Leopardi democratico. 2

Postato da Giuseppe 

 

Leopardi democratico. 2

Fu però Sebastiano Timpanaro, nel lontano 1975, a trascinare il nome di Leopardi in mezzo ad una querelle politica, che vide il grande filologo, che  allora militava nel Partito Socialista di Unità Proletaria, in aperta polemica letteraria e politica con vasti settori della sinistra italiana, in special modo con i critici  di scuola comunista. Erano i tempi appena successivi alle drammatiche vicende cilene[1], che portarono il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, ad una riflessione dalla quale ricavò la convinzione, per la difesa dei valori  democratici, della inevitabilità di una collaborazione tra comunisti e cattolici.[2]

Dunque, sulla  rivista “Belfagor”[3] apparve la prima parte di un lungo articolo, poi raccolto in un volume dallo stesso titolo ormai introvabile, del Timpanaro: “Antileopardiani e Neomoderati Nella Sinistra Italiana”.

L’articolo si rifaceva ad un precedente di Romano Luperini, apparso sul numero precedente della stessa rivista, dal titolo: “Compromesso storico e critica letteraria”.

Ecco che le due anime della sinistra, quella pronta all’incontro con la Democrazia Cristiana e quella più radicale, cosciente che nulla di buono avrebbe potuto venire alle sorti della classe operaia da quell’incontro, si scontrarono relativamente  ai risvolti culturali che quel compromesso comportava.

“si sta delineando nella sinistra ufficiale italiana, e più particolarmente nell’area del PCI, una revisione di giudizi sui maggiori rappresentanti della letteratura e dell’ideologia del primo Ottocento italiano…”[4]

Timpanaro avvicina dunque questa corrente marxista e revisionista alla corrente cattolica crociana che vedeva in Leopardi solo un poeta idillico, con in più, in quest’ultima, una tendenza di condanna e di forte dimensionamento ideologico del pensiero di Leopardi. Non a caso, il giudizio svalutativo investe anche “quei pochissimi minori che, vicini a lui per formazione ideologico-letteraria, non aspettarono la sua morte per intenderne la grandezza: primo fra tutti, come è ovvio, Pietro Giordani”.[5]

Parallelamente al dimensionamento ideologico di Leopardi, la sinistra marxista porta avanti un discorso di “entusiasmo forzato”[6] per l’opera del Manzoni, vista addirittura come il prodotto letterario di uno scrittore rivoluzionario.

Secondo lo studioso, nel momento in cui la sinistra rivoluzionaria aderisce ad una forma di progresso borghese, scopre “..d’un tratto che il Leopardi, nemico di quel progresso, fu un antiprogressista tout court; e che in Manzoni  si rivel[a] un modello di progressismo sociale da accettare come il più avanzato possibile per la sua epoca, o addirittura come tuttora valido;”[7].

Per Timpanaro, questa interpretazione  del Manzoni è fuori dalla realtà, perché a detta dei suoi stessi propugnatori, essa  è fondata solo sulla considerazione che protagonisti dei Promessi Sposi sono gli umili, i popolani Renzo e Lucia. Come se bastasse render protagonisti della storia gente del popolo per fare della storia stessa un’opera rivoluzionaria! Nella foga della loro corsa

verso il compromesso, questi geniali critici della sinistra marxista dimenticano che persino uno dei loro padri si era pronunciato contro tale tendenza.

“Invano Gramsci (Letteratura e vita nazionale, p. 73) aveva avvertito che il dare una parte di protagonisti a Renzo e Lucia, e il far partecipare alla vicenda tanti altri umili, non costituisce di per sé una prova del carattere democratico del romanzo, perché gli umili sono quasi sempre guardati


[1] L’11 Settembre 1973 il generale golpista Augusto Pinochet con l’aiuto della Cia rovesciava in Cile con le armi il legittimo governo del socialista Salvatore Allende.

[2] E. Berlinguer, La crisi italiana, “L’Unità”,  Roma 1985, p. 45.

[3]  “Belfagor”  cit.

[4][4] Timpanaro,Antileopardiani…”, in “Belfagor”, cit., p.129.

[5] Ivi pp.129 – 130.

[6] Ivi, p.130.

[7] Ivi p.132.

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