La Poesia.

 
DA: IL PENSIERO DELLA POESIA NELLO ZIBALDONE LEOPARDIANO.
CONFERENZA DI ANTONIO PRETE TENUTA AL COLLEGE DE FRANCE IL 3 MARZO 2006.
 
"Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia".
Questo pensiero, alla pagina 58 del manoscritto, può fare da esergo a un’ indagine sulla poesia degli antichi così come si configura nel pensiero di Leopardi. Prossimità alla natura, percezione del vivente -della natura vivente – senso corporeo e insieme fantastico nella relazione col mondo, leggerezza e semplicità del dire,sapiente nascondimento dell’ arte, capacità di suscitare forti emozioni con pochi tratti descrittivi: sono questi i caratteri che definiscono la poesia degli antichi. Si aggiunga l’ aura del classico, che è anche l’ aura della lontananza e del primitivo. Ed ecco tracciata la linea di un ‘ anteriorità solenne, trasparente, ma allo stesso tempo trasognata e impossibile. La sopravvenuta distanza da quel prima non suggerisce il rimpianto, ma la necessità di fare dell’ antico la soglia dalla quale interrogare la modernità.
"E infatti i primi sapienti furono i poeti, o vogliamo dire i primi sapienti si servirono della poesia" (2940,2941 11 luglio 1823): l’ affermazione, che sembra giungere da Vico, anche se variata , va a posarsi a lato di analoghe osservazioni come quelle relative alla distinzione tra "poesia immaginativa"  degli antichi e "poesia sentimentale" dei moderni, sostanzia la stessa idea leopardiana di "favola antica", si modula infine nel bellissimo paragone degli antichi e dei fanciulli, come appare nel noto passo del Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica:
"imperocchè quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo,siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura de’ nostri alberghi, ogni cosa ci appariva amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna…".
 
 
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Alla stessa epoca del Discorso risalgono analoghe osservazioni dello Zibaldone relative agli antichi: " Perchè descrivendo con pochi colpi, e mostrando poche parti dell’ oggetto, lasciavano l’ immaginazione errare nel vago e indeterminato di quelle idee fanciullesche, che nascono dall’ ignoranza dell’ intiero". (100 8 gennaio 1820). Dalle pagine dello Zibaldone la polemica contro le Osservazioni del Di Breme si trasferisce nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. Tra l’ altro, è in gioco l’ idea di imitazione della natura. Al giovane Leopardi l’ imitazione di cui dicono i romantici milanesi appare un artificio e un’ astrazione. Perchè non è possibile imitare la natura nella lontananza dalla natura. Non è possibile una parola "naturale" laddove la natura è assente perchè sotterrata dalla civiltà. Il problema è semmai come abitare la natura "in un mondo snaturato".
Solo "l’ uso e la familiarità" degli antichi  può mostrare un possibile cammino verso la parola "naturale".
 
 
P1010026
 
 
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