Discussione su Un libro

 

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Un libro

PERCEBER

romanzo eroicomico di Leonardo Colombati

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21.06.07

Alessandro Zaccuri, Il signor figlio

alessandro zaccuri il signor figlio.jpg [Questo è il testo del mio intervento durante la presentazione del romanzo di Alessandro Zaccuri, "Il signor figlio", svoltasi ieri al Mel Bookstore di Roma.]

Non ho ancora accettato del tutto l’idea che Elvis sia morto e tendo a dar credito alle notizie che lo vogliono rapito dai marziani o finalmente felice del proprio anonimato a svolgere il lavoro di parcheggiatore in uno scalo merci di Sacramento.
Uno dei libri di Philip Roth che più amo è Lo scrittore fantasma, dove il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.

Quanto a Giacomo Leopardi, sappiamo che nel 1837 era a Napoli, assieme al suo amico Antonio Ranieri, e che forse dettò gli ultimi versi de Il tramonto della luna poco prima che il 14 giugno lo cogliesse un attacco d’asma fatale:

Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì, non si colora
d’altra luce giammai, né d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ad alla notte
che l’altre etadi oscura,
segno poser gli Dei la sepoltura.

A Napoli imperversava il colera. Pare che il Ranieri, per impedire che il corpo del poeta fosse sepolto nella fossa comune – così come dettava la norma igienica – sottrasse il cadavere e lo fece seppellire nella chiesa di S. Vitale, presso Fuorigrotta. Oggi i suoi resti riposano in un’urna accanto a quelli di Virgilio.
Alessandro Zaccuri, nel suo Il signor figlio (Mondadori 2007, p. 335, Euro 17), racconta un epilogo diverso, e per mia somma gioia, perché oggi posso includere il nome di Leopardi nell’elenco in cui sono iscritti quelli di Ettore Majorana e Federico Caffè, che se fossero vivi, avrebbero rispettivamente 101 e 93 anni. Continuo a sperare che ciò sia possibile.
Secondo Zaccuri, Leopardi, con l’aiuto del Ranieri, si rifà una vita, come si suol dire. Tutti lo credono cadavere e invece lui s’imbarca per Marsiglia e da lì arriva a Londra, dove prende alloggio in una lurida soffitta e inizia ad escogitare la sua vendetta nei confronti del padre.
Il conte Monaldo Leopardi era un letterato dilettante e un pessimo amministratore dei beni di famiglia. A Recanati i pantaloni li portava la moglie Adelaide. I due avevano comunque in comune l’assoluta fedeltà al regime papale e un’incrollabile fede che sconfinava nel bigottismo. Giacomo, adolescente, era invece ateo e il suo sistema di idee nettamente meccanicistico: all’uomo è impossibile conoscere la verità e la realtà è pura natura, senza luce di idealità o di provvidenzialità, in eterno e meccanico moto. Del Papa, poi, era meglio non parlargli.
Quelli di Monaldo e Giacomo, ben presto, diventarono due mondi a parte. Nel vero senso della parola. Leopardi padre, infatti, era un accanito avversario del sistema copernicano, allora ancora condannato dalla Chiesa, anche se liberamente insegnato nelle scuole del Regno d’Italia, dove Napoleone aveva eliminato l’Inquisizione. È anche per questa follia geocentrica che Monaldo non iscrisse i figli alla scuola pubblica. Ma Giacomo, come sappiamo, era uno che compiva studi "matti e disperatissimi" e già a 14 anni, nel suo Dialogo filosofico, scriveva che

l’immortale Nicola Copernico dopo mille osservazioni e ricerche dà finalmente alla luce un sistema astronomico il quale può dirsi l’unico che atto sia a spiegare adeguatamente i fenomeni celesti.

Per tutte queste ragioni – tra mille altre – s’imponeva dunque per Giacomo Leopardi la fuga dall’orrida solitudine di Recanati e da un padre che non lo capiva. Quando nel 1832 Monaldo pubblicò un libello reazionario, Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, non senza malignità lo scritto venne attribuito al figlio, che pubblicò un’energica e sprezzante smentita.
Secondo la vera biografia, Giacomo tenta di scappare già a 21 anni; due anni dopo va a Roma, ma ritorna a casa presto. Riparte per Milano, poi va a Bologna, a Firenze, a Pisa. Nel 1828, senza un soldo, è di nuovo a Recanati. Nel 1833 si trasferisce definitivamente a Napoli, dove muore a 39 anni.
Aveva scritto che "la morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali… Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza". Nel romanzo di Zaccuri, Leopardi ha ciò che vuole: segnatamente 67 anni, nel momento in cui leggiamo l’ultima pagina. Ne ha 4 di meno del padre quando morì nel 1847. Non sappiamo se Giacomo muore, in quell’ultima pagina. Forse sì. Forse continuerà ad invecchiare, cambierà di nuovo nome (a Londra si fa chiamare Conte Rossi), e sperimenterà la strana sensazione di un figlio-per-sempre che diventa più vecchio del proprio padre, anche se è condannato a rimanere per sempre "il signor figlio".
In questo libro, tra Monaldo e Giacomo non c’è partita: vince Monaldo dieci a zero. In realtà, Giacomo finge di morire, scappa e se ne rimane rintanato per 30 anni in una soffitta londinese solo per far dispetto al padre. Per farlo soffrire ancora di più, gli gioca un tiro dei suoi: inizia a scrivergli delle sconclusionate lettere in un finto italiano stiracchiato firmandole William Bishop, giovane irlandese che attende alla stesura di un librone intitolato The New Plutarchus, Being a comparizon between the Ancient Empire of Pharaos and the Modern Dominion of her Majesty the Queen of England.
Vale ricordare che a quattordici anni, Leopardi aveva scritto una tragedia chiamata Pompeo in Egitto e che nel 1822 s’era fatto beffe di critici e lettori espertissimi traducendo il Martirio de’ Santi Padri e facendolo passare per un volgarizzamento trecentesco. Il vero signor figlio, insomma, era sempre stato attratto dalla terra dei faraoni e dal falso letterario.
E dunque il sedicente William Bishop sa che il gioco che instaura con Monaldo è rischioso, perché l’ottuso genitore conosce le inclinazioni del figlio e non ha l’anello al naso. Eppure è tale l’odio per il padre, che Giacomo Leopardi, uno dei più grandi ingegni del suo tempo, passa sette anni a "rifinire scempiaggini su geroglifici e piramidi, per paragonare il faro d’Alessandria alla Torre di Londra, per tracciare analogie tra la mirra e le birra". "Dovevo ingannarlo", dice a un certo punto. E noi lettori ci chiediamo perché.
La soluzione dell’enigma, Zaccuri la nasconde in una vicenda parallela e speculare a quella di Giacomo e Monaldo. Per sbarcare il lunario, infatti, a Londra il conte Rossi impartisce lezioni di italiano a John Lockwood Kipling, il padre di Rudyard Kipling.
Rudyard Kipling nacque nel 1865 a Bombay, dove il padre si era appena trasferito con la moglie Alice. Poi, a sei anni, viene mandato a studiare in Inghilterra. A un certo punto del libro di Zaccuri, l’autore di Kim e del Libro della giungla ragiona così:

Mio padre ha creduto di salvarmi condannandomi all’esilio, a diventare uomo da solo, senza pensare che avrei potuto rimanere bambino ancora un po’. Undici anni lontano da casa, tra le nebbie della nostra bella Inghilterra. E in undici anni, l’ho visto una sola volta il Pater beneamato. Ma anch’io, in definitiva, ho obbligato il mio John ad andarsene, a vestire la divisa, a servire l’Impero. Ah, i racconti che gli scrivevo quand’era bambino. Tutti dedizione, dignità e coraggio.

È questa la tragedia di Kipling. L’uomo che scrisse If, una vera e propria camicia di forza per il povero suo figlio John:

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: "Tieni duro!";
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e – quel che è più – tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

Quanto devono essere costati questi versi a Kipling – al conservatore e guerrafondaio Kipling, che allo scoppio della prima guerra mondiale svolge con un entusiasmo quasi fanatico i suoi compiti di corrispondente dal fronte – quanto deve averli maledetti quando il 2 ottobre del 1915 lo raggiungerà la notizia che suo figlio è morto combattendo in Francia!
Ecco, è qui il fulcro del romanzo di Zaccuri. Giacomo Leopardi va incontro a un destino tragico (o perlomeno patetico) per aver tentato di contrastare la soffocante ombra paterna. John Kipling muore per aver riposto cieca fiducia negli insegnamenti di papà Rudyard.
Entrambi i figli, giunto il momento fatale, sui due crinali opposti del Golgota, quelli del conflitto e della sottomissione, gridano come il Figlio sulla croce: "Padre, perché mi hai abbandonato?".
Il motivo dell’imprecazione è chiaro nel caso di John. Più oscuro in quello di Giacomo. È lui, dopotutto, ad essere fuggito lontano da suo padre. Ma quando questo muore, la sorella di Giacomo spedisce una lettera che Monaldo Leopardi ha scritto al sedicente John Bishop: Il contenuto di quell’ultimo messaggio è: "Farewell, my son. God bless you". Addio, figlio mio, Dio ti benedica.
Giacomo scopre così che suo padre aveva capito tutto; sapeva che era vivo, in Inghilterra, aveva subito smascherato le lettere di quel giovane irlandese.
Perché, dunque, glielo diceva solo adesso che era morto?
Nel grido disperato di Giacomo – Padre, perché mi hai abbandonato? – intravediamo il vero disegno di Giacomo: ha voluto fuggire, prendersi gioco del padre, nell’intima speranza che questi tornasse a riprenderselo, magari dicendo: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.
Al di là delle contingenze storiche, il romanzo di Zaccuri è un libro sul disperato bisogno dei figli di sentirsi dire queste semplici, complicatissime, parole: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.

Posted by Leonardo Colombati at 21.06.07 10:19

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