Leopardi, poeta democratico

LEOPARDI POETA ED UOMO DEMOCRATICO

Breve saggio sul pensiero politico di Giacomo Leopardi di G.PILUMELI

“Sapete ch’io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli
individui sono infelici sotto ogni forma di governo; colpa della natura che ha
fatti gli uomini all’infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il
mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d’individui non
felici”.
Così scrive Leopardi a Fanny Targioni Tozzetti in una famosa.

Dunque la questione sembrerebbe liquidata, in maniera risoluta e definitiva.
Se l’uomo è infelice sotto ogni forma di governo, risultano praticamente inutili
la lotta politica ed ogni forma di organizzazione che tenti di migliorare la
vita dell’uomo.
Niente di più sbagliato. Giacomo si interessa di politica ed
abbastanza e, pur nella linea madre della certezza di quella che Timpanaro
chiama fragilità biologica dell’uomo, si pone degli interrogativi e fornisce
delle risposte che presuppongono “una vasta ed acuminata riflessione storico –
politica degna di figurare tra i classici del genere, da Machiavelli a
Tocqueville”.
Del resto, al pensiero politico di Leopardi è stato
addirittura dedicato il sesto Convegno internazionale di Studi leopardiani
svoltosi a Recanati dal 9 all’11 Settembre del 1984, i cui atti sono stati
pubblicati in un volume edito da Olschki, Firenze nel 1989. Al convegno
parteciparono numerosi studiosi, tra i quali ricordiamo Cesare Luporini, Bruno
Biral, Elio Gioanola, Carmelo Musumarra ed altri.
Nella sua appassionata
introduzione, l’autore dell’ormai celebre “Leopardi progressivo”, sottolinea “il
risorgere dell’interesse politico in Leopardi nella sua ultima e ultimissima
fase, indubitabile nei Paralipomeni, ma indubitabile anche nella Ginestra
Ma
fu Sebastiano Timpanaro, nel lontano 1975, a trascinare Giacomo in mezzo ad una
querelle politica, che vide il grande filologo, allora militante nel Partito
Socialista di Unità Proletaria, in aperta polemica letteraria e politica con
vasti settori della sinistra italiana, in special modo con i critici di scuola
comunista. Erano i tempi appena successivi alle drammatiche vicende cilene, che
portarono il segretario del Partito comunista italiano ad una riflessione da cui
ricavò la convinzione, per la difesa dei valori democratici, della inevitabilità
di una collaborazione tra comunisti e cattolici.
Dunque, sulla rivista
“Belfagor” del marzo 1975, edita dalla casa editrice Olschki di Firenze, apparse
la prima parte di un lungo articolo, poi raccolto in un volume dallo stesso
titolo ormai introvabile, di Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani E
Neomoderati Nella Sinistra Italiana”.
L’articolo si rifaceva ad un
precedente di Romano Luperini, apparso sul numero precedente della stessa
rivista, dal titolo: “Compromesso storico e critica letteraria”.
Dunque le
due anime della sinistra, quella pronta all’incontro con la Democrazia Cristiana
e quella più radicale, cosciente che nulla di buono avrebbe potuto venire alle
sorti della classe operaia da quell’incontro, si scontrarono relativamente ai
risvolti culturali che quel compromesso comportava.
“si sta delineando nella
sinistra ufficiale italiana, e più particolarmente nell’area del PCI, una
revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e
dell’ideologia del primo Ottocento italiano…”
Timpanaro avvicina questa
corrente marxista e revisionista alla corrente cattolica crociata che vedeva in
Leopardi solo un poeta idillico, con in più, in questa, una tendenza di condanna
e di forte dimensionamento ideologico del pensiero di Leopardi. Non a caso, il
giudizio svalutativo investe anche “quei pochissimi minori che, vicini a lui per
formazione ideologico-letteraria, non aspettarono la sua morte per intenderne la
grandezza: primo fra tutti, come è ovvio, Pietro Giordani”.
Parallelamente
al dimensionamento ideologico di leopardi, la sinistra marxista porta avanti un
discorso di “entusiasmo sforzato” per l’opera del Manzoni, vista addirittura
come uno scrittore rivoluzionario.
Secondo lo studioso, nel momento in cui
la sinistra rivoluzionaria aderisce ad una forma di progresso borghese, scopre
“..d’un tratto che il Leopardi, nemico di quel progresso, fu un antiprogressista
tout court; e che in Manzoni si riveli…un modello di progressismo sociale da
accettare come il più avanzato possibile per la sua epoca, o addirittura come
tuttora valido;” .
Per Timpanaro, questa interpretazione del Manzoni è fuori
dalla realtà, perché a detta dei suoi stessi propugnatori, essa è fondata solo
sulla considerazione che protagonisti dei Promessi Sposi sono gli umili, i
popolani Renzo e Lucia. Come se bastasse render protagonisti della storia gente
del popolo per fare della storia stessa un’opera rivoluzionaria. Nella foga
della loro corsa verso i compromesso, questi geniali critici della sinistra
marxista dimenticano che persino uno dei loro padri si era pronunciato contro
tale tendenza.
“Invano Gramsci (Letteratura e vita nazionale, pag. 73) aveva
avvertito che il dare una parte di protagonisti a Renzo e Lucia, e il far
partecipare alla vicenda tanti altri umili, non costituisce di per sé una prova
del carattere democratico del romanzo, perché gli umili sono quasi sempre
guardati paternalisticamente, con affettuosa ironia, sicché l’atteggiamento del
Manzoni verso il popolo non è popolare- democratico, ma aristocratico” .

Come si vede, Timpanaro vede nella scoperta di un Manzoni democratico la
scoperta del Partito Comunista Italiano della via riformista al potere, con
l’accettazione della visione borghese della società. Ma non è questo il punto
della nostra ricerca. L’abbiamo toccato perché l’accettazione della visione
borghese, aborrita, come vedremo, dal Leopardi, porta ad un distacco violento
dall’immagine del Recanatese nata nel 1947 coi famosi saggi di Binni e Luporini.

Secondo Timpanaro, al paternalismo aristocratico del Manzoni corrisponde, in
Giacomo, “la simpatia con cui (…), in contrasto col disprezzo che ha verso i
vecchi proprietari fondiari non meno che per i nuovi borghesi trafficanti,
guarda sempre gli artigiani, i contadini, l’unico popolo di cui aveva conoscenza
diretta (cfr. Cersare Luporini, pp. 265 s, 268; Walter Binni, La protesta di
leopardi cit. pp. 265-275). Egli non pensa al popolo lavoratore come potenziale
instauratore di un nuovo ordine sociale attraverso una rivoluzione. Ma non ha
nemmeno, mai, la paura della rivoluzione; e, ciò che più importa, non è un
populista: Nella sua valutazione del popolo come persone la cui vita si fonda
sul vero e non sul falso non c’è l’idoleggia- mento della religiosità popolare…e
non c’è neppure mai l’ironia paternalistica del Manzoni”.
Il discorso di
Timpanaro, è così appassionato eppure così coerentemente lucido. L’antipolitico
per eccellenza può dunque ben essere considerato il Poeta che parla del popolo
in maniera così sentita e simpatica, senza il paternalismo religioso del
Manzoni.
Il “reazionario” Leopardi manifesta nelle sue opere (Lo Zibaldone,
la Ginestra, come vedremo), grande simpatia per i risultati della rivoluzione
francese, ove in Manzoni la stessa rappresenta l’esempio sanguinoso
dell’intervento popolare sulla Storia.
Vogliamo qui affermare che il poeta
filosofo di Recanati era un grande democratico. Egli è convinto che nessun
regime può dare la felicità né all’individuo né alle masse, ma da qui non si può
arrivare a negare che il suo pensiero si sia adoperato nella ricerca di un tipo
di società in cui la sorte dell’uomo potesse essere alleviata, potesse essere
“migliore”.
Ci sorreggerà, in questa visione, la letture delle Opere di
Giacomo, i canti e lo Zibaldone in special modo. Citeremo pochi ma significativi
passi, come quello sulla moneta che sembra così profetico, nella sua lucida
visione.

“Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le
immense fatiche e miserie che son necessarie per proccurar la moneta alla
società. Cominciate dal lavoro delle miniere, ed estrazion dei metalli, e
discendete fino all’ultima opera del conio. Osservate quanti uomini sono
necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti, a
schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a
travagli d’ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà,
e preteso mezzo di felicità”.

Ben risalta qui come Leopardi insista sul
principio di eguaglianza, convinto di quanto il progresso sia inumano quando
viene a fondarsi, anche ai fini dell’incivilimento, sullo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo.
Indicativo di questa visione è pure quel passo da cui traspare sì
la mania leopardiana del mangiare da solo, ma motivata da una visione
democratica dei rapporti sociali.

“Ma i nostri servitori sono nostri
uguali. Ed è bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo,
ogni menoma parola o pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a
nostro disfavore; non ci diamo cura alcuna di quelli dei servitori in quel
tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo ben certo quali sieno intorno di
noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene fermi e oziosi a sedere
in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che attualmente si
trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo molti
dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo
alcuno, i piaceri della tavola”.
(7. Apr. 1827.)

Nei canti è
continua e visibile la simpatia con cui Leopardi guarda alla povera gente, ai
lavoratori: Silvia, Nerina, gli artigiani. Come ben dice Timpanaro, il poeta di
Recanati tende alla “abolizione delle due culture, una per la classe dominante
colta e l’altra per la classe oppressa, alla quale non solo i moderati toscani,
ma nemmeno Voltaire, e nemmeno i borghesi avanzati del secolo XIX avrebbero mai
acconsentito”.

“Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che
riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;”
Ove il
suono dell’artigiano riecheggia vivo, là ove tutto richiama all’inesorabile
scorrere del tempo ed alla conseguente rovina.
Oppure, rivolto a Silvia, la
ricorda intenta nella sua attività fisica
“Allor che all’opre femminili
intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.”

Le opere di Leopardi sono piene della sua simpatia per i popolani e del suo
rimpianto per non essere da loro compreso, per non essere considerato uno di
loro.
E quanto affetto e considerazione non mostra il poeta per l’attività
fisica, l’unica che possa preservarci dalla noia?
“Ancora potremmo affermare
che la fatica del corpo può ammortizzare i mali dell’anima”?
In Leopardi,
l’attività fisica distoglie l’uomo dai mali oscuri che tormentano gli
intellettuali, gli uomini di pensiero.
“lo spettacolo della vita occupata,
laboriosa e domestica, sembra lo spettacolo della felicità”.
E sicuramente,
pensa Leopardi, per vivere tranquilli, bisogna essere occupati in un’attività
fisica.
E veniamo alle dissertazioni sui sistemi politici.
Leopardi li
esamina tutti, di tutti elenca pregi e difetti ma, tra tutti predilige il
sistema democratico, ove gli uomini siano tutto eguali e loro principale
preoccupazione sia il bene comune.

Innanzi tutto, un’affermazione
lapidaria: “La perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà” . Non vi
può essere squilibrio di potere tra i detentori del potere stesso, pena la
decadenza della democrazia.
Ed in democrazia i meriti, i principi per
governare consistono nel merito e nella stima che si riscontra nel popolo
governato.
Poi Leopardi elogia gli antichi legislatori, i quali “proibivano
le ricchezze, gastigavano chi possedeva troppo più degli altri”.
Come non
pensare alla situazione odierna di certe nazioni che pure sono nate democratiche
eppure rischiano la deriva autoritaria proprio perché i detentori del potere
rappresentativo sono troppo ricchi e troppo potenti, detenendo nelle loro mani,
oltre tutto, il potere, nuovo e tremendo del mass media?
“Colle ricchezze,
il lusso, le aderenze, la coltura degl’ingegni, la troppa disuguaglianza delle
dignità, ed onori esteriori, del potere ec. ed anche la sola eccessiva
sproporzione del merito e della pura gloria, perirono, e sempre periranno tutte
le democrazie.”
Non solo, ma per conservare la libertà e la democrazia
“quelli che hanno conseguita la detta superiorità, sia di gloria, sia di uffizi
e dignità (giacchè quella di ricchezze, e altri tali vantaggi, non ha luogo
finchè dura nella repubblica l’influenza della natura), non se ne abusino, non
cerchino di passar oltre, sieno contenti, anzi impieghino il poter loro a
mantener l’uguaglianza e libertà, si comunichino agli altri, diminuiscano
l’invidia de’ loro vantaggi col fuggire l’orgoglio, la cupidigia”

Ed
ancora “L’uomo è naturalmente, primitivamente, ed essenzialmente libero,
indipendente, uguale agli altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente
all’idea della natura e dell’essenza costitutiva dell’uomo, come degli altri
animali.”
Libero, indipendente, uguale agli altri. Se ci pensiamo bene, non
è un pensiero in libera uscita ma direttamente conseguente alla negazione
dell’innatismo.
“. Idee precisamente innate non esistono in alcun vivente, e
sono un sogno delle antiche scuole”.
Non essendoci idee innate, ma
formandosi esse mediante l’assuefazione, va da sé che tutti gli uomini nascano
eguali.
“Dunque io non riconosco negli individui veruna differenza di
naturale disposizione ed ingegno a riconoscere e sentire il bello ed il brutto
ec.? Anzi la riconosco, ma non l’attribuisco a quello a cui si suole attribuire:
cioè ad un sognato magnetismo che trasporti gl’ingegni privilegiati verso il
bello, e glielo faccia sentire, e scoprire senza veruna dipendenza
dall’assuefazione, dall’esperienza, dal confronto;”
Per difendere la
perfetta eguaglianza, bisogna che gli uomini più capaci al comando si mettano a
disposizione del popolo.
E dunque, uno stato democratico deve essere
“favorevolissimo alle illusioni, all’entusiasmo ec. uno stato che esigge
grand’azione e movimento: uno stato dove ogni azione pubblica degl’individui è
sottoposta al giudizio, e fatta sotto gli occhi della moltitudine, giudice, come
ho detto altrove, per lo più necessariamente giusto; uno stato dove per
conseguenza la virtù e il merito non poteva mancar di premio; uno stato dove
anzi era d’interesse del popolo il premiare i meritevoli, giacchè questi non
erano altro che servitori suoi, ed i meriti loro, non altro che benefizi fatti
al popolo, il quale conveniva che incoraggisse gli altri ad imitarli; uno stato
dove, se non altro, e malgrado le ultime sventure individuali, non può quasi
mancare al merito, ed alle grandi azioni il premio della gloria, quel fantasma
immenso, quella molla onnipotente nella società; uno stato, del quale ciascuno
sente di far parte”.
E passiamo alla Ginestra.
Nel canto, l’uomo, “nulla
al ver detraendo” non accusa altri uomini della sua infelicità, ma la vera
colpevole, la Natura.
E così l’umana compagnia abbraccia tutti gli uomini
con vero amore in una confederazione contro la comune nemica, cosciente che solo
in questo modo possa esserci progresso sia pure nell’inevitabile stato di
sofferenza.
"per cui solo / Si cresce in civiltà, che sola in meglio / Guida
i pubblici fati"

Giuseppe Pilumeli
Nato a Barrafranca il
28/3/1947.
Impiegato comunale, aspirante contadino.
Appassionato di
Leopardi.
http://gpilumeli1947italy.spaces.live.com

note

Lettera a Fanny Targioni Tozzetti del 5.12.1831, Epistolario, a cura di
FRANCO BRIOSCHI e PATRIZIA LANDI. Bollati Boringhieri, Torino. 1998, pagina
1852.
Giacomo Leopardi. La strage delle illusioni, a cura di MARIO ANDREA
RIGONI. Adelphi, Milano 1992. Quarta di copertina.
CESARE LUPORINI,
Introduzione al pensiero politico di Giacomo Leopardi, in atti del convegno. In
“Il pensiero storico e politico di Giacomo Leopard”i, Olschki Firenze 1989,
pagina 19.
Sebastiano Timpanaro: “Antileopardiani e neomoderati nella
sinistra italiana” In Belfagor, cit. 1975, pagina 129.
Ivi pagg. 129 – 130.

Ivi, pag. 130
Ivi pag. 132.
Ivi, pag. 135.
SEBASTIANO TIMPANARO,
Antileopardiani, cit. pagg. 192-193.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, Pag.
16.6.1821
Zibaldone, opera citata, pag.
SEBASTIANO TIMPANARO,
Antileopardiani e neomoderati cit. pag. 193
GIACOMO LEOPARDI, I Canti: La
sera del dì di festa, vv. 25-27
GIACOMO LEOPARDI, ivi: A Silvia, vv. 10-12

LORETTA MARCON – GIUSEPPE PILUMELI, L’eroe sportivo, Universum Edizioni,
Trento 2005, pag. 18
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, pp. 172-173 del 23 luglio
1820.
Zibaldone. 4529, 24.3.1827

Zibaldone, pagina 443.

Zibaldone, pag. 1190

La Ginestra, verso 115
La Ginestra vv.
75-77.

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