Giobbe e Leopardi

 

 

 

GIOBBE E LEOPARDI:

forse può apparire strano l’accostamento di questo personaggio biblico al Poeta del Passero solitario che ricordiamo fin dagli anni della scuola. In realtà basta conoscere appena un po’ più Leopardi per comprendere che l’avvicinamento non è poi così assurdo.

Il poeta, sublime per aver cantato l’Infinito, porta la traccia sempre più marcata, mano a mano che prosegue nella sua Opera, di un dolore profondo che però non è solo il suo personale ma si allarga a tutta l’umanità. Infatti se egli parte guardando a se stesso, nelle sue meditazioni arriva poi a rendersi conto che il velo dell’infelicità si posa su tutti. D’altronde la grande poesia è universale e canta per gli uomini di tutti i tempi. Ma attenzione. Quella di Leopardi, attenzione, non è una “lamentela” ma una “lamentazione”, cosa assai diversa, che implica il piangere dell’anima e l’aprire le mani nella richiesta di un senso. E questo è atteggiamento tipicamente biblico.

 

La vita di Leopardi non fu una vita felice anche se troviamo, nelle sue note biografiche, l’immagine di un ragazzo come gli altri che si diverte a fare degli scherzi al severo precettore, alla nonna e ai fratelli e che gioca fingendo di essere un eroe romano. Sua madre era una donna fredda e preoccupata unicamente di rinsaldare il patrimonio di casa: nessuna carezza ai suoi figli, nessun cedimento al cuore, solo un rigore educativo applicato in modo distorto alla religione che mostrava solo il volto di un Dio giudice implacabile. Secondo l’uso del tempo Giacomo viene educato, insieme ai fratelli, nella sua casa che diventa una specie di liceo domestico; il suo primo insegnante è un gesuita, quello stesso che fu maestro anche del padre ma, ben presto, il contino non ha più bisogno di maestri. Infatti grazie alla sua grande intelligenza si butta a capofitto all’interno di tutti i libri che compongono l’immensa libreria del padre, li scruta, li legge approfonditamente, se ne imbeve: sono circa 12.000! Oltre al latino insegnatogli dal precettore, impara il greco e persino il difficile ebraico da solo. La Bibbia, lo ricordo, è presente negli scaffali della Biblioteca Leopardi in diverse edizioni del Cinque, Sei e Settecento ma quella che colpisce maggiormente per la sua mole, la complessa impaginazione e la compresenza di diverse lingue è la Bibbia Poliglotta stampata a Londra nel 1657 a cura di Brian Walton, sulla quale molto probabilmente Leopardi imparò il greco e l’ebraico. Infatti questa riportava le diverse traduzioni del testo dal latino: in greco, aramaico, siriano e, appunto, in ebraico. Giacomo confrontando e segnando in un foglietto le varie lettere riesce ad imparare anche queste due lingue assai complesse. In quegli scaffali esistono moltissimi testi che commentano i vari libri biblici, altri teologici e liturgici, altri di morale ecc…, tutti ben disposti sotto le diciture: Scriptura, Historia Sacra, Patres, Ascetica. La maggior parte di questi testi appartiene alla prima fase della formazione di Giacomo, eppure nonostante si conosca l’importanza della formazione giovanile in un essere umano, l’attenzione degli studiosi pochissimo si è dedicata ad un’indagine scrupolosa di quella Biblioteca che dovrebbe invece attirare gli occhi di colui che prima ama e poi studia Leopardi.. In tanti intellettuali ma non solo, la Bibbia è vista come un qualcosa di equivalente a ortodossia cristiana. Questo ha consolidato un pregiudizio e una specie di chiusura di fronte a tutto ciò che usciva dalla linea dominante di interpretazione dell’Opera leopardiana. Se viene ammessa la sua educazione religiosa (e non sarebbe possibile il contrario) non viene però riconosciuto il suo conservarsi nella mente di Giacomo anche solo a livello letterario.

La biblioteca si era formata grazie al padre, appassionato studioso anch’esso, che aveva acquistato montagne di libri quasi a peso, dopo che, secondo le leggi napoleoniche, erano stati soppressi molti conventi. Acquistava alle aste e ammucchiava, in una chiesetta sconsacrata, un grande quantità di volumi che poi con calma avrebbe ben sistemato nelle sale che aveva deciso di adibire a biblioteca. Oggi questa biblioteca conta circa 20.000 voll. e consta in 5 sale.

Fu in questo modo che il giovane contino prese confidenza con quei libri biblici all’interno dei quali poi, negli anni, avrebbe trovato come una conferma del suo pensiero sull’uomo, sulla vita, sul destino.

Crescendo e dopo “7 anni di studio matto e disperatissimo” la sua salute si rovinò irrimediabilmente: le spalle si incurvarono, la vista si indebolì e tanti mali si unirono insieme per renderlo sempre malato e, ciò che è peggio, triste e malinconico. Da questa sua situazione, che egli vedeva peggiorare giorno per giorno, scaturirono tanti interrogativi che, attraverso la poesia e altri scritti, egli indirizzava verso il cielo, quel cielo nel quale non splendeva l’Amore di un Dio vicino all’uomo, perché gli era stato insegnato che Dio è l’Onnipotente lontano che punisce chi non ubbidisce ai suoi comandi. Suo diletto preferito è l’avviarsi verso la sommità di quel Colle, ora chiamato “dell’Infinito”, per perdersi con lo sguardo nel paesaggio marchigiano con i suoi Monti “azzurri” (Sibillini) e la distesa collinare macchiata del giallo dei girasoli e, in lontananza, il luccicore del mare. Ma ciò non bastava ad alleviare il dolore fisico ma soprattutto il suo mal di vivere.

Da questi pochi accenni forse si può comprendere perché Giosuè Carducci, alla fine dell’’800 chiamò Leopardi “il Giobbe di Recanati”.

Bisogna però studiare attentamente per capire approfonditamente le tante pagine vergate da Giacomo ed è in questo modo che si incontrano all’interno dell’opera e della biografia, tanti  frammenti che ci appaiono come dei punti interrogativi ai quali non è stata data, per la massima parte, una risposta esauriente. Allo stesso tempo bisogna considerare che se un Papa, quale fu Paolo VI, amava leggere e meditare i Canti leopardiani, un  motivo ci doveva pur essere… Utile pure ripensare spesso al De Sanctis il quale sosteneva che, in Leopardi, il cuore rifà ciò che l’intelletto distrugge. Perché altrimenti le piante, gli uccelli, i fiori ma anche la domanda, il grido, il dolore e il deserto mi ricordavano pagine bibliche? Basta appena ricordare il dualismo tenebre/luce che domina la prima parte della Ginestra e le domande del Pastore errante.. Mi sono perciò proposta di ricercare  nelle fonti tutte quelle parole, quei pensieri, quelle sfumature… frammenti, appunto.. ma documenti veri, quindi con una loro scientificità, (com’è, ad esempio, l’atto di morte conservato nella Parrocchia dell’Annunziata di Fonseca che certifica come Leopardi abbia ricevuto i Sacramenti qualche giorno prima della morte), documenti che avrebbero potuto forse sollevare ancora qualche domanda sulla spiritualità del nostro poeta.

La costante presenza di Giobbe nella memoria di Giacomo è accertabile dagli scritti puerili fino a due anni prima della morte. La biblioteca di Leopardi offriva diverse traduzioni e commenti a questo libro biblico, ma il suo interesse è attestato soprattutto dal tentativo di traduzione di Gb. 1,1-3 (Frammento del libro di Giobbe) che risale probabilmente agli anni 1816-1821, non è certo. Ma Giobbe ricorre anche nella Storia dell’Astronomia (1813), nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815) e poi nello Zibaldone (1821 e 1823). Soprattutto la seconda riflessione ci appare interessante. Infatti si parla di come “in tutte le nazioni e società primitive…. Una malattia e altre disgrazie provenienti dalla natura, erano segni dell’odio divino. Si fuggiva quindi l’infelice, come il colpevole”. Un po’ come Giobbe che veniva stimato come “scellerato” dalla sua stessa moglie e dagli amici.

Sembra allora quasi naturale che Leopardi si sentisse accomunato alla sorte di Giobbe. Anch’egli era calpestato e deriso dai concittadini recanatesi e fuggito quasi fosse stato un essere malvagio. Ma, soprattutto, le esclamazioni disperate del personaggio biblico e le domande angosciose sono quelle stesse di Giacomo, talmente simili da poter essere raccolte in una tavola sinottica.

Qualche esempio:

“Perché il nascer ne desti o perché prima/ Non ne desti il morire?” (Sopra il monumento di Dante, 1818)

“Io son distrutto/Né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro/ M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno/ E’ tal che sogno e fola/Fa parer la speranza” . “A noi le fasce/ cinse il fastidio; a noi presso la culla/ immoto siede, e su la tomba, il nulla” (Ad Angelo mai, 1820)

“Mai non veder la luce/Era, credo, il miglior..) (Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, 1831-35)

Come Giobbe impreca contro Dio perché non riesce a comprendere come, nonostante il suo essere integro e retto, lo avesse colpito con numerose disgrazie, così il poeta alza le sue domande alla Luna chiedendo:

“Nasce l’uomo a fatica,/ed è rischio di morte il nascimento./Prova pena e tormento/per prima cosa; e in sul principio stesso/La madre e il genitore/Il prende a consolar dell’esser nato/…Ma perché dare al sole,/perché reggere in vita/ chi poi di quella consolar convenga?/ Se la vita è sventura,/ perché da noi si dura?”

“E quando miro in cielo arder le stelle;/ dico fra me pensando:/ a che tante facelle?/ che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito seren? Che vuol dire questa/ solitudine immensa?/ ed io che sono?” (Canto notturno di un pastore errante, 1829-30).

Le domande di Giobbe e di Giacomo non avranno risposta ma l’uno riesce a superare il sapere perché riesce a vedere appunto tramite la fede. Il secondo continuerà a tormentarsi nella ricerca di un senso da dare all’esistenza e al problema del male. E, in lui,  Dio conserverà quel volto che aveva imparato a conoscere da bambino, quello del giudice implacabile e non quello amorevole del padre.

Giobbe e Leopardi, pur essendo il primo un simbolo e il secondo un uomo storico, sono assolutamente simili persino nelle loro espressioni. Qual è la differenza fondamentale allora?

Ambedue contemplano il cielo e la creazione. Giobbe, accompagnato dal dito di Dio, prende coscienza, dinnanzi alla maestosità e alla perfezione, che egli è solo una povera creatura e, pensando a questo, non ha più bisogno di risposte da parte di Dio: la sua fede gli fa vedere e non ha più bisogno di sapere. 

Le domande di Giobbe rimangono senza risposta ma  non gli servono più risposte!

Anche le domande di Leopardi:

 

ove tende questo vagar mio breve, e il tuo corso immortale?” – Se la vita è sventura, perché da noi si dura?” – e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: a che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? che vuol dire questa solitudine immensa? Ed io che sono? – perché giacendo a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale; me, s’io giaccio in riposo il tedio assale?

 

rimangono senza risposta ma la parola di Dio è rimasta, per lui, un qualcosa di lontano e perciò stesso problematico. E pur essendo presente in lui un’ansia religiosa che lo invita ad andare oltre la ragione, qualcosa lo trattiene dall’abbandonarsi. Eppure aveva descritto mirabilmente la dignità dell’uomo (p. 123) ma poi la sua ragione lo blocca sul limite oltre il quale senza il salto della fede non si può andare. Pascal, autore amato da Giacomo scriveva che ci sono innumerevoli cose che sorpassano la nostra ragione. Ed è Leopardi stesso che ci suggerisce di lasciar da parte quell’ arroganza e quell’antropocentrismo che oggi sono tanta parte negli uomini (“L’uomo d’eternità s’arroga il vanto”). Dobbiamo recuperare il senso del limite, la coscienza di non essere dei e con essi l’umiltà perché questo è ciò che ci fa veri uomini.

Cosa rimane  all’uomo che si riconosce limitato? Provo a dirlo con le parole di Leopardi:

A noi che attraversiamo il “mar dell’essere” con “gravissimo fascio in su le spalle” coscienti che l’esistenza è un “misterio eterno” rimangono, secondo Leopardi, il conforto, la condivisione e la gratuità che ci possono venire dai nostri simili. E’ quella compassione che è propria solo dei veri amici, (non come quelli che andarono a trovare Giobbe)  di chi sa rivestirsi della nostra sofferenza per poterla comprendere. E’ il messaggio finale della Ginestra dove Leopardi auspica una “social catena”, un insieme di uomini uniti da vero amore  che senza “fetido orgoglio” confessi “il mal che ci fu dato in sorte e il basso stato e frale”.

 Postato da Maria GraziaCuore rosso

 

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