De Sanctis incontra Leopardi

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Il primo saggio che propongo, tratto dal cap. XI della Giovinezza, non è uno "studio" vero e proprio, ma una famosissima pagina del più grande critico ottocentesco del Leopardi. Essa non poteva mancare, a mo’ di introduzione: chi l’ha scritta il poeta l’ha visto di persona, e ci ha lasciato memoria del suo incontro con lui. E di Francesco De Sanctis conto di farvi trovare presto qualche saggio più prettamente critico.


FRANCESCO DE SANCTIS

Una Visita di Giacomo Leopardi

 

   Intanto Giacomo Leopardi era giunto tra noi. Avevo una notizia confusa delle sue opere. Anche di Antonio Ranieri non sapevo quasi altro che il nome. Il Marchese citava spesso con lodi l’abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari, il Costa, e sopra tutti essi, Pietro Giordani. Tra’ nostri citava pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri, 1’Imbriani. Di tutti questi non avevo io altra conoscenza se non quella che mi veniva dal Marchese.F. De Sanctis

   Una sera egli ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi; lodò brevemente la sua lingua e i suoi versi. Quando venne il dí, grande era l’aspettazione. Il Marchese faceva la correzione di un brano di Cornelio Nepote da noi volgarizzato, ma s’era distratti, si guardava all’uscio.

   Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi. Tutti ci levammo in pié, mentre il Marchese gli andava incontro. Il Conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi. Tutti gli occhi erano sopra di lui. Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al di sotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione, tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso.

   Uno degli Anziani prese a leggere un suo lavoro. Il Marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua. Poi si volse improvviso a me:

  -E voi cosa ne dite, De Sanctis?

   C’era un modo convenzionale in questi giudizi. Si esaminava prima il concetto e l’orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua. Quest’ordine m’era fitto in mente, e mi dava il filo; era per me quello ch’è la rima al poeta. L’esercizio del parlare in pubblico avea corretto parecchi difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire. Parlavo adagio, spiccato, e parlando, pensavo, tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo quei modi di dire che mi parevano non i piú acconci ma i piú eleganti.

   Parlai una buona mezz’ora, e il Conte mi udiva attentamente, a gran sodisfazione del Marchese, che mi voleva bene. Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con 1’infinito. Il Marchese faceva sí col capo. Quando ebbi finito, il Conte mi volle a sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch’io avevo molta disposizione alla critica. Notò che nel parlare e nello scrivere si vuol porre mente piú alla proprietà de’ vocaboli che all’eleganza: una osservazione acuta, che piú tardi mi venne alla memoria. Disse pure che quell’onde coll’infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi.

   Il Marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contradizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta; ma il Conte parlava cosí dolce e modesto, ch’egli non disse verbo.

   – Nelle cose della lingua -, disse, – si vuole andare molto a rilento-; e citava in prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli. – Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile -.

   Il Marchese, che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi: che parve contento quando andò via. La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari.

   Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza; e non vidi piú quell’uomo, che avea lasciato un cosí profondo solco nell’anima mia.
 

     Il ritratto di Francesco De Sanctis, opera di F. S. Altamura, si trova al museo di San Martino in Napoli.
 

 

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