Leopardi a Roma

 

Leopardi a Roma
Emanuele Trevi

Sono tornate da poche settimane in libreria le Lettere di Giacomo Leopardi, in un’edizione di grande valore scientifico curata da Rolando Damiani, già autore di una bella biografia del poeta e di una preziosa edizione commentata dello Zibaldone. Per gli studiosi e gli esperti si tratta di un evento da festeggiare; non meno dovrebbe esserlo per i comuni lettori e gli spiriti curiosi della grandezza umana, per la semplice ma decisiva ragione che le lettere di Leopardi ne sono una testimonianza veritiera e non di rado straziante. Vanno lette (come raramente capita con gli epistolari, anche dei più grandi), da capo a fondo, ed è una lettura che non si dimentica. Ma chiunque è interessato a Roma e all’immagine di Roma che gli artisti hanno concepito e tramandato nel corso del tempo, troverà pane per i suoi denti in una precisa sezione di queste Lettere.

Leopardi arrivò a Roma per la prima volta nella sua vita, ospite di parenti, alla fine del novembre del 1822. Aveva ventiquattro anni ed era la prima volta che si lasciava alle spalle Recanati e il palazzo di famiglia. Nel suo baule da viaggio c’era una copia del Don Chisciotte in spagnolo, e nel suo animo un solo proposito giurato: trovare una sistemazione qualunque in città, anche a costo di prendere gli ordini religiosi o seguire all’estero un ricco straniero, pur di scrollarsi di dosso l’intollerabile tutela paterna.

Le cose non sono mai per nessuno così come le dipinge la speranza: figuriamoci per Giacomo Leopardi. Agli inizi di maggio del 1823, più infelice che mai, riprenderà la strada di Recanati senza avere ottenuto nulla di quello che voleva. Pochi giorni prima di partire aveva inviato uno dei sui amari bilanci, lapidario e senza appello, al suo più caro amico, Pietro Giordani: "io non sono più buono a cosa alcuna del mondo".

Ma cos’era successo, in quelle poche settimane passate in casa dei cugini Antici, che abitavano nel bel palazzo rinascimentale che ancora oggi porta il nome Antici-Mattei, con i suoi due ingressi su via dei Funari e su via Caetani? Tra i tanti uomini illustri del suo tempo che a Roma erano risorti a nuova vita, traendo linfe fresche alla propria ispirazione, anche nel rapporto fallimentare con la città Leopardi dimostra la sua unicità e la sua solitudine. Se tante sono le lettere spedite a casa (soprattutto al padre e a Carlo, il fratello preferito), l’immagine della città è singolarmente avara di punti di riferimento, come il luogo di un brutto sogno, e sembra che Leopardi eviti a bella posta di menzionare solo uno dei monumenti che abitualmente si visitavano durante i primi giorni in città. Due giorni dopo l’arrivo, già confida a Carlo che, pur riconoscendo in astratto che questi monumenti sono meravigliosi, non ne prova nessun sentimento, e in conseguenza il "minimo piacere".

E dunque, conclude, "la moltitudine e grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno". E nelle settimane successive, la musica non cambia. Nonostante da casa Carlo lo inviti a passeggiare e a prendere confidenza con la città, iniziando ad orientarsi, Giacomo si sente sperduto, e respinto da ciò che vede. I motivi di questo disagio si chiariscono in un’altra lettera, indirizzata questa volta a Paolina, sorella amatissima al pari di Carlo, e ruotano attorno all’eccessiva "grandezza" di Roma, abitazione ideale per dei giganti. Tutti questi spazi immensi e semideserti, infatti, a suo parere non servono ad altro "che a moltiplicare le distanze, e il numero dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate". Le "fabbriche immense", antiche e moderne, della città, e le sue strade "per conseguenza interminabili", sono spazi che, invece di contenerli, dividono gli uomini. Come abbiamo tutti imparato fin da scuola, in questo paesaggio urbano giudicato così scomodo e quasi ostile da rendere anche una visita di cortesia un’impresa difficile, esiste una sola luminosa eccezione: sto parlando della celebre passeggiata al convento di Sant’Onofrio, sulle pendici del Gianicolo, e alla tomba di Torquato Tasso.

Leopardi racconta questo pellegrinaggio nella famosa lettera a Carlo del 20 febbraio 1823, che spicca nell’epistolario come l’unica nota di autentica vitalità di tutta l’esperienza romana. E in effetti, possiamo dire che non solo il convento, ma anche il minuscolo reticolo di vicoli e strade che risale il fianco del Gianicolo verso i cancelli di Sant’Onofrio, è l’unico luogo di Roma davvero “leopardiano”. È uno spicchio silenzioso e ombroso di vecchia Roma poco frequentato, che stupisce per il contrasto d’atmosfera proveniendo dal caos di piazza Della Rovere e dell’incrocio di via della Lungara con il lungotevere.

E anche se oggi sulla salita di Sant’Onofrio si aprono ben poche botteghe, l’aspetto delle case lascia ancora abbastanza facilmente immaginare la strada tutta piena di "manifatture" e inondata dei canti delle donne e degli operai al lavoro descritta a Carlo nella famosa lettera. All’aristocratico Leopardi, costretto a frequentare tutt’altro tipo di gente, quegli umili artigiani e i loro telai regalano finalmente l’immagine di una "vita raccolta, ordinata, e occupata in professioni utili".

Ma si tratta di un lampo isolato. A palazzo Antici-Mattei si respira un’atmosfera umana del tutto diversa, resa ancor meno sopportabile dal freddo che, in quell’inverno rigidissimo, regna nelle grandi stanze di quella sontuosa dimora rinascimentale, progettata da Carlo Maderno e terminata nel 1618. Ma gli inevitabili geloni, che costeranno a Leopardi non meno di "duecent’ore" di letto, sono nulla in confronto alla tremenda famiglia di parenti dei quali è ospite. Coll’innato sarcasmo, affilato come un rasoio, Leopardi abbozza di lettera in lettera un ritratto feroce e comicissimo dei poveri Antici, permettendo anche a noi di gettare uno sguardo, oltre le spesse mura del palazzo, nella bizzarra esistenza quotidiana di una famiglia di "signori" romani (né troppo ricchi né troppo potenti) del primo Ottocento. Bastano poche ore per far capire a Giacomo che in casa degli zii regnano "orrendo disordine, confusione, nullità, minutezza insopportabile e trascuratezza indicibile".

A tavola, nota scandalizzato, tutti parlano insieme ad alta voce, e non si curano di affrontare argomenti privati e imbarazzanti davanti alla servitù. Il sistema di vita di questa famiglia oziosa, disordinata, eccessivamente ciarliera consiste in una serie di spostamenti collettivi dentro e fuori dalle mura del palazzo: è tutto un "uscire, vedere e tornare a casa" senza senso. Ovviamente, zii e cugini tornano a casa "con più noia di quando sono usciti", e allora, altrettanto ovviamente, iniziano a "strapazzarsi a vicenda".

L’innato senso del comico del giovane Leopardi, che l’infelicità non riusciva mai a reprimere totalmente, è provocato continuamente da questa chiassosa e nervosa famiglia di parenti che appena sentono un po’ di debolezza per non avere ancora mangiato si mettono a letto e fanno chiamare il medico.

Gli Antici, più che una buona famiglia romana, nelle lettere di Giacomo assomigliano a una compagnia d’attori comici, con i loro ruoli definiti una volta per tutte, e le grandi e fredde stanze della loro casa si trasformano di fronte agli occhi esterrefatti dell’ospite in quinte teatrali in cui si recita ogni giorno una farsa senza capo né coda.

A Natale, arriva da Recanati l’idea di regalare un quadro agli zii, in segno di gratitudine per l’ospitalità. L’idea è buona, risponde Giacomo, visto che le pareti di casa sono quasi del tutto spoglie. Ma aggiunge subito che il gusto di quei parenti si sveglia solo di fronte a "qualche cosa di strano, anzi di stravagante". E del resto, tutti i loro gusti sono "momentanei, indefinibili, imprevedibili, inafferrabili". È quella stessa bizzarria, a ben pensarci, che il sobrio, delicato, raffinato Leopardi doveva detestare fin nel cortile di sgargiante gusto manieristico del palazzo di via Caetani, stipato fino all’inverosimile di lapidi e frammenti di statue antiche.

A un umore meno depresso, la vita presso gli Antici avrebbe suggerito spunti a sufficienza per un romanzo comico. Leopardi in quei mesi invece componeva tutt’altro genere di scritti, dotti articoli su autori latini e greci con lo scopo di mettersi in luce negli ambienti colti. E imparava a proprie spese quanto fosse difficile, passati dalle vaghe speranze alla realtà dei fatti, trovare un lavoro e un futuro destreggiandosi tra gli uomini influenti della città papalina. Quella di Leopardi non è la testimonianza di un turista, di un viaggiatore come lo erano Goethe e Stendhal e infiniti altri, ma di un suddito pontificio, venuto a Roma per motivi pratici: anche per questo motivo le sue lettere da Roma sono un documento più unico che raro.

Pubblicato sulle pagine romane di Repubblica, 5 gennaio 2007.

Pubblicato da t.scarpa il 10-01-07
il richiamo della foresta
      Giuseppe
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