Leopardi protocomunista? 1

Il comunismo come orizzonte di liberazione

dell’uomo potrà mai uscire dal vicolo

cieco nel quale è stato cacciato

dai drammatici eventi

del Secolo breve e in specie

dopo il crollo del socialismo

reale? Con questa domanda

irrinunciabile il lettore può

predisporsi ad aprire le pagine

dell’ultimo, intenso e

denso libro di Giuseppe Prestipino

dedicato a Vico, Leopardi

e Gramsci (Tre voci nel

deserto.Vico Leopardi,Gramsci

per una nuova logica storica,

Roma, Carocci editore, 2006, euro 16,00) e la risposta

non può non essere affermativa.

Oggi più che mai è urgente ripensare una prospettiva

comunista che sappia però farsi carico di quella che

Franco Fortini chiamava la dimensione leopardiana

dell’esistenza: fragilità, finitezza, malattia, vecchiaia, e

che allo stesso tempo sappia sottrarre al capitalismo dominante

le risorse fondamentali (umane, cognitive ed energetiche) e affidarle all’autogoverno della comunità planetaria. La parola comunismo

– scrive l’autore – può designare tre cose: a) un progetto per il futuro; b) la critica radicale del presente; c) e un dato movimento e un

partito impegnato nei due compiti anzidetti. Il fallimento

delle rivoluzioni non è ragione sufficiente per rifiutare

un nome che ha una storia e un futuro per l’umanità

del secolo ventunesimo. Fatte queste premesse, perché

scegliere Vico, Leopardi e Gramsci, tre pensatori così

diversi e distanti e accomunarli

in un prospettico e fecondo

confronto per un’analisi

dell’oggi?

Al di là delle preferenze personali

che l’autore confessa

nella prefazione, è certo che

così impostato il confronto

sembra riprodurre echi della

storia italiana e delle sue patologie

che si sono manifestate

nei secoli della modernità.

Vico, Leopardi, Gramsci,

tre voci nel deserto: della

Controriforma, della Restaurazione,

del fascismo, tre

figure emblematiche della

cultura italiana che si sono

battute in condizioni disperate

per creare inedite configurazioni

di un orizzonte

storico e teorico altro rispetto

al passato e alle durezze

del loro presente. Se Vico si

porta oltre il suo tempo, concependo

per il mondo umano

non tanto una predestinazione

alla salvezza celeste,

quando chiama in causa «la

provvidenza divina», ma un

M

ordinamento civile e razionale

«per conservare l’umana

generazione in questa terra,

Leopardi, «il maggior filosofo

italiano dopo Vico e prima

di Croce o di Gramsci»

non vede alcun rimedio

provvidenziale e non lascia

spazio ad alcuno ottimismo

della volontà. Nel «formidabile

deserto» della Restaurazione,

Leopardi bolla la civiltà

moderna come la principale

fonte della disumanizzazione

dell’uomo e stigmatizza

la vita sociale come

«la lotta di ciascuno contro

tutti, e di tutti contro ciascuno

» perché «la ragione stessa

è fonte di barbarie». Il suo è

l’esempio estremo della ribellione

al paternalismo illuminista

e all’odiata ragione

contro la quale egli si scaglia

soprattutto nello Zibaldone.

Assai prima di Nietzsche,

Leopardi approda così

ad un radicale denuncia dei

lati rovinosi della modernità.

Prestipino osserva che il

confronto tra Vico e Leopardi

è obbligato per rimeditare

sulla storia e per rimettere in

sesto un processo di umanizzazione

deviato e stravolto

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