I sodali

Monaldo nacque a Recanati; nel 1776 e morì nel 1847.Padre di Giacomo, ebbe soprattutto interessi eruditi. In politica ebbe idee reazionarie e nel 1832 diresse un giornale, "La voce della verità", che fu poi soppresso. Lasciò numerose opere di poco valore fra cui "Dialoghetti delle materie correnti nell’anno 1831", "Prediche, recitate al popolo liberale da Don Muso Duro", "Annali di Recanati". Molto interessante è "L’autobiografia" che ci presenta un vivace ritratto della vita provinciale delle Marche tra il ‘700 e l’800. Il conte Monaldo, prima di sposarsi, visse un suo "treno luminoso" di prodigalità, sventatezze e cattive speculazioni, tanto da rischiare di andare in prigione per debiti.

Esentato dagli obblighi di famiglia e trattato dalla moglie come "Pupillo bene sorvegliato e privo di danaro", Monaldo decide di isolarsi nella sua biblioteca, coltivando la passione di umanista. Monaldo era, come affermano alcuni studiosi, "un caparbio con volontà malata, un dissimulatore che sbandierava principi di dittatura, un ipocrita che pronunciava verità assolute, un moralista con un passato di meschine follie mondane".Talvolta diventava un tiranno domestico che, pur amando i figli, faceva poco o nulla per capirli. Infine Monaldo era una "testa quadra", un "Musoduro", che dopo essere ricorso a mille sotterfugi, con orgoglio affermava: "Tutto quello che mi ha avvicinato, ha sempre fatto a modo mio, quello che non si è fatto a modo mio, mi è sembrato malfatto". Il rapporto di Monaldo con il figlio Giacomo non fu mai troppo buono, anche perchè tra i due c’era una rivalità letteraria:rivalità che Giacomo tentava sempre di sminuire. Solo una volta, quando furono pubblicate alcune operette di scarso valore letterario e furono attribuite a lui, il poeta tenne a precisare che questi testi erano invece stati scritti dal padre.

 

Adelaide Antici

 

               

La marchesa Adelaide Antici, di famiglia illustre, ma di scarsa dote, sposò a diciannove anni, il conte Monaldo. Ella non riuscì mai a creare un rapporto affettuoso con i figli, forse per la sua aridità di temperamento o perchè si dedicò con anima e corpo alla difesa del patrimonio familiare, messo in pericolo dalla cattiva amministrazione del marito. Infatti, pochi anni dopo il matrimonio, la contessa si impadronì dell’amministrazione familiare e per quarant’anni impose un regime domestico d’economie ossessive, riuscendo a pagare ogni debito, senza mai rinunciare alle carrozze e senza togliere una sola divisa ai molti domestici. Adelaide era facile ai " musi " e a soli vent’anni chiuse la sua vita al mondo, vendendo i suoi gioielli e rinunciando per sempre al suo guardaroba; non usciva mai da casa se non per andare in chiesa.

Era alta e forte, con occhi azzurri come quelli di Giacomo, e sorvegliava l’andamento familiare dall’alba alla notte con rigori e freddezze che davano molte infelicità ai figli. Ricordò, infatti, Carlo: "Lo sguardo di nostra madre ci accompagnava sempre: era l’unica sua carezza"; Paolina la descrisse più volte nelle lettere alle amiche, lamentando che la madre non sopportava che lei facesse amicizia con qualcuno "perché (dice essa) ciò distoglie dall’amore di Dio…."

"…Quello che io posso vedere dalla finestra è sempre sorvegliato da mia madre la quale gira per tutta la casa, si trova dappertutto e a tutte le ore".Giacomo teme la madre,quasi assente dal suo epistolario per un esplicito divieto che il Poeta non sempre rispettò, infatti,nel gennaio 1823, da Roma scrisse: "Cara mamma, io mi ricordo ch’Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me. Per questo timore rompo la proibizione e le scrivo, ma brevemente…….".

 

Paolina Leopardi

                 Terzogenita di Monaldo, collaborò alla redazione della rivista "La voce della ragione". Nel’ 48 scrisse la memoria "Monaldo Leopardi e i suoi figli". Era brutta, gobba, bassa e di carnagione olivastra, era intelligente, leggeva molti romanzi e aveva una grande ammirazione per quelli di Stendhal di cui forse tradusse "La vita di Mozart"; tradusse anche "Il viaggio notturno intorno alla mia camera" del De Maistre. Morì a Pisa per una bronchite nel 1869. Paolina , o " Don Paolo" come la chiamavano i fratelli o "tutta di tutti" come la chiamava il padre, fu compagna di giochi e di studi dei fratelli ed ebbe con Giacomo un ottimo rapporto , tanto che ne fu la confidente.

Anche per lei Recanati fu un "orribile postaccio", "un soggiorno abominevole ed odiosissimo", mentre a palazzo Leopardi un "sistema di vita veramente spaventevole" la teneva prigioniera. Il suo sogno di farsi portare via da un marito andò deluso soprattutto a causa della scarsità della sua dote. Si diede, perciò, alla lettura, alle traduzioni e a scrivere lettere suggestive a Giacomo ( quelle di Giacomo a lei sono le più commoventi dell’epistolario).

 

Carlo Leopardi

       Nato nel 1799, morto nel 1878, secondogenito di Monaldo e fratello di Giacomo, si innamorò di una cugina povera, Paolina Mazzagalli e la sposò nel 1829, contro il volere dei genitori. Per molti anni visse fuori di casa con un distacco sempre più accentuato dalla famiglia e dal fratello Giacomo. Dopo la morte della prima moglie, sessantenne, sposò la governante di un amico, Teresa Teja, autrice, più tardi, di un disinvolto memoriale sulla famiglia Leopardi.

Carlo ebbe anche molti impieghi nella magistratura recanatese. Morì senza eredi e poiché aveva esercitato per lungo tempo l’usura, sia pure in forme non eccessive, lasciò nei suoi concittadini un ricordo non molto felice.

Il suo rapporto con Giacomo fu ottimo anche perché lo conosceva come se stesso, infatti Giacomo si confidava spesso con lui.

 

Pietro Giordani


        

Pietro Giordani nacque a Piacenza nel 1774 e morì a Parma nel 1848 .Finiti gli studi, diventò monaco benedettino, ma poi si spogliò dell’abito e visse di impegni in varie città d’Italia. Nel 1815, cacciato da Bologna per le sue idee liberali, si recò a Milano dove fu redattore della "Biblioteca Italiana" sulla quale pubblicò una versione del discorso di Madame de Stael "Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni", che fu all’origine del dibattito tra romantici e classicisti. Anche il Giordani partecipò al dibattito scrivendo la "Lettera di un italiano ai compilatori della Biblioteca Italiana", nella quale sostenne la fedeltà alla tradizione classica letteraria. Nella stessa posizione si trovò Leopardi che incominciò una fitta corrispondenza con Pietro nel 1817.

In seguito ad un’eredità Pietro migliorò le sue condizioni economiche e poté tornare a Piacenza e dedicarsi alle riforme sociali. A dargli fama nel mondo furono i panegirici, gli elogi e i necrologi, i discorsi, i ritratti e le iscrizioni commemorative. In tutte le sue opere si nota il suo concetto di classicismo: nello studio degli antichi egli vede la strada migliore per giungere allo svecchiamento della cultura italiana e alla diffusione delle idee liberali tra il popolo.Il suo rapporto con Giacomo fu sempre ottimo, infatti il Leopardi lo definì "la cara e buona immagine paterna". Giacomo, grazie a questa corrispondenza, riuscì a trovare qualcuno con cui poter comunicare, anche se Pietro dovette riconoscere la superiorità letteraria di Giacomo. Molto particolare, è una lettera scritta da Giacomo al Giordani il 19 novembre 1819 nella quale, il Leopardi sintetizza la sua condizione spirituale, dominata dalla noia; perfino gli studi amati gli sono diventati estranei. Il Poeta, infatti, afferma: "Sono così stordito dal mondo che mi circonda che non so come abbia fatto a prendere la penna per rispondere alla tua lettera… Non ho più lena di concepire nessun desiderio, né anche della morte,…non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore ".

 

 

Fanny Targioni Tozzetti

 

Nacque nel 1805 e morì nel 1885. Tra le donne a cui rivolse l’animo Leopardi in età adulta, forse quella gentildonna tutt’altro che impeccabile, ma piena di grazie naturali non che di civetterie mondane, fu la sola che gli bruciò davvero l’immaginazione sconvolgendo i suoi sensi. Di questi sentimenti si ritrovano tracce nel ciclo lirico di "Aspasia " che iniziava con "Il pensiero dominante", scritto in questo periodo.

 

Geltrude Cassi

 

Con l’arrivo a Recanati nel ’17 di alcuni parenti di Pesaro, il conte Lazzari con la moglie Geltrude Cassi, Giacomo ebbe l’occasione di stare vicino a un’avvenente signora estranea alle sue conoscenze abituali. L’immagine di questa donna "di forme, di maniere fatte pel mio cuore ", crea degli stati d’animo, che Leopardi nominò per la prima volta: malinconia, dolcezza, inquietudine, molto affetto. "Un doloretto acerbo che mi prende ogni volta che mi ricordo dei dì passati", scrive il Poeta, "dopo che la signora è partita… ed eccomi di 19 anni e mezzo, innamorato". Dopo due notti di sonno delirante, riprende a scrivere e conclude la poesia cominciata subito dopo la partenza di Geltrude: "Il primo amore".

 

 

Antonio Ranieri

         

Nacque a Napoli l’8 settembre del 1806 e morì nel 1888. Il padre Francesco era ispettore generale nell’amministrazione delle poste. La madre, nata Conza, apparteneva ad una nobile famiglia napoletana. Antonio incominciò gli studi guidato dal canonico Rossi, da Girolamo Marano e da Mariano Semmola.

Esule per le sue idee liberali, incominciò a viaggiare per diverse città d’Italia: fu prima a Napoli e poi a Firenze dove conobbe importanti uomini di cultura e di politica tra cui: il Giordani, Gabriele Pepe, il Tommaseo e il Colletta. Si recò poi in Francia, in Inghilterra, in Germania e poi ritornò a Firenze dove collaborò all’"Antologia". Nel 1827 a Firenze conobbe il Leopardi, con lui convisse a Roma e a Napoli aiutandolo spesso insieme alla sorella Paolina. Negli anni di convivenza con Leopardi incominciò studi storici e scrisse anche alcuni testi, tra cui ricordiamo "La storia d’Italia dal V al IX secolo, ovvero da Teodosio a Carlo Magno". Scrisse anche il romanzo "Ginevra o l’Orfanella della Nunziata" che fu però censurato.

Per i suoi meriti patriottici fu eletto deputato e poi senatore del Regno d’Italia. Antonio, anche se non era un grande letterato, fu vicino a Giacomo. Quest’amicizia deve parte della sua notorietà allo scandalo che si creò con la pubblicazione da parte del Ranieri dei "Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi". Questo volume, secondo il Ranieri, "altro non è che un grido di dolore e di rivendicazione della verità", anche se alcuni studiosi hanno visto in esso una narrazione con protagonista non Leopardi ma lo stesso Ranieri che, tornato dai suoi viaggi, aveva deciso di dedicare la sua vita al prossimo e aveva così iniziato a raccontare in forma pseudo- romanzesca i sette anni di convivenza con Giacomo. In tale racconto la figura del presunto protagonista risulta marginale, parte di una narrazione sulla quale s’innestano le vere vicende del romanzo: la vita dell’autore con i propri sentimenti e quelli della sorella Paolina, inserite in un mondo abitato da gente umile, generosa e disponibile.

Per cercare la vera storia del Ranieri con il Leopardi, più che al "Sodalizio" nel quale si indugia troppo su descrizion sgradevoli e legate a quella quotidianità alla quale spesso i grandi sfuggono, occorrerebbe forse andare all’esperienza letteraria vissuta in parallelo, con Leopardi.

Postato da Giuseppe 

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