Leopardi ci scusi

LEOPARDI CI SCUSI…

Repubblica — 10 aprile 1987   pagina 22   sezione: CRONACA

NAPOLI Di che qualità era il materialismo leopardiano? Progressista? Trasgressivo? Precossuttiano? Nelle settimane scorse sull’ argomento c’ è stata una mezza rissa tra Cesare Luporini, l’ autore del Svolta del 1947 con il saggio Leopardi progressivo e Umberto Carpi, creatore dei club procossutta, chiamati dall’ università di Napoli ad onorare il poeta per il 150esimo anniversario della sua morte. Si sa che le celebrazioni oltre che la noia, hanno spesso portato appropriazioni indebite, spoliazioni, strumentalizzazioni, regolamenti di conti tra proff. Ma sul povero Giacomo c’ è stato un accanimento unico: in un secolo e mezzo lo hanno definito romantico, classico, ancora romantico come categoria dello spirito, pessimista sì, ma, un filosofo così, riscattato dalla poesia, un nichilista, forse. Nel 1937, per il centenario, ne fecero un prefascista e un prenazionalista per via della canzone all’ Italia. A Recanati il federale locale così si rivolse a Mussolini: Duce, sempre caro vi fu quest’ ermo colle…. Il convegno Leopardi e Napoli, tenutosi in questi giorni all’ istituto Suor Orsola Benincasa, è sfuggito, per fortuna, alla costante. Dotte relazioni, qualificati partecipanti, tra cui Walter Binni, principe e decano degli studiosi di Leopardi. Nessun battibecco di basso cortile, molta esegesi e dottrina. Certo le letture cadenzate con voce ispirata dai versi leopardiani, il perenne riferirsi a Pensiero e poesia, o alla Modernità del Leopardi, non sono cose che fanno venire brividi di eccitazione. Anche Binni, che ha tramortito l’ uditorio con una relazione iniziale di quasi due ore, è scivolato per stanchezza su frasi come: La Ginestra, la più grande poesia dell’ epoca moderna, paragonabile solo alla Nona di Beethoven, che son cose da Enciclopedia Curcio. Ma uno può aspettarsi sprizzi e sprazzi da un convegno del genere? Invece un inconveniente sostanziale è stata l’ assenza di una relazione centrale che illustrasse il titolo del convegno. Qualcosa tra il letterario, lo storico, il biografico che ricostruisse i quattro anni di Leopardi a Napoli, da cui poi irradiare gli interventi più strettamente letterari. La doveva tenere Carlo Muscetta che non è venuto, lasciando le altre relazioni a librarsi un po’ nell’ aere. Era anche una buona occasione per raccogliere tutto il materiale sparso in innumerevoli saggi, tra citazioni, note e brevi riferimenti, per un ritratto definitivo città-poeta, che non esiste (tentativi che nelle nostre università vengono ancora guardati con sospetto, trattasi di volgare divulgazione. Un utile riferimento è il recente libro su Leopardi di Renato Minore). Il rapporto tra Napoli e Leopardi è stato jellato fin dall’ inizio e ha continuato ad esserlo anche post mortem. Con le translazioni della salma. Con lo scarso interesse della cultura napoletana verso il poeta tranne il De Sanctis e Croce, ovviamente: le tesi di laurea date all’ università di Napoli dal dopoguera ad oggi sono pochissime, non c’ è un docente che sia veramente uno specialista di studi leopardiani. Anche la vicenda della cosidetta Villa della Ginestra, a Torre del Greco, è sconfortante: acquistata dallo Stato nel 1961, venne donata all’ università per farne un centro di studi leopardiani. Ma è rimasta abbandonata, ci abita un guardiano che coltiva pomodori. Sono anche spariti, forse gettati via, i mobili della stanza del poeta, un letto di ferro, un canterano, un lavabo, che in altri paesi sarebbero stati conservati con culto feticistico magari eccessivo. Leopardi arrivò a Napoli nell’ ottobre del 1833. Fuggiva da Firenze, dal freddo, dal cattolicesimo progressista-papalino, da Colletta, da Capponi, anche dall’ amico Vieusseux, l’ editore dell’ Antologia di cui era stato collaboratore. Per l’ Antologia si era rifiutato di scrivere una recensione agli Inni Sacri di Terenzio Mamiani dopo averli letti attentamente. Napoli era la città di Antonio Ranieri. Qui si era trasferito, anche lui da Firenze, Michele Ricciardi, ex esiliato dai Borboni, con fama di liberaleggiante, conoscente di Manzoni, che aveva messo in piedi una rivista Il progresso delle scienze delle lettere e delle arti e già dal titolo si doveva capire… e invece, niente, era controllata dai gesuiti. D’ altronde in quegli anni spirava un’ aria di rinnovata reazione. L’ accoglienza dell’ intellettualità napoletana a Leopardi si compendiò in una recensione proprio agli Inni Sacri di Mamiani sul Progresso di settembre-ottobre, scritta da tal Raffaele Liberatore: dieci pagine, tra cui: Il giovin rivale (Mamiani) animosamente gareggia con esso (Leopardi), con pari forza, con maggiore armonia e perspicacia. Seguita, più tardi da un saggio di Saverio Baldacchini, con allusioni dirette a Leopardi, anche se il poeta non viene nominato, sulla fiacchezza, effeminatezza, mollezza degli animi. Questo come biglietto da visita, perché capisse dice Gianvito Resta, docente di letteratura italiana a Messina, che ha parlato al convegno del rapporto tra Leopardi e Ranieri. La cultura napoletana era spiritual-cattolica, romantico-gotica. Vedeva Leopardi come un eretico. Tutti lo scansavano. Al Caffè D’ Italia, dove andava da solo a mangiare gelati e a sorbire caffè zuccheratissimi, lo chiamavano o ranaruottolo, il ranocchio. Leopardi ricambiava, sono noti i suoi lamenti: Non posso sopportare questo paese semibarbaro e semiafricano nel quale io vivo in perfetto isolamento da tutti. Ogni affare di una spilla porta un’ eternità di tempi ed è difficile il muoversi da qua come il viverci senza crepare di noia scriveva al padre. I napoletani gli sembravano lazzaroni e pulcinelli, nobili e plebei, tutti ladri e baron fottuti, degnissimi di Spagna e di forche. Nei Nuovi credenti, satira in 109 versi pubblicata solo nel 1906, si parla di Napoli che s’ arma a difesa dei maccheroni suoi. Il colera, che nel 1836 e nel 1837 fece migliaia di morti e che lo costrinse ad allontanarsi da Napoli per Torre del Greco, non deve aver contribuito a tenere su il poeta. L’ unico che avrebbe potuto mediare tra la città e Leopardi era Ranieri, l’ amicissimo, il cuore bellissimo e grande quello del Sodalizio. Ma Ranieri, uno dei più curiosi caratteristi della storia della letteratura italiana, non era all’ altezza. La sua funzione su cui molto si è discusso, fu assai ambigua, di guardiano malsano, di custode-sfruttatore e contatore di balle, con un lato maniacale non indifferente, insieme con l’ angelica sorella Paolina (stesso nome della sorella di Leopardi). Qualche anno fa è stato ristampato il suo Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, accompagnata da due esilaranti note di Giulio Cattaneo e di Alberto Arbasino. Questo imbecille di Ranieri ha avuto in casa l’ autore del Sabato del villaggio e delle Ricordanze de La Ginestra – non l’ autore de La Mariannna la va in campagna o de La violetta la va la va ha scritto Arbasino. Ella ha avuto lì sette anni, sette, cifra con la quale si possono fare i Sette pilastri della saggezza e Le sette lampade dell’ architettura e Le sette parole di Cristo in croce e Biancaneve e i sette nani… e non gli chiede niente, non riferisce un fatto, un aneddoto, una battuta, una parola: come avendo lì un sordo, o un muto, o un demente. Dice ora Resta che il Sodalizio pubblicato nel 1880 a 43 anni dalla morte di Leopardi, è una sorta di memoria giuridica a difesa del mito Ranieri benefico protettore del povero Giacomo e spenditore, messo sempre più in dubbio dopo la pubblicazione di lettere e di documenti (era Leopardi che finanziava Ranieri): Ranieri è quello che è. Però esiste anche un’ altra faccia. Riuscì a dare a Leopardi un minimo di stabilità di affetto per quattro-cinque anni. Conservò le carte del poeta in modo perfetto: se le avesse restituite subito alla famiglia Leopardi, Monaldo che ne avrebbe fatto? Nel 1845 a Firenze fece stampare le opere del poeta con una straordinaria cura, anche contro la censura: fino agli anni Venti gli italiani hanno letto Leopardi su questa edizione, ristampata e copiata cento volte. Su Ranieri e sulle disavventure postume di Leopardi a Napoli sta scrivendo un saggio Gianni Infusino, giornalista e cultore del poeta: si intitola Zibaldone di sventure. Tra queste sventure c’ è la vicenda della salma (raccontata anche da un recente libro di Mario Picchi Storie di casa Leopardi). Morto il poeta, Ranieri riuscì a sottrarre il corpo dalla fossa comune, dove finivano tutti i cadaveri in tempo di colera e a sistemarlo dentro una cassa in una cantina di una chiesa a Fuorigrotta, allora paese fuori della cinta. Almeno così disse: una traslazione di notte, abbastanza misteriosa. Ma quasi subito si sparsero voci dubbiose, anche perchè Ranieri, che aveva le chiavi della cassa, non aveva avuto testimoni nell’ operazione. Più tardi Ranieri riuscì a convincere il parroco della chiesa a trasferire i resti di Leopardi nel vestibolo. In quell’ occasione la cassa fu aperta alla presenza del solo Ranieri. Lui sostenne con gli amici di essere rimasto in contemplazione e in meditazione per due ore davanti allo scheletro del suo grande amico. Infine nel 1898 Ranieri era morto nel 1888 per il centenario della nascita del poeta si decise di dare una più degna sistemazione alle sue spoglie. Nel luglio del 1900 la cassa fu aperta una seconda volta alla presenza del sindaco di Napoli, il medico legale era pronto a fare la ricognizione. Ma tutto quello che si trovò furono dei frammenti d’ ossa e un femore sinistro: non c’ era neppure il teschio, la parte più solida dello scheletro, che avrebbe dovuto resistere per secoli. – dal nostro inviato STEFANO MALATESTA

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