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Libri : Il signor figlio

Giacomo Leopardi e altri grandi della letteratura in questo romanzo che invita a riflettere su paternità e teologia di Andrea Monda

La storia non si fa con i «ma» e con i «se», ma la letteratura forse è basata proprio su queste due dimensioni, dell’ipotetica e dell’avversativa: i romanzi, anche quelli «realistici», sono sempre «utopia» e «ucronia», «altrove» e «in un altro tempo», sono sempre un’altra versione della storia. E allora chiediamoci, come implicitamente fa Alessandro Zaccuri all’inizio di questo intenso e raffinato romanzo (finalista al premio Campiello), cosa sarebbe successo se Leopardi (di cui ancora oggi si ignora la collocazione della tomba) invece di morire a Napoli per il colera, si fosse trasferito a vivere nella Londra di metà Ottocento. Non solo, e se avesse anche conosciuto John Kipling, padre del più famoso Rudyard, e Cécile Massiaen, poetessa e madre del compositore Olivier.

L’assetto del romanzo, sintetizzato così, può sembrare un po’ astruso, forse complicato, ma l’aspetto più sorprendente è che l’autore è riuscito a creare una storia credibile, così ben compaginata che ci si chiede quanto sia "costato" anche a livello di documentazione scrivere queste 300 pagine fitte di cultura, storia, umanità. E anche di spiritualità. C’è profondità in queste tre storie che si intrecciano, ci sono aperture vertiginose che spingono il lettore a riflettere in termini spirituali e religiosi oltre il «gioco» e gli «effetti letterari» ben organizzati da Zaccuri.

Sette anni fa, questo giovane e acuto giornalista e critico letterario, aveva pubblicato un saggio molto intrigante dal significativo titolo “Citazioni pericolose”, ora con questo romanzo sembra dare ragione al vecchio detto greco: «kalos kindinos, il pericolo è bello». Ne “Il signor figlio” non ci sono solo citazioni (peraltro molto dotte), ma anche tanto «pericolo», c’è tanta bellezza e verità, anche perché parlare di «figli» vuol dire parlare della più radicale verità dell’essere umano: non tutti gli uomini che nascono diventano genitori, ma tutti, proprio in quanto nascono, sono figli. E dalla paternità umana il passaggio alla paternità divina è breve e quasi automatico, soprattutto se ci si lascia ammaliare dalla prosa lucida di Zaccuri.

Viene quindi il sospetto che questo romanzo sia in realtà un trattato di teologia, e di teologia trinitaria, come la triplice diramazione della storia (che però dall’inizio alla fine continua a ruotare intorno al rapporto tra Giacomo Leopardi e suo padre Monaldo) facilmente suggerisce. Lo scrittore inglese Chesterton (che non ebbe figli e fu tra gli autori inglesi del XX secolo più multiformi e prolifici) rifletteva sul rapporto tra paternità naturale e paternità artistica, e Fellini definiva «figli» i suoi film che cominciavano a nascere al momento dell’ultimo ciak: sono riflessioni che vengono facilmente in mente leggendo queste pagine che costituiscono il «figlio» di Alessandro Zaccuri.

Alessandro Zaccuri, “Il signor figlio”, Mondadori, pagine 335, 17 euro

 

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