Lo Zibaldone in francese.

Leopardi tra letteratura e filosofia: lo Zibaldone
Al Salon du Livre di Parigi, un incontro organizzato dall’Associazione Italiana Editori per commentare il successo in Francia del capolavoro leopardiano.

di Francesca di Mattia

Lo Zibaldone di Giacomo Leopardi, grande poeta del diciannovesimo secolo, era l’ultimo grande capolavoro della letteratura italiana a non essere stato ancora tradotto in francese nella sua versione integrale. Ci ha pensato la casa editrice Allia, che nel novembre 2003 lo ha pubblicato in Francia, ottenendo un grandissimo successo: oltre quattromila copie vendute in pochi mesi.

L’Associazione Italiana Editori ha colto l’occasione per organizzare una tavola rotonda al Salon du Livre di Parigi, con esperti italiani e francesi, e per commentare questa grande opera, “dove la sua lingua suona come un violino”, come ha detto Carlo Ossola, saggista e professore al Collège de France. Quest’ultimo si è confrontato con Gérard Berréby, della casa editrice Allia, e con Bertrand Schefer, traduttore francese dello Zibaldone. Ha moderato l’incontro Robert Maggiori, giornalista di “Libération”.

Per cominciare mi rivolgo all’editore e al traduttore di quest’opera monumentale. Portare lo Zibaldone in Francia è stata un’operazione difficile?

Berréby: Abbiamo concepito l’idea della pubblicazione in francese in una prospettiva editoriale molto particolare. Ci siamo resi conto che sarebbe stato negativo caricare il testo di pesanti introduzioni o mini-saggi di corredo. Avrebbe tolto immediatezza e spontaneità alla poesia.
Così abbiamo deciso di pubblicarlo “vergine”, così com’era, privilegiando il Leopardi poeta più che il filosofo. E abbiamo centrato l’obiettivo: il libro ha avuto una grande accoglienza di pubblico.

Schefer: Per quanto riguarda la traduzione, posso dire che il pensiero portante dell’opera ricorre ciclicamente, cosa, questa, che mi ha dato l’impressione di dover più volte ricominciare da capo, per unificare lo stile dell’inizio e quello delle fasi successive.
Ho fatto una pausa di due anni, e in seguito, rileggendo quello che avevo tradotto, ho capito che il mio sguardo era cambiato. Ero diventato più lucido, in grado di affrontare il lavoro con maggiore consapevolezza.

Berréby: D’altra parte, tutta l’opera di Leopardi è frammentaria, non costituisce un sistema filosofico lineare, e mi ha dato lo spunto per confrontare questa frammentarietà con la nostra epoca, per comprendere il mondo attuale.

Schefer: Sì, vi è un senso di incompiutezza e di sospensione, ed è impossibile farne una sintesi ragionata. L’opera resta sempre aperta. Del resto Leopardi stesso scrisse in una lettera. “Non ho scritto opere, ma saggi”.

E infatti in francese la parola “essai”, saggio, vuol dire anche “prova”. Si può dire che la sua opera sia un “insieme di tentativi”?

Schefer: Leopardi non appartiene ad alcuna scuola filosofica, non si classifica, la sua è un’esperienza solitaria, che anticipa tutto il movimento poetico-filosofico del XIX secolo fino a Mallarmé.
Nella più assoluta libertà ha saputo prevedere le teorie di Baudelaire e Mallarmé sul rapporto con il mondo, esperienza che avviene raramente in filosofia.

Eppure, come diceva prima Berréby, Leopardi non ha cercato di costruire un sistema filosofico. Prof. Ossola, cosa ne pensa?

Ossola: Leopardi non ha mai avuto l’idea del progresso. Partiva da un assunto: “Noi siamo infelici”. E l’unico modo per salvarsi è ritornare all’infanzia dell’illusione, del mondo stesso.
Il suo è un pensiero solitario: per lui non esiste una verità del mondo e della storia, piuttosto esiste l’”infanzia del mondo”, che è il mito. Il mondo reale, invece, è un nemico.

Per lui l’opera non è nel suo compimento, ma nel cominciamento: altrimenti essa stessa si congelerebbe. Deve quindi restare ad un livello di illusione originaria.
Sono d’accordo con Berréby, Leopardi ha inaugurato la forma filosofica del frammento.

Leopardi non possiede la “felicità estetica”. Scrive in modo “archeologico”, fa in modo di preservare la parola dal mondo consumato, deteriorato. Nel suo pensiero vi è una grande modernità, una lucidità che oggi non ci appartiene. Lo Zibaldone ne è l’esempio mirabile.

Tra l’altro l’opera di Leopardi è stupefacente: ha riunito marxisti, ecologisti, illuministi. E non ha una collocazione precisa, ben identificabile.

Ossola: Questo dipende anche da ragioni storiche. Leopardi appartiene a due regni che non hanno avuto un seguito: quello della Chiesa e quello dei Borboni di Napoli.
L’occasione per rilanciare la sua opera poteva essere la pubblicazione della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, da cui però è stato escluso: un pensiero tanto radicale non poteva fornire idoli e favorire l’identità nazionale.

Poi è arrivato Croce, con la sua idea universale della storia e della scuola ideale: ancora oggi, nel bene e nel male, la sua riforma resta un punto fermo. Ma neanche in questa visione Leopardi è presente: è un infelice, e per lui il mondo si disperde in tanti frammenti.

Dopo il fascismo, e con la nascita dell’esistenzialismo – che si è nutrito delle opere leopardiane – il poeta torna in auge per l’integrità del suo pensiero. D’altronde, ha lavorato contro gli stereotipi della modernità. E oggi è fondamentale che Leopardi sia conosciuto in ogni paese, in ogni lingua.

Schefer: A me ha impressionato molto, nello Zibaldone, la capacità di esprimere concetti molto complessi in modo semplice e disarmante. E spesso l’autore ricorre a termini greci: per lui il greco dell’ellenismo è l’unica lingua che permette di decifrare concetti filosofici.
Non sono presenti sillogismi, la lingua che scrive è quella che si parla, e questo è il risultato di un lavoro sulla parola, intesa come espressione dei fenomeni della vita.

La realtà è vissuta attraverso il linguaggio, che prima cerca un’apertura sul mondo, ma poi arriva alla “depressione dei sentimenti”. Un’ambiguità emozionante, che si confronta con la disperazione assoluta: al fondo di tutto non c’è poesia, né pensiero. Piuttosto, una piccola fessura in cui si coglie la malinconia, l’unico stato d’animo da cui partire per avere un rapporto pieno con l’esistenza.
Nello Zibaldone ho notato un tentativo progressivo di mettersi a nudo completamente.

Ossola: Vorrei aggiungere che questa opera va letta come un "libro d’ore". La famiglia di Leopardi era cattolica, accogliente e nello stesso tempo formale. E lo stesso Giacomo aveva una devozione per le festività, un amore per le liturgie.

Sceglie gli argomenti su cui scrivere anche in rapporto alle scadenze religiose, come la festa del Corpus Domini. Coglie nel rito della messa l’”esercizio del vocabolario”.
Compie la ricerca sostanziale di una lingua che esiste solo nel particolare, nella particella dell’ostia. Applica la filologia alla religione.

Con L’infinito Leopardi ha la coscienza che l’uomo non è più grande del mondo, e concepisce un “pensiero dei limiti”, da cui è stato molto attirato Calvino, che in Palomar elabora una rappresentazione della propria morte.
E in entrambi il limite diventa una responsabilità etica: o viviamo sempre nell’inferno senza uscirne mai, oppure tutti i giorni cerchiamo di trovare una piccola apertura, un “minimo” che inferno non è, indispensabile per il nostro presente.

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