L’infinito

La mia lettura de "L’infinito"

Lettura de L’infinito.
Sin dal tempo del Liceo, mi hanno insegnato che quella dell’infinito è una esperienza mistica, ove, attraverso il superamento di una siepe, di un ostacolo naturale, il pensiero riesca ad entrare nei meandri dell’in conoscibile; dagli studi universitari, impartitimi da critici marxiani, appendo invece che l’avventura dell’infinito è un vero e proprio dolce naufragio tutto materiale, che non ha niente di mistico.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle: indica la consuetudine del poeta, confermata dalle pagine dello Z., di salire spesso sul colle contiguo a casa Leopardi; e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude: sul colle, c’è una siepe che impedisce allo sguardo la vista dell’ultimo orizzonte, da tanta parte, non quindi da tutte le parti.
E’ un’azione che si ripete nel tempo (fu), finché arriva un giorno particolare nella vita di questo giovane di 21 anni appena, in cui: ma sedendo e mirando interminati spazi di là da quella e sovrumani silenzi io nel pensier mi fingo ove per poco il cor non si spaura: il poeta, sedendo ed ammirando quel paesaggio, prova a saltare al di là della siepe e nel pensiero (non scordiamoci che per Leopardi il pensiero è la facoltà più materiale che esista, non innata ma che si sviluppa con l’assuefazione) immagina spazi non – terminati, quindi infiniti e silenzi sovrumani. Quindi nel pensiero egli riesce a cogliere questi barlumi d’infinito (gli spazi, il silenzio) che per poco non lo tramortiscono. Come si fa a tradurre “Ove per poco il cor non si spaura”: Novello Dante che non regge alla visione del Creatore, della Luce diretta, egli quasi è impaurito, quasi muore al pensiero degli spazi interminati e del silenzio assoluto. Un silenzio, a me pare, di pace, di quasi annegamento, appagamento, annichilimento.
Dal quale si riprende. Infatti egli:
E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: sul colle, ci sono anche delle piante, percorse, attraversate da un soffio di vento che le smuove. Si passa dal silenzio al rumore, sia pure un fruscio, anzi uno stormir. Il poeta, appena sente il rumore che il vento provoca sulle piante, lo paragona all’infinito silenzio immaginato prima nel pensiero. E’ un silenzio che si fa vivo, che si fa sentire, palpabile, reale. Il silenzio definito come stormire tra le foglie; e mentre paragona il silenzio al rumore del vento, mentre assimila i due fenomeni e li rende unici, e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei, mentre dunque paragona i due fenomeni, ha la percezione dell’eterno, cioè del tempo passato, morto e di quello presente, vivo e portatore di suono, quindi di vitalità.
Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: la comparazione tra l’infinito silenzio ed il rumore del vento gli ispira come una visione di immensità, variante non solo linguistica di infinità, cioè di uno spazio smisurato in cui il pensiero annega. Così è, il quasi spaurimento di fronte al sovrumano silenzio si tramuta in totale naufragio non appena il silenzio è accostato al rumore del vento, cioè credo appena l’immaginato ed in conoscibile diviene reale, conoscibile e conosciuto.
E il naufragar m’è dolce in questo mare La dolcezza estrema del naufragio, quella che Luporini definisce naufragio senza spettatore.

Questa è in estrema sintesi la mia lettura dell’infinito, libera da preconcetti e da letture di altri ed alti critici, così come mi viene dalla esclusiva attenzione ai versi, così come raccomandava anche Leopardi stesso.

Dalle mie povere osservazioni esce qualcosa di tremendo. Spiegandomi, dico che si è sempre pensato, ancora si pensa, che l’esperienza leopardiana, il viaggio cioè, consistesse nel superamento di un limite: la siepe è la ragione umana, imperfetta a conoscere la vera essenza delle cose, il limite viene superato dalla fantasia, che si immagina l’inimmaginabile, conosce l’in conoscibile.
Io rovescerei il tutto: abbiamo appena visto che il poeta, affidandosi all’immaginazione ed immaginando l’indefinito al di là della siepe, viene colto da sgomento ma riesce a restare in sé (ove per poco il cor non si spaura): quando invece si affida alla sua sensibilità, al reale del rumore del vento, ecco che l’annegamento è totale. Altro che viaggio mistico. E’ l’esaltazione della conoscenza sensoriale, del piacere fisico dell’annegamento.
Giuseppe

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1 Commento (+aggiungi il tuo?)

  1. Maria Grazia
    Ago 10, 2006 @ 15:22:23

    Vedo che il blog è cresciuto ed è sempre in movimento grazie al fedelissimo Giuseppe.. Credo che Giacomo sarebbe contento di tutto ciò… Spero di poter partecipare anch’io prestissimo… Ciao ai leopardiani DOC. Maria Grazia

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