
La bella pisana si confondeva nella fantasia di Giacomo
Leopardi con il fanciullesco fantasma d’amore di un’altra ragazza
che portava lo stesso nome, morta a Recanati nel pieno della
giovinezza, Teresa Fattorini: dalle finestre del proprio palazzo,
Giacomo ne scorgeva la stanza nella casa del cocchiere, e da
lassù vedeva anche la camera di una piccola tessitrice, la quale
lavorava vicina alla finestra. Rievocandone la memoria circa
trent’anni dopo, il fratello Carlo doveva parlare di entrambe
come di “affetti lontani e prigionieri”.
La separazione da Recanati iniziava però ad agire su Leopardi,
in quella stagione pur singolarmente serena della sua vita.
Frequentava salotti e dimore elevate, godendosi anche i vantaggi
della sua reputazione di poeta ma, confessava ad un amico,
“avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di
farmi amare, che di farmi stimare”. I sogni di gloria della sua
prima giovinezza lo avevano abbandonato ormai definitivamente.
Le Operette morali erano state pubblicate l’anno precedente.
Non gli avevano portato quel riconoscimento, in cui l’autore
aveva sperato, per poter vivere unicamente della propria poesia.
Con le Operette, il suo pessimismo si era venuto però
decantando e mitigando in un patrimonio di tristi certezze stabili,
in una specie di nitida e inevitabile disperazione senza lacrime.
La nostalgia di casa e dei familiari lo cullava adesso con sogni
ad occhi aperti, di cui raccontava nelle lettere ai fratelli; il ricordo
di tutto ciò che di familiare e di caro si era lasciato indietro
rendeva dolce il suo sognare. Il ricordo, le visioni evocate, una
nostalgia ormai quasi incoercibile lo portavano nuovamente
verso la poesia.
Così ne parlava alla sorella Paolina, in una lettera del 25
febbraio 1828:
Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando: ho qui in Pisa
una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo
a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti.
Un tempo, il poeta aveva creduto impossibile riuscire a
comporre poesia o anche solo abbandonarsi al sogno fuori di
Recanati. Ora l’impulso a scrivere veniva in maniera del tutto
inaspettata anche lontano di là: porsi a comporre lirica, o anche
semplicemente ordinare le proprie carte in vista della raccolta
poetica, era per lui come una sorta di tuffo nel passato.
Sempre a Paolina confessava:
… ho fatto dei versi quest’aprile; ma versi veramente all’antica, e
con quel mio cuore d’una volta… (2 maggio).
E, mentre la primavera pisana avanzava per mutarsi quasi in
estate, non cessava in lui l’impeto di energia creativa, che faceva
seguito ad anni di aridità. Il cuore pareva come riemergere da
uno stato, divenuto ormai abituale, d’indifferenza e freddezza, e
tornava a palpitare, a ricordare, a soffrire, a commuoversi.
All’amico Giordani, il poeta confessava invece un’indicibile
stanchezza e la fatica di una vita ridotta a “noia e pena”. Perché
questa contraddizione?
Ridestando il “cuore d’una volta”, Giacomo Leopardi aveva
operato la rievocazione di ogni suo affetto passato, una specie di
lento disgelo dell’anima e un riaffiorare del sentimento di pietà
che, come annotava nello Zibaldone, facendo “rea d’ogni cosa la
natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge (…) il
lamento (…) a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
viventi” (4428). Da tale fondo di cupa angoscia germogliavano in
un futuro non lontano, ma nascendo però dai semi coltivati già a
Pisa, i fiori straordinari dei grandi idilli.
Spinto a ricordare e a riflettere sul passato, Leopardi toccava
un entusiasmo lirico che lo incalzava a ripercorrere idealmente le
tappe ideali della propria vita: la resurrezione delle chimere di
gioventù avveniva nella tenera primavera pisana con tutta la
violenza che una volta aveva visto il loro nascere e il loro
spegnersi sconfortante nel piccolo poeta deforme, povero e
timido.
Egli rivedeva da lontano il passato, i desideri ardenti, le
speranze che lo avevano sostenuto, e poi il pianto sconsolato
dinanzi al crollo delle illusioni che la vita gli aveva insegnato, la
rivelazione crudele del vero e il susseguente stato di fredda
apatia in cui ad intervalli era caduto dopo la delusione cocente, e
infine il desiderio, altrettanto ricorrente per lui, di morte e di
finire con il dolore che lo straziava.
Da un periodo di totalizzante ripiegamento su se stesso, dal
colloquiare assiduo con la propria realtà interiore, prendeva così
l’avvio la linea del canto negli idilli, e sempre come vocazione
lirica e partendo da stimoli immediati, intrecciati alla sua
situazione esistenziale.
Il viso e la grazia mite di Teresa Lucignani gli riportavano alla
memoria altri visi di ragazze ammirate di lontano nella sua prima
giovinezza a Recanati, quali Teresa Fattorini e la piccola tessitrice
Maria; ascoltando lei, che gli parlava, riascoltava il poeta altre
giovani donne, un tempo udite dall’alto della sua finestra, mentre
riponeva sullo scrittorio il libro cui era intento; la fanciulla che nel
fiorire della sua primavera viveva nella stessa casa in cui lui
viveva si sovrapponeva ad un’altra, recisa invece prima del suo
sbocciare pieno alla vita.
Tutto questo rivedeva come davanti agli occhi della memoria
Giacomo Leopardi e, per le impenetrabili e misteriose ragioni del
cuore, con la memoria erano risorti dall’oblio del passato anche
gli inganni dell’esistenza sulla terra, e la natura, che pure di
recente gli si era data nella sua vitalità e capacità di portare
gioia, mostrava ora di nuovo il suo male intimo.
Animato da tali sentimenti, il 19 aprile 1828, il poeta affidava
così alla pagina tutto questo e iniziava una lirica celebre, la quale
diceva ciò che Rolando Damiani con ampia sensibilità poetica
definisce “l’interrogativo forse più struggente della lirica
italiana”:
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?.
Leopardi avrebbe in seguito ripreso la canzone, apportandone
però solo modifiche lievi: la composizione avveniva di getto, in
soli due giorni. Il poeta impiegava per la prima volta una nuova
misura poetica, fatta di stanze libere, endecasillabi e settenari,
ricca di assonanze e rime rare, che reputava più adatta a
rendere i movimenti spontanei dell’anima, l’effusione sciolta dei
sentimenti e il riaffiorare libero del ricordo.
Le voci delle giovani conosciute si fondevano in una sola,
quella di Silvia, la quale diffondeva intorno a sé la propria
armonia e, mentre si dedicava ai lavori gentili, lasciava scorrere
il pensiero sulle speranze di un futuro, che lei si figurava lieto ad
attenderla:
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
La primavera della vita coincideva con la primavera reale,
nella stagione mite dell’anno.
Dal palazzo paterno, il poeta abbandonava allora un tempo gli
studi, e si poneva ad ascoltare il canto femminile e insieme il
rumore attutito, prodotto dalla mano che si muoveva veloce sulla
tela. Lo sguardo si allontanava dalla scena vicina e poi vi si
ripiegava grato, incapace di esprimere quanto il cuore provava:
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Tutte le rimembranze riemergevano alle soglie del cuore, e
dalla profondità di un passato che il poeta credeva dimenticato:
loro, le rimembranze del passato, alla luce della fantasia
presente erano sublimate in poesia con tutta la loro forza intatta.
La musica della lirica leopardiana tendeva a raccogliersi e ad
accordarsi intorno ad un’unica nota prevalente, che a Silvia
faceva acquistare il significato del simbolo.
In un appunto poco più tardo, Giacomo descriverà infatti il
“fiore purissimo (…) di gioventù”, che ci tocca e ci emoziona
nell’immagine e nella voce di una fanciulla, insieme con il
“pensiero de’ patimenti che l’aspettano”, e l’”indicibile fugacità”
della sua vita, da cui scaturisce “il ritorno sopra noi medesimi” e
“il sentimento di compassione” che ci avvince per lei, per noi e
insieme per tutti gli uomini, segnati da un identico destino finale.
La giovinezza ancora ignara di Silvia, spezzata da una morte
prematura, e le illusioni di Giacomo, destinate a spegnersi
dinanzi al sorgere del vero, confluivano in una sola immagine
poetica e la figura della donna si fondeva con il mito delle attese
o delle speranze giovanili, o ancora con il mito della giovinezza,
ma qui rappresentato e fatto respirare in una creatura mortale,
realmente vissuta e ammirata:
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Sempre, l’intermittente sospiro dell’anima continuava a
riverberare la linea smossa e sinuosa del ragionamento interiore,
e la lirica assumeva i toni di un’accorata confessione, dagli
accenti appena modulati: la disillusione aveva portato poi,
davanti alla “sventura”, un “affetto” che premeva il cuore,
“acerbo e sconsolato”.
La denuncia della crudeltà naturale della morte si risolveva in
un’accorata supplica, un’implorazione straziante nella sua
semplicità alla natura, che dovrebbe essere madre amorevole e
benigna, e che tradisce invece i suoi “figli” con gli inganni
dolorosi, che consuma su loro:
O natura, o natura,
perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Il paragone tra Silvia e il poeta giunge al suo culmine: la prima
non avrebbe mai udito “la dolce lode” delle “negre chiome” o
degli “sguardi innamorati e schivi”, né avrebbe mai parlato
sorridente d’amore con le compagne “ai dì festivi”; similmente al
poeta la vita aveva negato la giovinezza e, con essa la speranza,
illusione diletta, e “cara compagna dell’età mia nova”.
Tutto crollava e scompariva così, “All’apparir del vero”.
Quando questi versi dolenti affioravano alla sua penna,
Giacomo Leopardi ignorava ancora la morte, avvenuta a Recanati
all’inizio di maggio, del fratello Luigi. Nel momento in cui riprese
le sue carte e rivide i versi, essi assunsero quasi la tonalità della
profezia.
Tutto pareva allora chiudersi intorno a lui, sotto il segno della
sventura: il lutto che lo aveva colpito; la salute tornata precaria;
la minaccia incombente della miseria; l’utopia svanita di una vita,
seppure modesta, assicuratagli dalla poesia; la vanità di ogni
promessa o profferta di un lavoro, che da tempo andava
cercando; l’impossibilità del padre di mantenerlo ancora fuori di
Recanati; il ritorno forzato al paese e ad una “notte orribile”,
“soffocato da una malinconia che era ormai poco men che
pazzia” (5 sett. 1829).
Il canto a Silvia, ispirato da una memoria grave di morte, si
chiudeva nell’immagine sepolcrale di una mano che additava da
lontano la freddezza di una tomba spoglia, esito desolato di
quanto la verità lasciava percepire nella vita umana.
Ma, per un istante abbagliante entro il flusso spietato del
tempo, Silvia era stata richiamata a vivere nei versi, che ne
cantavano la primavera perduta: fissando per sempre sulla carta
il momento ancora acerbo di una vita che non doveva
proseguire, la canzone celebrava anche, insieme con l’attimo che
si apre e germoglia inconsapevole, la felicità fugace non ancora
disillusa sul futuro e sul vero, che è la sostanza stessa della
lirica.

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