Cara beltà…

 

Leopardi/1


Il tremore primordiale
di fronte alle cose


di Davide Rondoni

Conversazione con Ezio Raimondi, in margine all’uscita di Cara beltà…, antologia di canti leopardiani. Edizioni Bur-Rizzoli. «Come mai c’è
la bellezza nel sistema negativo leopardiano?» Le domande radicali
sulla condizione umana e la necessità di ritrovare un vocabolario largo

Entrando si scusa dicendo che ha fatto appena in tempo a dare una "scorsa" al testo di Cara beltà…, l’antologia leopardiana introdotta da don Giussani e con post-fazione di Mario Luzi.
Uscendo, in ascensore, concordiamo sul fatto che è dalle cose, dal guardare le cose che tutto nasceva per Leopardi. Me lo ripete: «Dalle cose, dalle cose», prima di iniziare insieme a camminare per un breve tratto sotto i portici del centro di Bologna. Nel mezzo ci sta un’ora e passa di conversazione su Leopardi.
Lui, Ezio Raimondi, ha lasciato l’insegnamento universitario, nel senso delle lezioni in aula, poche settimane fa. Ma se è vero che educare significa innanzitutto la comunicazione di se stessi, ecco, forse più ancora che un professore, il sempre dottissimo Raimondi, in realtà, tradisce un animus da educatore che ama sempre conversare. Infatti, non c’è volta che dalle pur numerose e frequenti conversazioni con lui io non esca, oltre che stordito da fiumi di informazioni e di indicazioni, anche allegro per una rinascente curiositas, per una disposizione all’apertura preziose come il pane. Quel che segue è il succinto e sfrondato resoconto dell’incontro.

  • Allora, professore, don Giussani ha osato pubblicare Leopardi in una collana di "Libri dello spirito cristiano". E c’è chi se l’è presa. Ma non di polemiche giornalistiche volevo parlarle, bensì del fatto che, evidentemente, toccare Leopardi significa toccare un nervo scoperto della cultura contemporanea. Del resto la stessa introduzione di don Giussani, lungi dall’essere un arruolamento, è un serio dialogo "con" Leopardi sul problema supremo dell’esser uomini, vale a dire su che cosa è la ragione (Celan disse che la poesia è una stretta di mano)…

Non c’è dubbio che in Leopardi v’è una ragione che esamina le sue incrinature. Dopo una certa formazione "tradizionale", Leopardi arriva a certe letture che potremmo definire della radicalità, e arriva agli interrogativi fondamentali con una ragione che va di là da se stessa, con una forza di percussione entro una lingua ove i gorghi sono dentro la chiarezza.
Qui il Settecento si dimostra un secolo che non è solo razionalismo stretto e che se da una parte darà vita alle ipotesi romantiche, dall’altra darà luogo alla esperienza di un Leopardi, come se dalla provincia italiana l’Europa meditasse sul proprio destino di voce moderna.

  • Tale messa in questione di un certo modo di intendere la ragione non è in Leopardi una passione intellettuale, ma esistenziale.

Certo, Leopardi è un poeta che mette in moto la totalità dei modi d’essere del lettore. Va alle domande supreme che sono "da questa parte", ma supreme sono.
Fa domande radicali sulla condizione umana. Per questo il testo, anche se in questo caso l’autore è spesso anche il proprio protagonista, ha un movimento più ampio della stessa intentio auctoris.
C’è chi ha studiato L’infinito risalendo a elementi del pietismo tedesco e ai suoi antefatti barocchi, e già il De Sanctis ravvisava elementi quasi di buddismo in quel testo. Certo è che in certi momenti si assiste in Leopardi a una chiarificazione profonda.

  • Sono i momenti del rapporto con l’infinito inteso come "punto di fuga" nelle cose.

Questo tema, della coincidenza e della separazione tra soggetto e oggetto, a me, che non sono uno specialista leopardiano, ha sempre colpito. Ad esempio, ne L’infinito il richiamarsi di "Questo colle" e "Questo mare", dove il primo è un momento dell’oggettività, mentre il mare è una dimensione interiore che però diventa essa stessa realtà…
Leopardi denuncia di vivere in un’età di snaturamento, dove il rapporto tra soggetto e cose sembra mostrare all’uomo il suo essere un destino mancato, dove non c’è legame. E, a differenza di altri come Schiller, Leopardi non vede un momento di ventura riconciliazione: essa sembra avvenire solo in quelle straordinarie resurrezioni negative di figure come Silvia, palpito di vita richiamato ad esistere, poi a morire e di nuovo a rivivere attraverso la nominazione poetica. Come fantasmi.
L’immaginazione negata torna a stabilire legami con il reale attraverso una parola povera, ma carica di affettività. Alla negatività, infatti, l’affettività non può arrendersi. Spesso mi chiedo, infatti: come mai c’è la bellezza nel sistema negativo leopardiano, che senso ha la presenza della bellezza?
Occorre dare densità speculativa alla riflessione su Leopardi. È un autore che vive su universi multipli, che sa di aver fatto nascere la sua poesia e filosofia dalla radicale coscienza di quel che Nietzsche chiamava l’esser malato dell’uomo (e in questo senso è giusto l’accostamento di don Giussani tra Leopardi e un "certo" Pascal, ma occorre tener conto anche, aggiungo io, di un filo che viene dallo stoicismo). Leopardi, che può esser letto tenendo aperte le pagine di Schiller sul poeta sentimentale, in tutto questo ha a volte un accento eroico. Anche se, rispetto ad esempio ad Holderlin che è poeta che afferma, che parla di dei e di altro, egli sta come uno che è ai piedi del colle, mentre l’altro ne è in cima. Leopardi è moderno anche in questo: Holderlin parla veramente e direttamente degli dei, Leopardi nega; ma cosa è la negatività? I mistici non parlano anche del momento dell’aridità, del deserto? Ed è egli l’unico poeta italiano che, riprendendo la tradizione finanche del melodramma, porta in una lingua degli affetti (per dirla con Rousseau) una tensione radicale.

  • Cosa è questa tensione radicale?

È l’arrivare a una contemplazione che contiene il tremore primordiale, il ritmo dell’esistenza attraverso una parola che pur quando appare "pura" è sempre cosciente di sè.
Non è un io che si effonde, ma che tocca il mistero della vitalità, ove c’è il negativo ma c’è altro. È un poeta che va di là dalle cose. In quegli spazi ove molta poesia moderna si è mossa.
Del resto, il destino in che spazio si iscrive, dove si misura il senso profondo di un’esistenza? E perché poi il desiderio e perché la aspirazione?
Non si può ridurre da questa dimensione la poesia di Leopardi.

  • Al di là della querelle sulla plausibilità di una interpretazione cosiddetta religiosa di Leopardi – e non a caso don Giussani insiste sull’esser la sua una lettura da parte di una coscienza religiosa, lungi dunque dal ridurre tutto a una vicenda poco interessante di etichette – credo che il momento in cui viviamo costringa tutti a un approfondimento, o meglio, quasi a un reimparare il senso di alcune parole. L’ha scritto don Giussani su L’Osservatore Romano e l’ha scritto anche Claudio Magris sul Corriere della Sera. In gioco, a mio avviso, c’è la possibilità stessa di un’esperienza veramente laica, cioè libera da clericalismi di tutte le specie.

Certe nostre categorie per irrigidimento e schieramento esistenziale devono fare spazio a questa parola intenta nella contemplazione.
È un momento in cui occorre un vocabolario largo, segno di un’esperienza non più chiusa che si fa spaziosa, disposta a questi momenti interrogativi, a quella parte di positività parziale che è propria delle domande, a quella situazione socchiusa che è della natura della domanda.

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