Binni e Leopardi

Vi propongo uno stralcio de "la nuova poetica leopardiana", che, pubblicata nel 1947, segnò una tappa fondamentale nella comprensione di Leopardi.
Giuseppe
 

CRITICA: GIACOMO LEOPARDI

 L’ULTIMO PERIODO DELLA LIRICA LEOPARDIANA

 AUTORE: Walter Binni         TRATTO DA: La nuova poetica leopardiana

 

L’esperienza di un lettore ha spesso dovuto constatare di fronte alla storia di

un poeta che certi momenti e motivi diversi sono difficilmente riconducibili

ad unità e che spesso l’esigenza di riconoscimento della personalità porta a

sforzarli in un disegno di dubbia autenticità. La tradizione grammaticale

formalistica ci invita ad insistere sulle variazioni di temi fondamentali, la

eredità romantica ci spinge ad una storia della personalità poetica in senso

drammatico. E la critica crociana di stretta osservanza ci chiarisce il

bisogno di una formulazione e di una descrizione, di un accertamento del

valore totalmente realizzato.
È lo studio di «poetica» nella sua migliore accezione storicistica che può

dare alla doppia esistenza di unità e di molteplicità dei motivi poetici entro

i limiti di una personalità, la più completa risposta, in quanto è proprio nella

poetica che si storicizzano i diversi momenti ispirativi al di là della

suggestione psicologica che finirebbe per frantumare una storia in cronaca

di sensibilismo descrittivo. Non la romantica eredità della «storia di un’anima», ma storia di poetica che permette di utilizzare ogni dato, ogni indicazione biografica,

rettorica, sicuri di vederla scendere al punto essenziale in cui tutto si

trasforma da esperienza vitale o letteraria in elemento di disegno artistico,

di costruzione poetica.

Si reagisce così all’istintivo bisogno di unità che vive nel tono

fondamentale della personalità, ma che può realizzarsi in diversi

momenti, in diversi atteggiamenti di poetica: si pensi allo Hólderlin

dell’Hyperion, delle grandi Odi ultime, dell’Hempedokles, si pensi al Foscolo

delle odi, dei Sepolcri, delle Grazie, si pensi soprattutto al Leopardi degli idilli

e al Leopardi degli ultimi canti.

Dolce e chiara è la notte e senza vento
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna e di lontan rivela
serena ogni montagna…
Dolcissimo, possente
dominator di mia profonda mente;
terribile, ma caro
dono del ciel, consorte
ai lugubri miei giorni,
pensier ch’innanzi a me sì spesso torni…

Basta avvicinare questi due inizi famosi (l’uno rielaborato fino al ’35 sempre nel

gusto idillico, il secondo del ‘3r proprio all’inizio della epoca poetica che

vogliamo studiare) per sentire la grandissima diversità fra due espressioni,

intensamente leopardiane, ma ispirate nella linea divergente di due diverse

poetiche.

Il primo inizio presuppone una poetica idillica, tesa ad armonizzare, a pausare

in distensioni, in serenità conclusiva e quindi in ritmi larghi e senza

scosse, fluenti, orizzontali, l’altro è sostenuto da una poetica e eroica » in cui

la personalità del poeta batte con energia aggressiva e tende a presentarsi

integralmente nella sua affermazione di passione in forme risolute e impetuose, staccate in potenti blocchi di cui sono simbolo i due aggettivi che guidano questo tema

musicale senza riposo di verbo, di descrizione, di colore, in cui le parole

sembrano legate per una comune energia esplosiva e l’ultimo verso

accentua l’impeto e la solennità assorta con la sua scandita impostazione.

Due poetiche lontanissime anche se nutrite da una comune personalità: la

prima di passione placata in dolcezza di paesaggio, in nostalgia di ricordo,

la seconda di passione presente come prova di pienezza ed unità personale,

come validità poetica. Due poetiche lungamente applicate e che noi

dobbiamo tanto più distaccare per reagire alla confusione che ingenera il

loro mancato riconoscimento, a quell’atteggiamento critico che eleva un

motivo ad unico motivo veramente leopardiano e degrada a momenti di

insufficienza tutte quelle poesie che a quel motivo non aderiscono.

Questo infatti è il punto dolente dei problema leopardiano: chi giunge ai nuovi

canti dopo la lettura del grandi idilli si trova disorientato di fronte a così

grande diversità e questa impressione si cambia facilmente in giudizio

comparativo ed in svalutazione delle nuove poesie considerate come

deviazione dal motivo trionfante della poesia idillica. E poiché non si

approfondisce di solito se non episodicamente e psicologicamente la

situazione del nuovo Leopardi e non la si vede in funzione di poetica, è

facile assumere la posizione idillica come l’unica posizione veramente

leopardiana ed ogni divergenza di tono come infiacchimento e turbamento

d’ispirazione.
Impressioni che non derivano tanto da una lettura ingenua, quanto proprio

dallo sviluppo stesso del problema critico leopardiano quale è venuto

a svolgersi in atmosfera crociana…
Con il Croce le posizioni ingenue di lode degli ultimi canti cadono sotto

una critica tanto abile ma tanto unilaterale, che andando alla ricerca di poesia

e non poesia finì per identificare la prima con gli idilli e la seconda con

ogni poesia non idillica ….

Scarsi ostacoli han contrastato alla tesi crociana il predominio nel

campo critico… Un tentativo determinato in questo senso fu da me

compiuto in un lavoro uscito nel 1936: Linea e momenti della poesia

leopardiana, ricavato da un precedente lavoro scolastico del 1934.

Quel saggio lontano partiva da un’impressione generica della grandezza

degli ultimi canti e della loro sostanziale unità di tono, della differenza del

tono idillico e tendeva ad accertare anche biograficamente uno stacco,

un ingrandimento spirituale, un atteggiamento nuovo, più virile come

di chi avesse acquistato meglio il senso della propria personalità e volesse

portarlo nella vita, affrontare il presente, non allontanarlo nel ricordo o

nell’armonia del paesaggio, del quadretto idillico. Un Leopardi fatto più

cosciente del proprio mondo interiore fino a sentire il bisogno di presentarlo

non in forma di mesta elegia ma come valore e perfino come guida di

fronte a un mondo sciocco, a un destino malvagio negati con energia suprema.
Quel Leopardi più energico e combattivo (togliendo a queste qualifiche

ogni equivoco di romanticismo facile, byroniano) viene a far urgere nella

poesia la sua personalità più profonda attraverso un’adeguata

poetica. Donde la costatazione di una funzione nuova del pensiero

leopardiano che più direttamente confluisce in sintesi poetica, in elemento di

poetica con il tono non analitico, ma unitario e affermativo, di una

protesta e di un messaggio radicali al senso della vita e della poesia. La

nuova poetica che ha operato con continuità attraverso diversi stati

d’animo e sforzando persino certe situazioni sentimentali ben al di là

dunque di un adeguamento mimetico ad ogni sfumatura psicologica,

mi apparve caratterizzata dalla energia con cui il Leopardi vuole

affermare e negare, dall’effetto perentorio che vuole raggiungere non

oratoriamente, ma per intensità poetica sia nell’affermarsi identificato

con il pensiero d’amore sia nel negare ogni palpito alla realtà, sia

nell’affermarsi evangelicamente rivelatore di una verità e di un messaggio

vitale. Poetica della «personalità» nel senso più romantico di tale espressione,

nel senso che il più sobriamente possibile avvicina quest’ultimo Leopardi più

di qualunque altro romantico italiano ai grandi romantici europei nella

loro esigenza di assoluto colto nell’atto poetico, non come armonia

idillica a cui pure aspirava un altro atteggiamento romantico.

Solo così mi parve possibile comprendere una parte così cospicua

della produzione leopardiana che rimane di solito nel limbo di un giudizio

esitante fra svalutazione prosastica ed accettazioni parziali in base ad

un paragone continuo con una poetica che non è più valida per un

Leopardi così diversamente impegnato. E mi parve, come mi sembra ancor

più chiaramente in questa ripresa di una intuizione giovanile, che questa

precisazione di «poetica» non assicuri solamente la comprensione storica dei

canti posteriori al 1830, ma arricchisca tutta la vita della poesia

leopardiana allargando il disegno fragile di un ultimo, per quanto

altissimo, dominio di Arcadia. La stessa poesia idillica trova posizione in

una offerta di personalità più larga e potente, come la VI di Beethoven

sarebbe più facilmente limitata dalla mancanza della VII o della IX.

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